Biennale di Venezia – Arsenale: i 4 padiglioni da non perdere (short break in Laguna parte 2)

L’Africa e la sua diaspora sono sicuramente le grandi protagoniste di questa 58.a Biennale di Venezia anche se i grandi assenti non mancano, specie nella mostra centrale che, come sottolineato nel primo articolo che abbiamo dedicato alla kermesse lagunare, se ha un difetto è proprio quello di essere, ancora, troppo occidentocentrica. Detto questo, dopo avervi indicato i 4 padiglioni da non perdere tra quelli ai Giardini della Biennale, è adesso il momento di passare in rassegna i 4 da vedere tra quelli presenti in Arsenale.

 

Tappa #1: Passage, il Padiglione degli Emirati

 

Accanto alla Prouvost, Nujoom Alghanem è con molta probabilità la personalità femminile più potente presente a questa Biennale di Venezia. A lei il compito di rappresentare gli Emirati Arabi Uniti. Compito che la poetessa, cineasta e artista araba porta a termine in modo eccelso con Passage, il suo nuovo lavoro composto di un video immersivo a due canali della durata di 26 minuti e un’installazione sonora a dodici canali. Un’opera, quella della Alghanem in cui si intrecciano due generi di narrazione: quella poetica, che ha radici antiche negli Emirati, e quella cinematografica che, invece ha una storia relativamente recente nel Paese.

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Utilizzando questo doppio registro narrativo, Passage esplora l’esperienza psicologica, emotiva e fisica dello spostamento, un tema che è alla base di gran parte della pratica di Alghanem.  Attraverso l’accentuazione della realtà e della fiction, l’artista intreccia la propria esperienza personale con quella dei due principali protagonisti del film: l’attrice Amal e Falak, il personaggio immaginario che ritrae. Il film, in questo modo,  fa leva sulle realtà complesse vissute da molte donne come veicolo per riflettere, in modo metaforico, su alcune delle sfide più urgenti del nostro tempo. Arrivando anche ad interrogarsi su quanto l’arte sia in grado di influire in modo significativo sulla vita di coloro le cui storie cerca di raccontare.

 

Arsenale tappa #2: il padiglione del Ghana

 

Alla sua prima partecipazione in Biennale, il paese africano si presenta con un allestimento radicato sia nella cultura ghanese che nelle sue diaspore. Lo stesso padiglione, ellittico ed intonacato con terra proveniente dal Ghana, richiama le classiche strutture architettoniche del paese africano. Al suo interno alcune installazioni su larga scala di El Anatsui e Ibrahim Mahama; gli scatti della famosa fotografa Felicia Abban e le tele della pittrice Lynette Yiadom-Boakye; oltre ad una proiezione cinematografica a tre canali di John Akomfrah e una video scultura di Selasi Awusi Sosu.

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Un allestimento che, visto nel suo insieme, si inserisce in modo forte nel dibattito attorno ai fenomeni migratori e allo stesso concetto di nazione e, coinvolgendo tutti artisti di origine ghanese ma che vivono e operano altrove, ridefinisce le connessioni del Paese, e con esso dell’intero continente, con le diaspore e con il significato che può avere la restituzione di oggetti culturali portati via dal Ghana nella ridefinizione del Paese stesso nel mondo, per poter superare finalmente l’epoca “postcoloniale” ed iniziare a scrivere un futuro tutto da immaginare. Una curiosità: il titolo scelto per il padiglione, Ghana Freedom, è quello di una canzone divenuta un po’ l’inno dell’indipendenza ghanese, raggiunta nel 1957. Si tratta di un pezzo di Emmanuel Tettey Mensah, meglio conosciuto come E. T. Mensah, leader dei Tempos, un gruppo che ha girato molto in Africa occidentale.

 

Tappa #3: Our Time for a Future Caring, il Padiglione indiano

 

Parte dei festeggiamenti per i 150 anni dalla nascita di Gandhi, il padiglione dell’India si confronta in modo critico con le molte sfaccettature del Mahatma, considerando le sue idee filosofiche e il loro posto nel complesso mondo di oggi, in cui la violenza e l’intolleranza sono ancora prevalenti. Intitolata Our Time for a Future Caring, la collettiva all’interno del padiglione presenta opere di un gruppo di artisti che attraversa varie generazioni, dal ventesimo secolo ai giorni nostri: Nandalal Bose, Atul Dodiya, GR Iranna, Rummana Hussain, Jitish Kallat, Shakuntala Kulkarni e Ashim Purkayasth.

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I loro lavori, assemblando gesti, metafore, memoriali, scambi e simboli di oggetti che insieme si uniscono, coincidono e si trasformano, riflettono direttamente su Gandhi e sul posto che gli ha riservato la storia, concentrandosi su momenti specifici e su come questi si riflettano sul pubblico contemporaneo, arrivando ad operare indagini concettuali sulle sue stesse idee filosofiche e sulle più ampie nozioni di nazione, azione e libertà.

 

Tappa #4: il padiglione della Slovenia

 

La Slovenia si presenta alla 58.a Biennale di Venezia con un nuovo lavoro di Marko Peljhan appartenente alla serie Resolution che l’artista porta avanti ormai da 20 anni e che propone un invito alla riscoperta dello spazio e dei luoghi, alla collocazione e presenza fisica degli individui, e insieme una risposta utopica ai rapidi cambiamenti dell’ambiente. Tema, quest’ultimo, che abbiamo visto essere centrale in questa edizione della Biennale. Occorre quindi una via d’uscita. Ed è proprio quella che ci propone l’artista sloveno con l’imbarcazione System 317.

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Peljhan, artista e docente dell’Università della California, ha creato un “veicolo supersonico”, una sorta di astronave in plexiglas e neon che rappresenta, appunto, la nostra via d’uscita al rapido deterioramento delle nostre condizioni planetarie, in un processo che egli definisce di “conversione al contrario”; una contronave corsara destinata ai giorni nostri e che allude alla apparente corsa al riarmo di Russia, Cina e Stati Uniti che sembrano prepararsi ad un nuovo conflitto in un clima di rinnovata Guerra fredda. Da cui il titolo della mostra: Here We Go Again... Un conflitto, ci avverte l’artista sloveno, che sarà caratterizzato da una pericolosa mancanza di responsabilità unita ad un enorme potenziale distruttivo. La nave c’è, dunque, ma a rimanere ignota è la destinazione, come a voler dire che forse è proprio il caso di puntare ad uno stile di vita sostenibile qui dove siamo, perché non è detto che ci siano soluzioni alternative…

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