La Biennale di Liverpool e la ricerca del “bel mondo sereno”

Dun.can, Liverpool from the Mersey #1, 2010 Foto via Flickr. Questo file è sotto la licenza CC BY 2.0
Dun.can, Liverpool from the Mersey #1, 2010 Foto via Flickr. Questo file è sotto la licenza CC BY 2.0

Beautiful World Where Are You? È la domanda che Sally Tallant, direttrice della Biennale di Liverpool, e Kitty Scott, sua co-curatrice, hanno rivolto a 40 artisti provenienti da 22 paesi diversi, per la decima edizione della rassegna di arte contemporanea più seguita in Inghilterra, in corso dal 14 luglio al 28 ottobre 2018.

Con questo titolo, tratto dal poema del 1788 Die Götter Griechenlandes di Friedrich Schiller, la Tallant invita “artisti e pubblico a riflettere sul subbuglio sociale, politico ed economico del mondo”. Attraverso un percorso che coinvolge circa 30 siti cittadini, le opere selezionate offrono risposte multiculturali che mirano all’emancipazione da una prospettiva europocentrica.

In piena Brexit Liverpool mantiene lo sguardo internazionale di una città ricca non solo economicamente, ma anche e soprattutto culturalmente. Per secoli sede della Marina Imperiale Britannica, nell’Ottocento era addirittura paragonata a New York per richezza e cosmopolitismo,  da qui poi sono partiti i Beatles per cambiare la storia della musica e della cultura pop. Il 2018 è un anno di importanti anniversari: la Biennale compie 20 anni, la città celebra i 10 anni dall’elezione a Capitale Europea della Cultura e la Tate festeggia 30 anni dall’apertura della sede di Liverpool.

Il Porto di Liverpool. Foto: Beverley Goodwin - Flickr: Sunshine!, 2014. Questo file è sotto la licenza CC BY-SA 2.0.

Il Porto di Liverpool. Foto: Beverley Goodwin – Flickr: Sunshine!, 2014. Questo file è sotto la licenza CC BY-SA 2.0.

Gli ultimi venti anni hanno visto le amministrazioni pubbliche e gli enti privati lavorare in sinergia per risollevare la città da una profonda crisi economica causata dal graduale smantellamento del settore manifatturiero. Proprio quello culturale fu valutato come chiave di volta nel piano strategico messo a punto a fine anni ’90. Il rilancio ha visto da un lato la ricollocazione della città come meta turistica, dall’altro ha utilizzato la sua rinnovata immagine per attrarre sedi di nuove realtà aziendali. Verrà presentato il prossimo 18 e 19 ottobre Impact18, un case study di rilevanza internazionale col quale l’università di Liverpool ha misurato gli effetti prodotti dalle azioni attivate.

Anche la Biennale applica una metodologia analitica per misurare l’impatto economico e sociale che un evento di arte contemporanea, comunemente considerato di nicchia, può avere sul territorio. A chiusura della nona edizione, lo studio curato dall’agenzia internazionale Bop Consulting diffondeva dati molto ottimistici. L’edizione 2016 aveva accolto circa 1,2 milioni di persone, di cui il 40% aveva tra i 20 ed i 34 anni. Il 60% era costituito da turisti, fattore rilevante in un piano di rilancio economico, ed il profitto proveniente da fuori regione è stato quantificato di ben 5,5 milioni di sterline.

Crosby Beach, Another Place by Antony Gormley. Foto: Chris Howells (licenza: CC BY 2.5)

Crosby Beach, Another Place by Antony Gormley. Foto: Chris Howells (licenza: CC BY 2.5)

A partire dal 1998 la Biennale di Liverpool ha commissionato più di 340 nuove opere ed ha presentato più di 480 artisti provenienti da tutto il mondo. Alcune commissioni di opere d’arte pubblica sono percepite dai cittadini come rappresentative. Una su tutte l’amatissima Another Place di Antony Gormeley realizzata nel 2005, opera monumentale composta da 100 sculture installate a Crosby Beach. Anche quest’anno sono tante le commissioni della biennale: Holly Hendry (1990, London, UK) ha realizzato per la piazza Exchange Flags Cenotaph, mentre in autunno verrà inaugurata Liverpool Mountain di Ugo Rondinone, prima opera pubblica dell’artista nel Regno Unito. Altro debutto britannico è quello di Agnès Varda (1928, Brussels, Belgium – vive a Parigi). La pioniera della Nouvelle Vague festeggia il suo novantesimo compleanno con l’opera realizzata al FACT 3 moving images. 3 rhythms. 3 sounds e con una rassegna che dal 18 luglio al 17 ottobre ripercorre la sua influente filmografia.

Holly Hendry, Cenotaph, 2018. Vista dell’installazione all’Exchange Flags, Liverpool Biennial 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Le esposizioni nelle sale della Tate mettono in evidenza il tono multiculturale di questa edizione: Haegue Yang (1971, South Korea) ha realizzato un ambiente immersivo con la serie di sculture The Intermediates (2015 – in corso) in cui sono messe a confronto le tecniche artigianali e la produzione industriale. La performance di Kevin Beasley (1985, Lynchburg, Virginia, USA) Your face is/is not enough (2016) è invece un’immersione sonora attivata dal respiro dei performer:  i dispositivi antigas, utilizzati per le azioni antisommossa della polizia, sono trasformati in variopinte maschere carnevalesche.

Haegue Yang, Long Neck Woman Upside Down, 2016. Vista dell'instalalzione alla Tate Liverpool, Liverpool Biennial 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Haegue Yang, Long Neck Woman Upside Down, 2016. Vista dell’instalalzione alla Tate Liverpool, Liverpool Biennial 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Dal sapore quasi documentaristico l’offerta di video della St George’s Hall che si concentra sulle problematiche sociali ed economiche del mondo. Qui spicca la tematica femminile del lavoro Inci Eviner (1956, Istanbul,Turkey) Reenactment of Heaven (2018) e l’asciutto lirismo dal video Keicheyuhea (2017) di Aslan Gaisumov (1991, Grozny, Chechnya).

Inci Eviner, Reenactment of Heaven (film still), 2018. Vista dell'installszione alla St George's Hall , Liverpool Biennial 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Inci Eviner, Reenactment of Heaven (film still), 2018. Vista dell’installszione alla St George’s Hall , Liverpool Biennial 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Al Bluecoat, attivissimo centro culturale nel cuore della città, ci imbattiamo in Variations on a Ghost (2017) di Abbas Akhavan  (1977, Tehran, Iran – vive a Toronto, Canada), che ricostruisce alcuni frammenti del patrimonio distrutto dall’ISIS, e nell’installazione Land Sand Strand  (2018) di Suki Seokyeong Kang (1977, Seoul, South Korea).

Suki Seokyeong Kang, Land Sand Strand, 2018. Vista dell'installszione alla Bluecoat, Liverpool Biennial 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Suki Seokyeong Kang, Land Sand Strand, 2018. Vista dell’installszione alla Bluecoat, Liverpool Biennial 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Passando per Great George Street percorriamo The List di Banu Cennetoğlu (1970, Ankara, Turkey), una riedizione del progetto che va avanti elencando dal 2007 i dati di morte di oltre 34.000 migranti e rifugiati. Da non perdere alla Victoria Gallery Age Piece, una serie di piccoli dipinti realizzati dagli anni 80’ ad oggi da Francis Alÿs (1959, Antwerp, Belgium – vive a Mexico City).

Ei Arakawa, Performance People (A Banner for Vanishing of Human Being, October 10, 1970, 10.10 AM, Suwa, Nagano), 2018. Vista dell'installazione alla Playhouse, Liverpool Biennial 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Ei Arakawa, Performance People (A Banner for Vanishing of Human Being, October 10, 1970, 10.10 AM, Suwa, Nagano), 2018. Vista dell’installazione alla Playhouse, Liverpool Biennial 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Alla Playhouse, oltre al lavoro di Ei Arakawa (1977, Fukushima, Japan – vive a New York), che propone una versione riadattata del progetto Performance People (2018), segnaliamo la produzione dell’unico rappresentante italiano di questa edizione. Iacopo Seri (1983, Arezzo, Italia – vive a Napoli) ha realizzato una performance in forma di workshop, in linea con la sua ricerca sull’influenza che ha la mitologia nella cultura contemporanea. What Is (A drunken meditation on the mystery of existence) (dal 2008- in corso) è una dissertazione in chiave dionisiaca sulle questioni esistenziali della vita. I partecipanti vengono invitati a bere vino e, grazie all’influenza dell’alcool, il seminario assume la forma di simposio. Su commissione dalla Biennale, le conversazioni di una ventina di persone sono state registrate, trascritte e pubblicate.

A Iacopo Seri, che ha già partecipato nel 2012 a Documenta 13, abbiamo chiesto di spiegarci meglio il suo progetto: «Utilizzo spesso la forma del workshop nella mia ricerca. Il mio lavoro consiste nel creare delle situazioni in cui le persone siano portate ad avere un’esperienza della realtà un pochino differente dall’ordinario, però solo un pochino, perché deve rimanere il dubbio che non stia accadendo niente; mentre invece io cerco di far succedere qualcosa partendo da elementi molto banali della vita quotidiana, partendo cioè da situazioni date e non straordinarie. Mi piace cercare il mito ed il mistero nel quotidiano, questo è ciò su cui si basa la mia ricerca. Fondamentale per me è stato imbattermi nei testi dello studioso americano di mitologia comparata Joseph John Campbell. Egli parla di mitologia creativa, parla del fatto che le mitologie che sono arrivate nel mondo contemporaneo ormai non funzionano più e quindi il nostro compito è quello di cercare, suggerire, affermare nuove mitologie, nuovi tipi di discorsi mitici che possano funzionare nel vissuto quotidiano».

Iacopo Seri, What Is (A drunken meditation on the mystery of existence), dal 2008- in corso. Una vista della performance alla Playhouse, Liverpool Biennal 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Iacopo Seri, What Is (A drunken meditation on the mystery of existence), dal 2008- in corso. Una vista della performance alla Playhouse, Liverpool Biennal 2018. Foto: Sirio Schiano lo Moriello

Gli abbiamo poi chiesto in che maniera si è sentito inserito come artista italiano nella linea curatoriale di questa edizione: «Ho trascorso gli ultimi sette anni in viaggio per il mondo, e sono rientrato da pochi mesi. Non mi sento Italiano come artista, anche se indubbiamente la mia biografia ha la sua influenza. In realtà i confini sono sempre labili, e questo lo si evince anche da un approfondimento dello studio su Dioniso e sulla ritualità del vino ad esso collegata, ricerca che io sto portando avanti da tantissimi anni. Dioniso viene dall’Asia e porta la scoperta del vino in Grecia, è un Dio straniero che all’inizio deve lottare molto per farsi accettare ed affermarsi. Poi conquista successo e la sua iconografia comincia ad evolversi, diviene Bacco nella religione romana, entra nel mito di Orfeo ed i Riti Orfici sfociano anche in un certo tipo di Cristianesimo. Questo spiega quanto in realtà sia tutto interconnesso e faccio fatica a parlare di oriente ed occidente come di due cose separate o a distinguere identità nazionali definite».

Arte Immateriale e Mercato, due mondi incompatibili?: «Non ho mai considerato il mercato dell’arte nel mio percorso, ma non per dare a questa scelta un’accezione critica, semplicemente perché finora non ho mai adottato nel mio lavoro delle forme da poter introdurre nel mercato. Sono sempre stato un po’ restio ad usare la documentazione a tale scopo, perché per me una produzione in tal senso dovrebbe comunque trovare il modo di incastrarsi nel processo di ricerca. Quello che invece sto provando a fare per la prima volta proprio qui a Liverpool è la trascrizione del workshop. Una pubblicazione è uno strumento che, sebbene distorca un po’ l’azione performativa, ha però anche un suo valore creativo e questo credo che possa essere efficace».

© 2018, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.