Aste: la prima volta di Dora Tass e Nico Mingozzi

La casa d’aste Bonhams ha creato un nuovo format di Asta: A Contemporary Edge,  che va ad unire pittura, scultura, fotografia contemporanea e design moderno. Il primo appuntamento è fissato per il 4 marzo prossimo nella sede di New Bond Street a Londra. In catalogo, nella sezione A Creative Act, dedicata agli artisti che debuttano per la prima volta all’asta,  anche le opere di due italiani: Dora Tass (1972) e il giovanissimo Nico Mingozzi (1976). Selezionati dalla curatrice Virginia Moniaci, Tass e Mingozzi si troveranno accanto ad artisti affermati  come Damien Hirst, Sam Francis, Banksy, Marc Quinn, Tacita Dean, Antony Gormley e Jake & Dinos Chapman.

 

Gli Scorci Violati di Nico Mingozzi (lotti 31 e 32)

 

Francesca Bonan: Le tue opere non sono arrivate per caso all’asta, perché messe in vendita da un collezionista. Come ti senti a essere stato selezionato per questa vendita da Bonhams, accanto a nomi importanti e ad altri artisti giovani, anche italiani?

Nico Mingozzi: «Come mi sento? Difficile a dirsi … Di certo la cosa mi fa piacere e mi emoziona. Un misto di sensazioni che vanno dalla soddisfazione all’incredulità».

F.B.: Quale percorso hai intrapreso, finora, a livello espositivo e di mercato?

N.M.: «Le prime esposizioni risalgono al 2000, quando ho iniziato a collaborare con diverse gallerie del mio territorio (Ferrara, Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini…). Ho ottenuto un grande riconoscimento nel 2011 con la vincita del premio “Arte”, per la sezione pittura, della rivista Arte Mondadori, sotto la direzione di Michele Bonuomo. Da lì è partita la collaborazione con la galleria torinese Weber&Weber, che mi ha organizzato una personale nel 2012 e con cui nel 2013 ho partecipato a una collettiva con Roberto Kusterle (anche lui presente a quest’asta da Bonhams), Jean Revillard, Sylvie Romieu. Nello stesso anno ho iniziato a lavorare anche con la galleria modenese D406, che mi ha portato alla Stroke Art Fair di Monaco, ad ArtVerona e mi ha fatto partecipare a due collettive in galleria insieme a Ericailcane, Laurina Paperina, Ozmo, Aris, Giorgio Bartocci. Lo scorso gennaio ho esposto a SetUp a Bologna e sempre con la D406 sono in programma la partecipazione a Drawing Now di Parigi, a marzo, e una personale in galleria a maggio».

F.B.: Parliamo delle tue opere. All’asta sono presentate Scorci violati n. 142 e Scorci violati n. 157. Sono ritratti fotografici antichi, definiti vintage in catalogo, di persone borghesi su cui compi degli atti violenti con la penna, il pennello, la matita o il coltello. Vai a violentare i loro occhi, il grembo, i genitali, le loro parti più intime. Devo dire che le immagini più inquietanti sono quelle che hanno come soggetti i bambini. Perché andare a violare il ricordo e il corpo di persone defunte? Sostieni di voler liberare le loro anime. Perché tale necessità e perché in tal modo? Il tuo lavoro vuole essere accusatorio verso il passato, drammatico o ironico?

N.M.: «La scelta è principalmente estetica. Prima ancora di pensare al significato profondo, simbolico, che può essere o meno estrapolato dalle opere, scelgo le immagini che mi suscitano un’emozione: per le pose, la qualità d’invecchiamento delle carte, le luci. Le foto d’epoca, non tanto le persone defunte, raccontano dello scorrere del tempo che logora ogni cosa e offrono mille possibilità di rinnovamento attraverso il gesto artistico. Nel mio lavoro non ci sono accuse, ma il dramma e l’ironia vanno di pari passo. Diciamo che il dramma è talmente evidente da diventare esasperato, parodistico».

Lot 31 - NICO MINGOZZI,  Scorci violati n.142  2012. signed with the artist's initials oil and ink on vintage photographs 47 x 26,5 cm (est. 2.200-3000 euro)

Lotto 31 – NICO MINGOZZI, Scorci violati n.142,
2012, 47 x 26,5 cm (est. 2.200-3000 euro)

F.B.: Le fotografie su cui operi sono di diverse dimensioni, che vengono unite in diverse composizioni. Hanno un legame particolare i personaggi che fanno parte della stessa composizione?

N.M.: «Le dimensioni delle foto vanno dalle più piccole che misurano 9×13, 12×18, 20×27, 30×40 cm… sino alle assemblate, senza una misura precisa. Poi ci sono i pop-up e le riproduzioni su carta cotone che vanno da 50×70 a un massimo di 100×150 cm. Intervengo direttamente sulle foto originali o su riproduzioni in edizione limitata. I pop-up, dai 10×15 cm ai 25×35 cm, sono pezzi unici e li presenterò alla mia personale alla galleria D406 a maggio. Per quanto riguarda gli assemblaggi, inizialmente non c’è alcun legame fra i personaggi. Le composizioni nascono dopo una selezione dovuta alle particolarità di determinate immagini, alle associazioni che mi provocano. Mentre compongo le scene, poi, emerge un racconto parallelo, una complicata relazione di segni e figure».

F.B.: Quando hai iniziato a lavorare sulle fotografie antiche? Come definisci il tuo lavoro artistico, maniacale o ripetitivo?

N.M.: «Ho iniziato a lavorare sulle foto molti anni fa ma in modi diversi. Il lavoro attuale è cominciato circa quattro anni or sono ed è sia maniacale che ripetitivo, come maniacali e ripetitivi sono gli incubi, le ossessioni, le paranoie. Poi però diventa anche riflessione, ragionamento».

FB: Ci sono artisti a cui ti sei ispirato, del mondo dell’arte o del cinema?

N.M.: «Le ispirazioni sono molte: dal Pop Surrealism a Witkin».

FB: Ho trovato esserci una varietà di artisti giovani e contemporanei che lavorano sulle fotografie antiche in bianco e nero, in diversi modi: chi decapita i personaggi, chi trasla i ritratti in pittura, e questo in diverse parti del mondo. Il tuo intervento sui ritratti è molto personale. Come reagisci nel vedere altri autori lavorare nella stessa direzione? Riesci a cogliere un sentire comune che vi unisce? Credi che in quest’era, dove si vuole emergere come individualità, sia possibile condividere e scambiare di persona le proprie idee e tecniche come ai tempi dei movimenti artistici? O lo scambio avviene in silenzio, guardando il lavoro degli altri in solitudine e online?

N.M.: «È normale che altri lavorino nella stessa direzione. Ogni epoca suscita qualcosa. Le idee e i pensieri sono nell’aria. Di tutti e di nessuno. Il sentire comune c’è sicuramente. È come impegnarsi in un lavoro solitario e fortemente intimista volendo, al contempo, rendere visibile e dunque lampante ciò che normalmente si vorrebbe celare, nascondere. Credo sia un’ansia, una contraddizione evidente in molti aspetti della società contemporanea».

Lotto 32 - NICO MINGOZZI, Scorci violati n.157  2012, 52 x 48 cm (est. 2.400-3.600 euro)

Lotto 32 – NICO MINGOZZI, Scorci violati n.157,
2012, 52 x 48 cm. (est. 2.400-3.600 euro)


 

Dora Tass e i suoi Perturbing Objects (lotti 27 e 28)

 

Francesca Bonan: Legandoci al discorso iniziato con Nico Mingozzi, nel giugno 2012 sei stata vincitrice di una residenza d’artista al Center for the Holographic Arts nell’Ohio. Vuoi raccontarci come hai vissuto questa esperienza e come ti abbia permesso di arricchire la tua ricerca artistica e di confrontarti con altri artisti contemporanei che lavorano con l’olografia?

Dora Tass: «Il Center for the Holographic Arts di New York offriva residenze nella università dell’Ohio, con l’artista Sam Moree ed Hanry Kagan, uno dei fisici del CERN che ha anche lavorato per la scoperta del bosone di Higgs. Devo dire che è stata un’esperienza formativa molto interessante, allo tempo direi molto faticosa per l’approccio molto scientifico che non è proprio la mia formazione, che ho studiato antropologia culturale e la scienza l’ho appresa attraverso le scienze umanistiche. Dopo la residenza, al MIT (Massachusetts Institute of Technology) si tenne il 9° ISDH (International Symposium Display Holography). Per una settimana intensissima mi sono confrontata a livello internazionale con tutta la ricerca scientifica, artistica e didattica. Ero l’unica italiana mai stata prima, mi sentivo fortunata e orgogliosa. E’ stato in quella occasione che ho conosciuto quasi tutti gli artisti che avevo studiato, oltre a tutta l’avanguardia della ricerca scientifica e delle sue applicazioni in questo settore, così credo di essermi formata a 360 gradi. Inoltre, in occasione del Symposium si era aperta anche la mostra al MIT Museum (che detiene la più grande collezione di opere olografiche), per la quale è stato selezionato il mio assemblaggio olografico con una Olivetti.
Al termine del Symposium ho proseguito la mia formazione per mesi, viaggiando per sette stati, dove ogni volta ho lavorato in workshop da un olografo diverso, per apprendere le varie tecniche e capire in che modo potessi continuare. E’ stato alla fine del mio viaggio che, quasi esausta, ho trovato quello che cercavo in August Muth, anche lui presente a quest’asta da Bonhams. Mi invitò al suo laboratorio a Santa Fe e iniziammo la nostra collaborazione entrando subito in sintonia. August Muth è un artista incredibile, istintivo, con un approccio direi meno scientifico. Per quanto riguarda l’olografia analogica con emulsione DCG è un maestro, la luce dei suoi ologrammi è veramente tangibile, impossibile non rimanerne catturati! Non a caso è stato scelto da James Turrell per realizzare i suoi ologrammi con questa particolare tecnica olografica. E’ stato emozionante lavorare nel suo Hololab ed imparare il più possibile. Insieme a Muth abbiamo iniziato a collaborare per una nuova serie di macchine da scrivere olografiche, così da quel momento torno regolarmente nel suo lab a Santa Fe, ma non aggiungo altro per ora».

Lotto 27 - DORA TASS, Perturbing Objects, 2011. 90 x 45 x 42 cm. (est. 7.300-9.700 euro)

Lotto 27 – DORA TASS, Perturbing Objects, 2011. 90 x 45 x 42 cm. (est. 7.300-9.700 euro)

F.B.: Le tue opere sono il risultato di un lavoro faticoso, di una ricerca coinvolgente e sperimentale. Mi ha sempre appassionato questo legame tra arte, scienza e tecnologia. Sono lavori che contengono un mistero di esecuzione per la quasi totalità delle persone, compresi critici d’arte e galleristi…

D.T.: «Sì, è un lavoro molto duro e anche rischioso, perché si sta a contatto con sostanze chimiche pericolose, come il cromo e altre che non vorrei elencare. Per me l’olografia è molto vicina alla scultura, solo che si lavora con la tangibilità della luce invece che con quella della materia, il mio approccio è questo. Gli ologrammi come opera d’arte raramente si vedono esposti nelle gallerie o musei e anche nelle case d’asta, hanno un loro circuito di collezionismo che sta crescendo sempre di più, ma secondo me è ancora troppo circoscritto agli appassionati ed ai conoscitori. Questa da Bonhams a Londra è una buona occasione per allargare tale circuito anche ai non addetti ai lavori. Fatta eccezione per il maestro della luce James Turrell, che si riferisce ai suoi ologrammi come a “boxes of pickled light”, si deve constatare che questo medium sia molto raro sulla scena artistica contemporanea. Come non ricordare anche Salvador Dalì che nel 1972, affascinato dal carattere onirico degli ologrammi, tiene la sua prima mostra olografica alla prestigiosa Knoedler Gallery di New York».

F.B.: Perchè l’olografia è così poco visibile nel sistema dell’arte?

D.T.: «Lo storico dell’arte Frank Popper in un Symposium, mi sembra tenutosi nel 1996 nel Regno Unito, spiega l’assenza dell’olografia nei circuiti ufficiali del sistema dell’arte, sia con il fatto che è una tecnica molto costosa e relativamente difficile, ma soprattutto perché vittima di un pregiudizio, molto spesso intatti l’olografia è usata come gadget kitch o d’effetto commerciale e spesso i direttori di musei, galleristi ecc. si sono lasciati influenzare da una visione solo di questo tipo, ignorando il fatto che questo medium sia invece fluido e non congelato nel gadget kitch, e che abbia delle sue proprie qualità estetiche, esplorate dagli artisti che si servono di questo particolare medium della luce. Anche la fotografia ci ha messo un bel po’ prima di riuscire a sganciarsi dalla sua funzione di sola “testimonianza della realtà”. Sintetizzando, Frank Popper identifica appunto l’estetica olografica come “estetica dell’assenza”, nella sua sostanza di pura epifania luminosa, virtuale e allo stesso tempo ontologicamente reale, collocandola nell’ambito della Light Art, un passo importante per contestualizzare un medium in ambito artistico. A Contemporary Edge è realmente uno specchio sul contemporaneo perché, includendo l’olografia nel grande sistema del collezionismo d’arte, al pari di altri medium consolidati, è un segno di volontà di abbattimento di questi pregiudizi. L’antropologo americano Franz Boas diceva che “l’occhio è un organo educato”, in tal senso A Contemporary Edge ha anche la funzione di “educare” lo sguardo del collezionista nella riscoperta del medium olografico come una fantastica “arte della luce”».

Lotto 28 - DORA TASS, Perturbing Objects (new series), 2014. 70 x 54,5 x 3,2 cm. (est. 7.300-9.700)

Lotto 28 – DORA TASS, Perturbing Objects (new series), 2014. 70 x 54,5 x 3,2 cm. (est. 7.300-9.700)

F.B.: Cosa ti aspetti da quest’asta da Bonhams?

D.T.: «Sarà interessante vedere l’impatto olografico su di un pubblico così eterogeneo, sono sicura che servirà ad avvicinare il collezionismo a questo medium, considerato un po’ come uno straniero nel sistema dell’arte. Non è un caso che abbia scelto proprio la poesia di Walt Whitman To a Stranger sulla macchina da scrivere olografica».

FB: Quanti sono gli artisti che usano il medium olografico?

D.T.: «Non saprei rispondere, feci la stessa domanda all’artista Ikuo Nakamura che mi rispose “meno di 50 al mondo”. E’ un medium poco usato dagli artisti anche perché reperire sul mercato le lastre olografiche è sia difficile sia costoso. Agfa e Kodak hanno smesso di produrle oramai decenni fa. Spesso siamo costretti a realizzare le lastre olografiche e non è cosa facile. Semplificando è come se un fotografo che lavora ancora con l’analogico, fosse costretto a realizzare da se l’emulsione chimica e la pellicola, artigianalmente. Però c’è una ricerca scientifica all’avanguardia in tal senso, per questo molto spesso artisti e scienziati lavorano in stretta collaborazione.

F.B.: Quando hai iniziato a lavorare con l’olografia? Come l’hai appresa e quali artisti ti hanno ispirato?

D.T.: «Ho iniziato circa nel 2006, la mia ricerca già si stava spingendo verso l’idea di “svuotamento” con l’opera “Iperlibro”. L’incontro con l’olografia è stato del tutto intuitivo, non ne sapevo nulla al riguardo, ho seguito il mio intuito affidandomi all’ignoto e alla scoperta. Così ho iniziato a lavorare con un olografo italiano, Melotti, e per circa due anni mi sono dedicata in solitaria alla realizzazione delle opere esposte poi alla Biennale. Seguivo la ricerca teorica, ma non conoscevo allora nessun artista e nessuno mi ha ispirato, a parte i classici come G. Bataille, il surrealismo e il dadaismo. Ero affascinata dal carattere onirico degli ologrammi e mi è sembrato che la forma dell’assemblage tra oggetto reale e olografico fosse un linguaggio originale, da inventare».

F.B.: Sei stata invitata a partecipare al Padiglione Italia di Vittorio Sgarbi da Bernardo Bertolucci. Come è arrivato il regista a conoscere il tuo lavoro?

D.T.: Ho conosciuto Bertolucci grazie a un’amica che lavora nel cinema e che me lo ha presentato. Il mio lavoro con gli ologrammi era già a buon punto e Bertolucci, che simpatizza molto con tale tecnica, si è incuriosito ed una volta mi è venuto a trovare nel mio studio romano. Il confronto con Bertolucci è stato molto stimolante sotto molti punti di vista: è una persona di grande sensibilità, curiosità e cultura, che mi ha incoraggiata a proseguire e devo dire che ne avevo proprio bisogno! Infine c’è stata la sorpresa della Biennale e la possibilità di confrontarmi con un pubblico eterogeneo. Per me è stata una prova importante, anche una sfida, se non altro per non essermi fatta intimidire dalle molte, giustificate o meno, polemiche. Ho inviato poi, di esclusiva mia iniziativa, due mail una all’ Holography Center di New York e una al MIT, che mi hanno risposto ed invitata, ma non è stato facile ti assicuro, se non altro per l’alto profilo di serietà, ricerca e motivazione richiestomi».

F.B.: Il 4 marzo da Bonhams a Londra vanno all’asta due lavori olografici aventi come soggetto la macchina da scrivere Olivetti. Uno dalla serie Perturbing Objects del 2011, esposto alla Biennale, e l’altro dalla nuova serie di questo 2014. Cosa lega l’olografia a questi oggetti?

D.T.: «Il lavoro del 2011 è stato eseguito con una tecnica olografica di base, mentre per l’ultimo ologramma ho utilizzato una tecnica molto superiore, con una diversa emulsione, ma a parte questo, quel che conta è anche il discorso dell’assemblaggio e dell’installazione che ho realizzato nelle opere esposte alla Biennale, per cui avevo scelto ed esposto pezzi di apparecchi come il telefono, la macchina da scrivere, il registratore. Li ho scelti intuitivamente, senza pensare al fatto che funzionano in modo analogico come la tecnica olografica da me utilizzata. Sono oggetti per me molto belli esteticamente, che hanno anche a che fare con le parole, la comunicazione e che, trasposti in ologrammi, diventano una sorta di “archeologia del futuro”».

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