Mercato: chi c’è dietro il boom dell’arte italiana?

Arte Italiana - Il banditore Jussi Pylkkänen durante la evening sale di Postwar and contemporary art da Christie's New York il 10 novembre scorso. Image: Courtesy Christie's.
Il banditore Jussi Pylkkänen durante la evening sale di Postwar and contemporary art da Christie's New York il 10 novembre scorso. Image: Courtesy Christie's.

Passato il ciclone delle aste è il momento di fare il punto sul mercato dell’arte italiana. A colpi di record la nostra arte sembra riscuotere sempre più successo. E i prezzi di Fontana, Burri, Arte Povera & Co. continuano a salire senza sosta. Ma come mai il mercato dell’arte italiana è così caldo? Secondo James Tarmy di BloombergBusiness questo boom lo si deve, in primo luogo, al collezionismo statunitense che, dopo aver ignorato per decenni l’arte non americana, sta adesso scoprendo i nostri artisti che, a differenza di Pollock & Co., hanno ancora prezzi “relativamente ragionevoli”. Ma un collezionista, su ART Market Monitor, avverte: «Quello dell’arte italiana è un mercato completamente pilotato dai galleristi sia americani che italiani».

 

Fontana: due record in un solo mese

 

New York, Rockefeller Plaza. E’ qui che, il 10 novembre scorso, l’arte italiana ha fatto registrare l’ennesimo risultato eclatante con il nuovo record mondiale di Lucio Fontana: 27.1 mln di euro, realizzato da Concetto spaziale, La fine di Dio, opera del 1964 che guidava l’evening sale di Christie’s dedicata all’arte contemporanea e del dopoguerra. Un nuovo record che è arrivato a neanche un mese di distanza dal precedente, realizzato da un altro Concetto Spaziale, La Fine Di Dio (1963), nell’Italian Sale di Sotheby’s a Londra. Ma la cosa più incredibile è che ben 5 delle 10 migliori aggiudicazioni di Fontana sono di quest’anno. A testimonianza di un mercato in costante ascesa su cui gli analisti hanno, però, iniziato ad interrogarsi. (Leggi -> Italian Sale: Sotheby’s incorona Fontana, Agnetti e Medardo Rosso).

Arte Italiana - Lucio Fontana, Concetto spaziale, La fine di Dio (1964).

Lucio Fontana, Concetto spaziale, La fine di Dio (1964).

Se il padre dello Spazialismo è un recordman d’eccezione è, infatti, tutta l’arte italiana del XX secolo che, negli ultimi tempi, sta riscuotendo un successo al limite dell’anomalo. Dall’Arte Povera a Burri, passando per Castellani, Scheggi, Manzoni e così via. Un successo che ha fatto guadagnare ai nostri artisti il ruolo più prestigioso in tutte le aste serali. E così, se nel 2010 un Fontana si aggirava, nelle private sale, sui 2-2.5 milioni dollari, quest’anno la sua opera più “economica” apparsa in asta superava i 100 milioni. Un trend di crescita incredibile e che sembra destinato a durare nel tempo e di cui Fontana è solo l’esempio più lampante.

 

Un trend partito in galleria e che solo ora arriva in asta

 

Quanto si sta verificando nelle principali aste newyorchesi e londinesi, stando a quanto racconta a James Tarmy di Bloomberg l’art advisor americano Todd Levin, è un fenomeno già in atto da tempo nelle gallerie d’arte più importanti e che solo ora arriva nelle sale room. A tal proposito, spiega a Tarmy anche Daniella Luxembourg, cofondatrice della galleria Luxembourg & Dayan, un’opera di grande formato di Alberto Burri, come quelle in mostra oggi al Guggenheim, potrebbe essere venduta privatamente ad oltre 10 milioni di dollari, mentre il miglior risultato in asta per l’artista italiano è, ad oggi, quello ottenuto l’11 febbraio dello scorso anno da Christie’s a Londra dove una sua Combustione Plastica è stata venduta per 7.6 milioni.

Arte Italiana - Alberto Burri, Combustione Plastica, 1960-61.

Alberto Burri, Combustione Plastica, 1960-61.

«Negli ultimi cinque anni – aggiunge la Luxembourg – in asta non è mai passato un grande formato di Burri, sono quasi tutti stati venduti privatamente. E lo stesso vale per i grandi Fontana, sul tipo di quelli passati recentemente nelle aste di Londra e New York. Fino ad ora, questo tipo di opere veniva venduto in galleria. In un certo senso, il mercato privato è in anticipo sulle case d’asta».

 

Collezionisti o galleristi? Chi c’è dietro questo successo?

 

Se dunque questi record incredibili sono una novità solo apparente, quello che James Tarmy si chiede è come mai tutto ciò avvenga proprio ora. Domanda legittima, a cui il giornalista di Bloomberg risponde attribuendo tutto ciò a due fattori: il primo riguarda il collezionismo statunitense che inizia ora ad interessarsi all’arte non americana, dopo decenni di scelte molto “patriottiche”; il secondo è un dato prettamente di mercato che vede gli italiani non solo in linea con i gusti degli acquirenti Usa, ma anche decisamente più “economici” di Pollock & Co. Una spiegazione che non è piaciuta molto ad un collezionista che ha contattato Marion Maneker di ART Market Monitor via email, commentando tanto brevemente quanto causticamente, il pezzo di Bloomberg: «Da quando seguo il mercato dell’arte (fine anni Ottanta) – scrive il collezionista di cui la Maneker cela, per ovvie ragioni, il nome – Fontana è presente nelle evening sale di Londra e, così, anche Burri e sempre con prezzi relativamente alti. Anche se questi erano ancora più elevati nelle gallerie europee. Fin qui niente di nuovo, salvo due fattori: il mercato americano e artisti speculativi come Castellani, Scheggi & Co.». «Il mercato dell’arte italiana – aggiunge – è completamente pilotato dai galleristi, in particolare da molte grandi gallerie in possesso di ingenti scorte (in primis di Burri e Fontana) e da un piccolo gruppo di gallerie italiane sostenute da un sacco di soldi milanesi. Alle Italian Sale di Londra l’80% del pubblico è composto da mercanti. E la metà di loro lascia la sala al termine dell’asta prima che inizi la sessione di arte contemporanea».

Arte Italiana - Un momento dell'ultima Italian Sale di Sotheby's

Un momento dell’ultima Italian Sale di Sotheby’s

Sollecitato dalla Maneker, che chiede quali siano le ragioni che spingono un gallerista a compare delle opere a cifre così alte pur essendo parte del mercato, il collezionista prosegue in modo ancor più pungente e punta il dito sul meccanismo di creazione della domanda che caratterizza il mercato dell’arte: «Come è successo con Picasso, Warhol e Richter la domanda viene creata inondando il mercato, a differenza di quanto può pensare la gente. E inondare il mercato significa rifornire le case d’asta: da dove pensi che vengano tutte quelle opere che passano nelle aste serali? E il gioco funziona ancora meglio se si allestiscono, in simultanea, mostre degli stessi artisti nelle gallerie. Se poi anche le istituzioni danno una mano, tanto meglio (Guggenheim, Musee d’Art a Moderne de la Ville de Paris…). E’ così che si crea la domanda».

 

Ma quanto potrà durare?

 

Il meccanismo messo in evidenza dal collezionista citato dalla Maneker può infastidire ma, in fondo, è lo stesso che si trova in tanti altri mercati. Quanti di noi hanno realmente bisogno di un iPhone 6 da 900 euro? Quello che fanno i galleristi oggi non è altro che l’estremizzazione del modello elaborato da Paul Durand-Ruel già nell’Ottocento o, allargando il campo, di un marketing che ricorre sempre più a leve e dimensioni psicologiche per rendere necessario ciò che sarebbe razionalmente superfluo. Che poi un gallerista difenda il mercato di un suo artista è, tutto sommato, corretto. Anzi, direi che fa proprio il suo mestiere. Il vero tasto dolente è, invece, la connivenza di galleristi e istituzioni museali che di fatto compiono una manovra che in ambito finanziario avrebbe un solo nome: insider trading. Detto questo, quello che, semmai, dovremmo chiederci è quanto può durare questo gioco al rialzo. Ha veramente senso spingere sempre più in alto i prezzi dell’arte fino a renderli inaccessibili? Oltre al fatto che questo inondare il mercato sempre con gli stessi nomi sta rendendo tutto tremendamente noioso.

8 Commenti

  • armellin ha detto:

    Bravo Maggi. Inoltre questo inondare il mercato con opere di artisti morti da tempo fa venire in mente il lecito sospetto che l’anima dell’artista morto continui a dipingere ! Non vedo nessun controllo in atto, quando per serietà si dovrebbe obbligare ogni artista o Fondazione dello stesso artista, a certificare esattamente prima della morte dell’autore, il numero di pezzi prodotti venduti e archiviati. C’é troppa merce falsa in giro.
    Idem per la perversa intesa con le Istituzioni Museali, chi garantisce l’onestà di questi accordi ?
    I prezzi possono essere inaccessibili anche a cinquemila euro, dipende cosa ha in tasca l’acquirente.
    Le grandi cifre automaticamente provocano delle dighe economiche di non ritorno, perché chi tira fuori venti milioni di dollari non vuol certo vedersi il suo Fontana dopo 10 anni tornare ad un milione (che é già troppo).
    Mi sembra chiaro che il mercato é drogato…ma nessuno si preoccupa di far fare antidoping al sistema…SA

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Caro Stefano, come ho detto a Titti il mercato dopato in realtà rappresenta solo lo 0.2% del totale. Ma ciò non toglie che quello che affermi è corretto. Aggiungerei una nota sulla connivenza tra mercato e musei – cosa che riguarda in primo luogo gli Stati Uniti dove nei board dei musei siedono alcuni dei più grandi collezionisti del mondo. Ecco se abbiamo deciso che l’arte deve essere anche una forma di investimento, forse sarebbe giunto il momento di applicare all’arte quelle regole che si trovano anche nel mercato finanziario. In primo luogo il reato di insider trading. Perché, insomma, è un po’ troppo comodo essersi creati un mercato finanziario parallelo in cui fare quello che ci pare visto che in quello ufficiale ce lo impediscono. E questo anche in rispetto dell’oggetto di queste transazioni: l’arte. Poi, come dice lei, i prezzi faranno il loro corso. Buona serata. Nicola

  • Titti Pece ha detto:

    Mi piace di questo blog la chiarezza (e l’onestà) con cui si spiegano cose e concetti che quasi tutti, nel gioco del sistema, rendono volutamente ‘complicati. Mi piace (voglio dire trovo interessante) di questo articolo il punto di vista di osservatore interessato a conoscere (e a far conoscere) i meccanismi senza esserne ‘implicato’. La domanda che mi rimane sempre senza risposta è qual è, se c’è, il mercato dell’arte non speculativa. Voglio dire: esiste uno spazio per la ricerca?

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Cara Titti, scusa il ritardo con cui ti rispondo ma la festività mi ha tenuto lontano dal pc. La risposta alla tua domanda è sì. La speculazione riguarda principalmente il mercato di fascia alta che rappresenta solo lo 0.2% del mercato. Quindi una parte veramente piccola anche se è quella, alla fine, che fa più notizie per le grandi cifre. Nella fascia media e medio-bassa la situazione è decisamente diversa: con media e medio-bassa ovviamente mi riferisco ai prezzi non alla qualità. Anche da noi esistono molte gallerie che fanno un ottimo lavoro di ricerca e che propongono giovani a prezzi tutto sommato “normali”. Poi dipende molto dai mercati in cui ci si muove. Quello italiano, ad esempio, è molto più conservatore di altri per cui gli artisti più sperimentali hanno un po’ più di difficoltà ad avere visibilità al di fuori del mondo degli addetti ai lavori. Già in Germania la situazione è diversa. Ma il mercato c’entra poco, è questione più che altro di cultura. E da noi la cultura del contemporaneo non è molto diffusa per non dire assente. Non so se ho risposto alla tua domanda. Nel caso riscrivimi pure. Buona serata. Nicola

  • Fabio ha detto:

    Hai ragione, il sistema dell’arte funziona ANCHE in questo modo.
    Ma sai cosa ti dico? In fondo chi se ne frega?
    Questo gioco al rialzo colpirà soprattutto (e forse solamente) chi all’arte si avvicina per speculazione e senza competenza e passione vera.
    I contemporanei di oggi saranno i Castellani di oggi e ne godrà, come giusta ricompensa, chi ha raccolto per primo i loro frutti.

  • lois ha detto:

    Gentile Maggi, che il mercato “spurio” dell’arte contemporanea avesse coinvolto anche l’arte italiana era palese, soprattutto dagli esempi al rialzo che lei ha citato o penso all’improvvisa rinascita di Scheggi e delle sue immeditate quotazioni schizzate ai record (nonostante il suo valore artistico e di ricerca, è passato da uno stato di “anonimia” – con le dovute eccezioni agli esperti di settore – ad un ruolo di protagonista nell’arco di poco meno di un anno); oppure leggevo in questi giorni che ad Art Basel un arazzo di Boetti era proposto tra i 10 e 15milioni!…
    Purtroppo il Mercato artistico si rivela sempre più un gioco di Elite tra pochi protagonisti, abilmente architettato e strutturato. Ma per fortuna quello che resta è il valore estetico ed artistico delle opere che non muta solo in rapporto ad un prezzo falsato.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Concordo con lei. L’importante sarebbe che il gioco rimanesse nelle sfere alte e coinvolgesse solo artisti di cui difficilmente si può mettere in dubbio il valore artistico, senza estendersi – come invece accade – a giovani che hanno ancora tutto da dimostrare. Comunque qualche regolina in più non guasterebbe, più che altro per regolare i rapporti tra i board dei grandi musei e le case d’asta.

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