Car Crash. Tradotto: Incidente. Note a margine su una serie di Mario Schifano

Mario Schifano ritratto da Rossella Farinotti (particolare)

Per i lettori e gli amanti di questo blog parlare di Mario Schifano non sarà certo una novità. Se ne è parlato molto qualche anno fa in occasione del record d’asta per l’opera Cleopatra’s Dream battuto da Christie’s New York nel 2016 e se ne è discusso recentemente con il nuovo record battuto da Sotheby’s a Milano (800.000 euro) per l’opera Con anima del 1965.

Sono dati positivi e incoraggianti. Una prova del crescente interesse dei collezionisti nei confronti di un artista spesso penalizzato dal mercato, ma che è stato senza dubbio il più importante artista romano degli anni Sessanta e uno dei maggiori pittori italiani del secondo dopoguerra. Schifano, come ha raccontato Giorgio Marconi, è stato un precursore della tecnica della rielaborazione delle immagini, delle comunicazioni e delle informazioni prima della rivoluzione globale, prima della digitalizzazione delle immagini stesse, anticipando l’universo mediatico in cui viviamo oggi nel ventunesimo secolo.

Il riconoscimento complessivo dell’opera di Schifano non può arrivare se non viene rivalutata la sua produzione figurativa, la quale, nonostante sia il centro del suo lavoro, è ancora molto indietro se paragonata al riconoscimento unanime di cui gode la serie dei Monocromi. Per quanto si tratti di un’indicazione relativa, infatti, il recente record d’asta segna uno spostamento di interesse dalle giustamente acclamate opere monocrome alle opere figurative dello stesso periodo (1963-65 e in taluni casi anche oltre) dell’artista, che più dei monocromi raccontano dell’affermarsi del linguaggio “Pop” in Italia e della peculiare visione estetica dell’artista.

La copertina del catalogo della mostra "Tutto", alla Galleria Odyssia di Roma nel 1963.

La copertina del catalogo della mostra “Tutto”, alla Galleria Odyssia di Roma nel 1963.

La storia del passaggio dalla pittura dei monocromi a quella di una neo-figurazione, inizia nel febbraio 1963 con la mostra organizzata alla Galleria Odyssea di Roma, in cui Schifano, andando contro il parere della sua gallerista dell’epoca, Ileana Sonnabend, espone i risultati delle sue prime ricerche sulla figurazione, introducendo nel contesto della giovane avanguardia artistica romana un nuovo diffuso ed entusiasta interesse nei confronti della figurazione.

Immaginata come una sorta di “concept-album”, la mostra, dal titolo Tutto, testimoniava della vorace attenzione dell’artista per il nuovo paesaggio della modernità: un paesaggio fatto di insegne, segnali stradali, frammenti e ritagli di paesaggio e immancabili automobili. Forme stilizzate ridotte a pochi segni che pur testimoniavano di un rinnovato interesse nei confronti della figurazione dopo la stagione informale.

All’interno di questo meditato proliferare e moltiplicarsi di immagini, il lavoro di Schifano si struttura attorno ad un soggetto in particolare, simbolo della modernità dai tempi del Futurismo, che diventa anche il motivo portante della triade paesaggio, modernità e figura: l’automobile. Schifano riformula il tema dell’automobile in un soggetto, Incidente: l’immagine di una macchina incidentata, che nelle prime versioni è una americanissima Cadillac, e successivamente un’Alfa, spesso e volentieri segnalata da una freccia e che riporta la scritta in stampatello “Incidente”.

L'opera 129 die in Jet (1961-62) di Andy Warhol esposta nella recente retrospettiva Al Whitney Museum: Andy Warhol—From A to B and Back Again

L’opera 129 die in Jet (1961-62) di Andy Warhol esposta nella recente retrospettiva Al Whitney Museum: Andy Warhol—From A to B and Back Again

La fonte dichiarata per questa serie di opere è il lavoro Car Crash di Andy Warhol, della serie Death and Disaster, alla quale l’artista di Pittsburg inizia a lavorare a partire dal 1962. Il quadro germinale di questa serie 129 dead in Jet (1962) viene infatti esplicitamente citato da Schifano in un collage del ‘63 dove si vede una grande freccia puntare un punto all’interno di un vasto e indistinto paesaggio bianco e la scritta in stampatello INCIDENTE.

Mario Schifano, Incidente, 1963. Collage. Courtesy: Sotheby’s.

Variata e riproposta fino almeno al 1964, la serie Incidente mostra nella maniera più chiara e conseguente il passaggio dalla pittura dei Monocromi a quella di una neo-figurazione meccanica e anti-sentimentale assimilabile allo spirito Dada (o neo-dada). In una delle prime versioni messe a punto dall’artista, la figura dell’auto appare disordinatamente scomposta e disarticolata, sospesa tra l’indistinto continuum monocromo della vernice e le linee di contorno della figura che ne fanno da argine. Un’immagine interrotta e discontinua che si mostra e si risolve tutta in superficie.

Per certi versi ironico, segnaletico, freddo, meccanico e anti-sentimentale lo stile di Schifano si configura come adozione incondizionata del nuovo linguaggio della modernità. L’artista lavora proiettando le immagini fotografiche sulla tela e ricorrendo a tecniche di ingrandimento e deformazione dell’immagine tipiche di certa arte dada e delle sperimentazioni degli anni Venti e Trenta.

Andy Warhol, Orange Car Crash (5 Deaths 11 Times in Orange) (Orange Disaster), 1963. Courtesy: GAM Torino

Le sue figure appaiono ritagliate nello sfondo e l’aspetto psicologico dell’immagine – caro a certa arte informale – viene ribaltato nella totale assenza di dramma: la vernice, distribuita abbondantemente sulla superficie del quadro e lasciata colare in alcune sue parti, crea un raffreddamento percettivo e una sospensione del giudizio nell’osservatore, generando un momento di semplice accettazione visiva.

Le serie di Incidente mostra chiaramente che la matrice di questa nuova pittura figurativa non è la natura (Io non amo la natura, 1965) bensì il paesaggio urbano (Ai pittori di insegne, 1963) filtrato attraverso l’esperienza del monocromo – che è soprattutto esperienza metalinguistica, di riflessione sul mezzo, presa di posizione estetica. In Incidente (1963) è il colore domina sul disegno. L’aspetto narrativo che sottende alla figura (la possibilità di riconoscerla e di darle un nome, di descriverla) risulta come azzerato dalla dimensione percettiva della forte campitura cromatica. Lo sfondo e il contesto, la resa plastica dell’immagine, la materia pittorica… tutti gli elementi legati in un certo senso alla dimensione della memoria, vengono azzerati e portati ad un piano di pura percezione visiva. Guardando Incidente ciò che riusciamo a pensare sono tutte immagini legate al colore arancio: alterazione, instabilità, energia ma anche pericolo. Attenzione: INCIDENTE. Appunto.

Mario Schifano, Incidente, 1963. Courtesy: Casa di Cultura Goffredo Parise, Ponte di Piave

Ci rendiamo conto che non conta tanto il soggetto, quanto il modo di guardare: i filtri, gli occhiali, l’ottica. La preoccupazione di Schifano in questi anni è quella di definire un nuovo linguaggio figurativo capace di riassumere nei propri tratti (visivi) gli aspetti salienti della moderna società di massa. Attraverso la campitura, i filtri e i tagli fotografici la figura è sottratta alla sua dimensione storica, ideologica, politica viene desemantizzata e restituita, con l’aspetto di una nuova immagine “aperta” (ovvero suscettibile di diverse e non univoche interpretazioni) al tempo presente.

Contaminando tra loro i media, invertendo i parametri, scambiando le forme della narrazione e giocando con le abitudini percettive, Schifano instaura una dialettica sempe nuova tra l’immagine e lo sguardo, ben cosciente che quanto si sottrae all’abitudine si regala all’invenzione, alla scoperta, al nuovo.

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