Fotografia: i “cieli cupi” di Loredana De Pace

A 16 anni la mamma le regala una Yashica e lei inizia a scattare tramonti e riflessi sullo Ionio davanti a Taranto, sua città natale. Inizia così l’avvenutura di Loredana De Pace nel mondo della fotografia che, alla fine del 2014, l’ha vista presentare a Roma, presso la Galleria Interzone di Michele Corleone, la sua ultima fatica: Sono un cielo nuvoloso. Lavoro che la vede abbandonare la Reflex per passare all’applicazione per smartphone Hipstamatic.

Nicola Maggi: Come nasce l’idea di Sono un cielo nuvoloso?

Lorenada De Pace: «Nasce in primo luogo come un’esigenza. Avevo bisogno di fermare il ricordo di qualcosa che è apparso nella mia vita per poi, come spesso accade, scomparire. Da questa necessità sono nati tantissimi scatti realizzati tra il 2011 e il 2014. Inizialmente, peraltro, non avevo la consapevolezza che potessero trasformarsi in una mostra. Poi Michele Corleone della Galleria Interzone, guardando le foto, mi ha dato una traccia, mi ha fatto capire che quelle foto scattate con l’applicazione Hipstamatic potevano essere qualcosa di più di una cartella con delle foto sparse».

Loredana De Pace, Senza titolo (dalla serie Sono un Cielo Nuvoloso), 2011-2014.

Loredana De Pace, Senza titolo (dalla serie Sono un Cielo Nuvoloso), 2011-2014.

N.M.: Un lavoro molto autobiografico…

L.D.P: «Sì, quelle immagini parlano degli affetti della mia vita che, nei miei cieli nuvolosi, hanno trovato una nuova forma. Attraverso la fotografia ho tentato di gestire un poco la forma e la persistenza nel tempo di quell’“altro”, che nella vita, invece, resta ingestibile. Raccontano la mia storia e quella dei miei cari, ma anche quella di tutti gli altri: si nasce, si vive e la materia poi si trasforma in altro. Per questo oggi forse chiamerei questo lavoro in un altro modo. Sono un cielo nuvoloso è un po’ troppo autoreferenziale e quel “sono” adesso mi appare quasi “aggressivo”. In particolare dopo le reazioni di vera commozione e partecipazione che ho visto tra il pubblico della mostra, rivelando una capacità empatica di queste immagini che, sinceramente, non mi sarei aspettata. Forse oggi lo chiamerei Siamo un cielo nuvoloso».

Loredana De Pace, Senza titolo (dalla serie Sono un Cielo Nuvoloso), 2011-2014.

Loredana De Pace, Senza titolo (dalla serie Sono un Cielo Nuvoloso), 2011-2014.

N.M.: In tutti i tuoi lavori l’elemento umano è fondamentale anche quando non c’è…

L.D.P.: «Esattamente, anche quando non c’è. In questa serie, ad esempio, ci sono solo due miei ritratti: uno davanti allo specchio, dove sono quasi irriconoscibile per la forte luce, e una foto di quando ero bambina che ho rifotografato. Per il resto questa presenza è nei dettagli. Ma d’altronde è così che funziona la memoria: salva porzioni di quello che viviamo. Se così non fosse moriremmo di memoria. E così il corpo umano diventa un frammentato del tutto, il rapporto con la sua presenza (e assenza) è costante, deve esserlo. Così come lo è quello con gli altri elementi che dal mondo reale sembra che vogliano sfuggire, per la loro caducità o semplicemente perché il loro percorso giunge a compimento».

Loredana De Pace, Senza titolo (dalla serie Sono un Cielo Nuvoloso), 2011-2014.

Loredana De Pace, Senza titolo (dalla serie Sono un Cielo Nuvoloso), 2011-2014.

N.M.: I tuoi progetti precedenti aveno il taglio del reportage su tematiche sociali. Qui invece, abbandoni la Reflex e usi lo smartphone. Una scelta piuttosto radicale…

L.D.P.: «Il mio modo di fotografare dipende da ciò che ho bisogno di dire. Fotograficamente parlando io nasco nel mondo dei bagni chimici in camera oscura, delle pellicole e della reflex – che mi segue sempre – ma oggi mi piace usare lo smartphone. I puristi della fotografia storceranno il naso, ma avevo la necessità di essere veloce e leggera e di liberare la testa da tutte le sovrastrutture tecniche che si legano alla fotografia tradizionale. Lo smartphone e questa app, Hipstamatic, si confacevano molto al mio modo attuale di vedere le cose. Poi il mio sogno resta sempre quello di comprarmi una Rolleiflex».