Mostre: Citèra, la rinascita secondo Tealdi, Melinelli e Chiamenti

Una vista della mostra "Citèra" allo spazio per l'arte contemporanea Société Interludio di Torino. Foto: Stefano Mattea/Llum collettivo

Société Interludio è uno spazio espositivo torinese aperto nel 2018, fondato dall’artista Paul de Flers e dalla curatrice Stefania Margiacchi e situato al piano nobile di un palazzo di primo Novecento nella splendida Piazza Vittorio Veneto.

Una galleria ma anche open space e punto di incontro tra appassionati d’arte e cultura, connotata dalla volontà di favorire il confronto fra artisti e con il pubblico, focalizzata in particolare sulla pittura delle nuove generazioni.

Il loro modus operandi è affascinante, perché prevede l’invito di un artista sulla base del tema immaginato per la mostra, che a sua volta ne invita un secondo, il quale a sua volta ne coinvolge un terzo, sempre sotto supervisione della curatrice.

 

Una vista della mostra “Citèra” allo spazio per l’arte contemporanea Société Interludio di Torino. Foto: Stefano Mattea/Llum collettivo

Un’occasione per rafforzare legami ed allacciare nuovi rapporti in un contesto domestico e familiare, in cui gli artisti sono invitati a dialogare e appropriarsi dello spazio, come ci racconta Stefania Margiacchi in occasione della mostra Cìtèra, che vede la partecipazione degli artisti Giovanni Chiamenti, Nicola Melinelli  ed Enrico Tealdi.

«Enrico Tealdi –  spiega la curatrice – è stato il primo artista chiamato a concepire insieme a noi lo spirito e l’anima della mostra che, nonostante lo slittamenteo dell’inaugurazione e il cambiamento del titolo (doveva chimarsi Dopo il diluvio) sono rimasti invariati. Anzi, il volersi appropriare del luogo-casa, inteso anche come un rifugio, una sicurezza, ha acquisito un valore aggiunto con l’esperienza che tutti abbiamo vissuto quest’anno«

«Il nuovo titolo scelto –  prosegue Margiacchi –  è stato ispirato dal nome dell’isola da cui, secondo la mitologia greca, sarebbe nata Venere, ed una nuova rappresentazione di Citèra è idealmente quella ricreata tra le mura domestiche di Société Interludio. Abbiamo infatti provato a rendere la galleria una sorta di giardino privato, invitando i visitatori ad entrare in un interno che altrimenti non avrebbero occasione di vedere, uno spazio trasformato dall’arte secondo un progetto di rinascita e crescita».

 

Un dei lavori della serie Mushrooms di Nicola Melinelli. Foto: Stefano Mattea/Llum collettivo

Nel primo spazio espositivo della galleria troviamo “disseminate” le opere di Nicola Melinelli (Perugia, 1988), artista che ha fondamenta radicate nella pittura ma la cui ricerca spazia in scultura e installazioni.

In questo caso ha realizzato appositamente la serie intitolata Mushrooms, un ibrido tra arte ed oggetto di design che parla di rigoglio naturale e si fa traduzione – successiva a studio e osservazione – dei comportamenti delle forme di vita vegetali.

Una serie di vasi per vegetazione recisa le cui texture e anatomie si rifanno a immaginifiche cortecce, muschi o funghi, tecnicamente realizzate a partire da una struttura in vetro ed a seguire rivestite da sovrastrutture in fil di ferro e colla a caldo pigmentata.

 

Un delle opere dalla serie Vanitas di Giovanni Chiamenti

Nel cuore della galleria si trova l’installazione studiata appositamente per Société Interludio da Enrico Tealdi, 35 metri lineari di pittura ad acquarello concepita nel suo studio ed allestita a parete in modo tale che i grandi supporti di carta, affiancati l’uno all’altro, diano vita a una veduta d’altri tempi, dai contorni sfumati, onirica e malinconica al tempo stesso.

Racconta Stefania: «Volevamo che la pittura si appropriasse dello spazio, per questo quella che a prima vista può ricordare una carta da parati prende invece vita, vivendo una dimensione scultorea resa possibile dalla scelta espositiva. Non fissando la carta a parete questa risponde agli stimoli ambientali – il vento da una finestra, l’umidità della giornata – e trova movimento e vita propria. Ecco quindi che ci si trova in un giardino che è anche un salotto, in una situazione di abbandono languida e fuori dal tempo».

Nello stesso ambiente, in perfetto equilibrio e dialogo con l’installazione di Enrico, si trovano – quasi sospese su basi trasparenti – le sculture in ceramica di Giovanni Chiamenti (Verona, 1992) appartenenti alla serie Vanitas, le cui forme rimandano ad un’idea primordiale di conchiglia, in opposizione al significato a questa attribuita nelle nature morte fiamminghe – un omaggio alla nascita di Venere – e che racchiudono al loro interno minerali e fossili di diversa natura, a simbolizzare, pur nella loro fragilità, una rinascita dall’elemento terra.

 

Un lavoro della serie Quarantena di Giovanni Chiamenti. Foto: Stefano Mattea/Llum collettivo

L’immaginario onirico del sottobosco evocato dai lavori di Melinelli entra invece in dialogo con quello sottomarino di Chiamenti con l’opera Quarantine, che, come racconta Stefania: «Rappresenta una sorta di flora ispirata da elementi naturali raccolti dall’artista in riva al mare, trasportati clandestinamente negli Stati Uniti e riprodotti con l’ausilio di una stampante 3D».

«Queste sculture – conclude la curatrice – vengono così presentate in un light-box, supporto asettico, come se fossero in una sorta di quarantena. La mostra celebra il trionfo della debolezza: nella fragilità o nella permanenza dei lavori di Chiamenti, nell’imparare a cercare la bellezza anche in ciò che solitamente non vogliamo guardare (Tealdi), nella perdita di controllo e nella conseguente costruzione sopra le contraddizioni (Melinelli)».

L’esposizione ha inaugurato lunedì 21 e sarà aperta fino a domenica 27 settembre dalle ore 15.00 alle ore 19.00 in Piazza Vittorio Veneto 14 a Torino, quindi sarà visitabile dal 28 settembre al 30 dicembre 2020 su appuntamento.