Collezionare con Marina Nissim, tra sogno personale e realtà condivisa

Identikit: Marina Nissim, imprenditrice e collezionista, Milano
Identikit: Marina Nissim, imprenditrice e collezionista, Milano

Ho raggiunto Marina Nissim una mattina di fine marzo, al telefono, senza troppo preavviso, tra reciproche riunioni e appuntamenti, come un bel regalo inatteso e accolto con gioia, da potervi offrire a mia volta. Ecco a voi un’altra incursione sul significato dell’arte e sulle necessità di un collezionismo privato proiettato al sostegno e alla condivisione dell’arte per contaminare la collettività.

Alice Traforti: Mi ha raccontato di essere appassionata d’arte quasi da sempre, cresciuta circondata dalla collezione d’arte moderna di famiglia, e che colleziona per se stessa arte contemporanea, tra emergenti e affermati. È stato così fin dal suo primo approccio col collezionismo o qualcosa in particolare ha generato questo suo preciso interesse per il tempo attuale?

Marina Nissim: «L’occasione avuta fin da piccola, di visitare musei, gallerie e collezioni, ha certamente educato il mio occhio e mi ha sensibilizzata a cogliere e godere del bello in senso lato. Sono stata ben presto conquistata dall’arte moderna e contemporanea e soprattutto dalla capacità di molti artisti di reinterpretare la realtà con originalità e provocare lo spettatore».

A.T.: Durante la nostra telefonata ha ribadito spesso il concetto di divertimento che associa al collezionare arte. Mentre parlava, io mi sono immaginata come una sorta di dimensione parallela in cui una versione di Marina – come di qualsiasi altra persona – potesse andare a giocare per un po’. Allora ho pensato di chiederle che valore ha per lei l’arte nella vita e nella società.

M.N.: «Nella mia vita, l’arte rappresenta una dimensione di piacere e bellezza, anche contemplativa, forse un po’ distante dal concetto di divertimento. Lo definirei piacere. Quanto alla società, l’arte visiva può educare alla bellezza, suggerire nuove prospettive, provocare, insegnare a guardare, senza necessariamente coinvolgere nella visione un bagaglio culturale. Direi che ha un valore positivo nella società, invita a fermarsi, a riflettere, anche a sorridere o avvertire il dolore. L’arte visiva, a mio parere, ha la capacità di aprire al sentimento e alle emozioni».

Agreements to Zinedine, L'ANIMALE CERIMONIALE, 2019 © Melania Dalle Grave e Agnese Bedi

Agreements to Zinedine, L’ANIMALE CERIMONIALE, 2019 © Melania Dalle Grave e Agnese Bedi

A.T.: Mi ha confidato anche che le piace soprattutto la scultura, riempire uno spazio con energia e colori in un confronto visivo e coinvolgente che porti un brio di vitalità negli ambienti. Ha a che fare sempre con il divertimento di cui sopra? Ne deduco, quindi, che la sua collezione non sia finalizzata a un investimento, almeno non in maniera esclusiva e totalizzante, o sbaglio?

M.N.: «La tridimensionalità, la materia, anche declinata nell’arte pittorica mi piace molto. Mi piace poter modificare lo spazio intorno a me con opere che sono presenze. Apprezzo diversi materiali che vanno dal bronzo alla ceramica, al legno, al ricamo e al tessuto. La mia collezione non è finalizzata a un investimento più o meno saggio. Un mio acquisto parte sempre da un’emozione forte, a volte una folgorazione, che un’opera esercita su di me. Poi, naturalmente, se l’investimento economico è rilevante, valuto la transazione anche da un punto di vista finanziario».

A.T.: Ora vorrebbe parlarci un po’ della sua collezione e di qualche pezzo collocato in un luogo particolare?

M.N.: «La mia collezione è distribuita nelle mie case, dove cerco di fare in modo che le opere, scelte con attenzione, si incontrino con l’arredo. Mi piace anche creare dei luoghi, una parete, uno scorcio, in cui far convivere accanto a un’opera famosa di un grande artista quella di un emergente che ha avuto la capacità di entusiasmarmi quanto l’altra. Non colloco le mie opere in base ad altro criterio che non sia quello spaziale di incontro con altre opere e con l’armonia della casa. La mia collezione è costituita da artisti provenienti da tutto il mondo e, negli ultimi anni, si è arricchita di lavori di donne, sempre più presenti nel panorama artistico contemporaneo».

Alessandro Fogo, La Fontana della Giovinezza, 2018-2019. © Melania Dalle Grave

Alessandro Fogo, La Fontana della Giovinezza, 2018-2019. © Melania Dalle Grave

A.T.: Parliamo adesso di sogni, anzi, del suo grande sogno di sostenere la creatività dei giovani e di promuoverla con continuità. Da dove nasce questo desiderio?

M.N.: «Sono molto sensibile al tema del sostegno delle nuove generazioni. In generale, mi sono occupata e ho supportato progetti legati all’educazione in Africa e in Italia, cercando di contrastare l’abbandono scolastico. Ho messo, per esempio, a disposizione borse di studio destinate ad attività di giovani ricercatori, e anche nell’arte, che è la mia grande passione, ho cercato di dare un’opportunità a giovani artisti, che naturalmente abbiano talento, idee, creatività e che mi appaiano innovativi. Così è nato, nell’ottobre 2017, il mio primo progetto di mostra, ¿soy Cuba?, dove otto artisti cubani di ultima generazione sono venuti in Italia e si sono fatti conoscere dal pubblico milanese. Immersione libera è il mio secondo progetto, questa volta dedicato a giovani nati in Italia o che qui lavorano».

A.T.: Passiamo dal sogno alla realtà, una di quelle che supera la fantasia. In collaborazione con Galleria Continua, Associazione Pier Lombardo e Teatro Franco Parenti, sostiene i progetti di arte contemporanea che vanno in scena alla Palazzina dei Bagni Misteriosi di Milano, il cui intero complesso ha rivisto la luce nella stagione 2016 dopo un felice intervento di recupero. ¿soy Cuba? è stata la prima mostra, nel 2017, con un racconto sulla scena artistica cubana attraverso 8 giovani proposte. Ora è invece la volta di Immersione libera, ancora visitabile fino al prossimo 18 maggio 2019, con 12 interventi tra artisti, binomi e collettivi italiani che si affacciano sulla scena contemporanea internazionale. In questo contesto, si è appoggiata di volta in volta a giovani curatori diversi e al sempre vivo intuito della Galleria Continua nel condividere l’intero processo di selezione. Com’è nata l’idea di questo particolare format?

M.N.: «Tutto è nato da un’amicizia, quella che mi lega a Maurizio Rigillo, Lorenzo Fiaschi e Mario Cristiani, i bravissimi fondatori di Galleria Continua. Durante la mia visita alla Biennale dell’Avana nel 2015, chiacchierando con loro che si sono subito dichiarati disponibili, è nato il progetto della mostra cubana. Una volta tornata a Milano, ne ho parlato con Andrée Ruth Shammah, alla quale sono unita da una vecchissima amicizia, che stava ultimando la ristrutturazione della Palazzina dei Bagni Misteriosi, e il cerchio si è chiuso».

Calori e Maillard, mc2, 2019 © Melania Dalle Grave e Agnese Bedini per DSL Studio

Calori e Maillard, mc2, 2019 © Melania Dalle Grave e Agnese Bedini per DSL Studio

A.T.: Leggo dal comunicato stampa di Immersione libera che “le opere sono pensate per fondersi con lo spazio circostante e favorire, attraverso esperienze immersive, il coinvolgimento dei visitatori”. Quindi si tratta ancora di spazio e di dialogo con le persone, le architetture, la città.

M.N.: «La Palazzina dei Bagni Misteriosi è un bellissimo spazio espositivo per l’arte. I suoi ambienti, numerosi e diversi, sono stati valorizzati da una ristrutturazione volutamente “al rustico” e creano un luogo ideale in cui l’artista può esprimersi in libertà, dialogando e finalizzando lo spazio con la propria opera, a volte tenendo conto anche del contesto più ampio, dell’acqua, per esempio, così suggestiva nella piscina prospiciente. I visitatori rimangono incantati, oltre che dai lavori degli artisti, proprio dal rapporto armonico che la mostra è in grado di creare tra il dentro e il fuori».

A.T.: La promozione dei nuovi talenti è partita con Cuba ed è approdata al momento in Italia. Prevede altre tappe per il futuro, vero?

M.N.: «Non sono decisioni da prendersi alla leggera, ma certo mi piacerebbe proseguire se Immersione Libera continua ad avere il riscontro molto positivo di critica e di pubblico che vedo in questi giorni. E allora, chissà, portare in Italia i giovani emergenti nell’arte contemporanea asiatica potrebbe essere la mia prossima sfida!».

Raluca Andreea Hartea_Sogno, sorrido, cammino, piango, 2019 © Melania Dalle Grave e Angese Bendini

Raluca Andreea Hartea, Sogno, sorrido, cammino, piango, 2019 © Melania Dalle Grave e Angese Bendini

A.T.: Durante i suoi viaggi, cerca di coniugare visite a musei o gallerie, o comunque di respirare il clima culturale dei luoghi che attraversa. Per quanto riguarda le fiere onnipresenti, invece, non è stata la prima a manifestare una certa stanchezza per l’ambiente con art week e collateral annessi che rendono l’esperienza “quasi un altro lavoro, e non più un hobby”, pur con qualche salda eccezione. Che cosa le piacerebbe trovare, o non trovare più, in una fiera d’arte contemporanea?

M.N.: «Quando viaggio, cerco appena possibile di ritagliarmi il tempo per vedere con grande piacere Gallerie e musei. Le fiere sono tante, forse davvero troppe. La mia preferita rimane Art Basel, che non manco mai di vedere, come in fondo continuo a visitare le più interessanti. In futuro, tuttavia, vorrei dedicarmi a conoscere da vicino giovani artisti che vivono anche molto lontano, in Sud America o in paesi come l’India, la Cina, l’Africa».

A.T.: Dulcis in fundo. Dopo i giovani artisti e i giovani curatori, quale messaggio vorrebbe lasciare ai giovani collezionisti?

M.N.: «Di non dimenticare mai che l’arte è un patrimonio culturale per tutti e, come tale, va condivisa e sostenuta il più possibile. Se si parte da questo presupposto, il resto viene da sé».