Collezionare Fotografia: Mario Trevisan

Un passato di collezionista di arte moderna e contemporanea, settore che per trent’anni lo ha visto guidare il dipartimento di un’importante casa d’aste italiana. Poi, oltre vent’anni fa, il grande passo: cede la sua prima collezione per iniziarne un’altra e coronare un amore antico, quello per la fotografia. E’ Mario Trevisan, uno dei più importanti collezionisti di fotografie a cui il nostro paese abbia dato i natali e che, lo scorso anno, ha ceduto in comodato d’uso la sua preziosa raccolta al Mart di Rovereto. Lo abbiamo incontrato nella sua casa veneziana per parlare della sua avventura di collezionista. Ne è uscita un’intervista che, da sola, è quasi una guida al collezionismo. Ma ecco cosa ci ha raccontato.

Mario Trevisan fotografato da Paolo Ventura

Mario Trevisan fotografato da Paolo Ventura

Nicola Maggi: Quando nasce la sua passione per la fotografia e come ha iniziato a collezionarla?

Mario Trevisan: «La mia storia è un po’ strana. In realtà nasco come matematico e solo successivamente, attraverso conoscenze che all’Università si occupavano di economia dell’arte, mi sono avvicinato a questo campo. Ho lavorato, per anni, in una casa d’aste come responsabile del settore moderno e contemporaneo; settore in cui ho creato la mia prima collezione. La fotografia, però, è sempre stata una mia passione, da giovane mi piaceva fotografare, partecipare ai soliti concorsi e circoli foto amatoriali, poi per motivi di tempo ho smesso. Ma l’amore è rimasto, tant’è che quando collezionavo arte moderna e contemporanea la mia preferenza era rivolta più alle opere d’arte su carta che non all’olio su tela: preferivo una bella incisione di Picasso, o simili, ad un discreto olio di un artista minore. Nel frattempo, ho sempre guardato alla fotografia, che compravo in modo molto sporadico, un pezzo ogni tanto, di artisti che usavano la macchina fotografica più che di fotografi. Poi il grande passo: ho venduto tutta la mia collezione di arte moderna e contemporanea e ho cominciato a raccogliere fotografie. Purtroppo ho iniziato troppo tardi – erano i primissimi anni 90 -, se avessi cominciato prima oggi avrei delle immagini che adesso posso solo sognarmi. Oltre alla passione, alla base di questa scelta vi è, però, anche un discorso di tipo economico: ho preferito avere una importante raccolta di immagini che una discreta-mediocre raccolta di dipinti».

27 Riboud - A street in old Beijing

Marc Riboud, A street in old Beijing, 1965. Stampa alla gelatina ai sali d’argento, 22,5 x 33,5 cm. Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto – Collezione M. Trevisan.

N.M.: Come sono cambiati, nel tempo, il suo modo di collezionare e la sua collezione?

M.T.: «Ovviamente, se uno si dedica ad una collezione con impegno e passione, nel tempo cambia il suo modo di collezionare. Parafrasando le parole del grande collezionista Roger Thérond, scomparso una decina di anni fa, possiamo dire che nel collezionismo esistono tre fasi distinte: la prima è animata dall’entusiasmo, dall’ardore: si ha paura di non ritrovare nel mercato certe immagini e si tende a comprare tutto, commettendo molti errori.  La seconda fase è quella della ragione, dove ogni  scelta è molto più ponderata e legata ad un progetto preciso.  Il passaggio tra la prima e la seconda fase è lungo e faticoso, è necessario studiare, guardare e cercare. Infine arriva la terza ed ultima fase, quella del godimento, quando la nostra collezione ha ormai un’impronta precisa. Ecco,  in questo momento io mi trovo nella zona di passaggio tra la seconda e la terza fase e sto cercando solo quelle immagini che, a parer mio, mi mancano. Sono molto più cauto e, soprattutto, sono molto, molto più informato, più rigoroso».

N.M. Dove ama fare i suoi acquisti? In gallerie, in fiera, all’asta o direttamente dagli artisti?

M.T.: «Credo che per le fotografie l’unico modo sia il ricorso alle varie case d’asta. Adesso ci sono tantissime aste in tutto il mondo e una trentina di case d’asta, tra Stati Uniti, Inghilterra, Germania e Francia, fanno regolarmente aste solo di fotografia. Le gallerie in Italia, tranne qualche rara eccezione, sono decisamente ad un livello che non può competere con le case d’asta».

N.M.: Nell’immaginario collettivo, il collezionista viene visto come un “cacciatore” di pezzi unici, ma in fotografia raramente ci troviamo davanti ad esemplari unici. Come convive il collezionista con questa particolarità del medium fotografico?

M.T.: «Il collezionista goldoniano, che cerca la rarità, o meglio l’unicità, per fortuna sta sparendo, anche perché le rarità non ci sono più. Resta, nella fotografia, ed è la domanda e il dubbio di tutti, il problema della non unicità. Ecco, a chi ha questo problema consiglio di cambiare subito genere di collezione. Per la mia collezione ho sempre cercato la bellezza e non l’unicità, che potrebbe essere eventualmente un valore aggiunto, ma un valore aggiunto economico e non estetico. Preferisco avere una immagine bella che hanno in molti piuttosto che un’immagine rara ma brutta. Per questo considero la non unicità una cosa positiva: solo così, infatti, sono riuscito ad avere immagini che, altrimenti, non avrei mai potuto avere. Colgo l’occasione per togliermi un sassolino dalla scarpa: mi pare che, attualmente, si parli troppo della tiratura, della numerazione, dando a questi elementi un’importanza eccessiva per distoglierci dalla questione della mediocrità generale della produzione corrente. Si dovrebbe parlare di più delle immagini, del davanti della foto e meno del numero di edizione che c’è sul retro».

NO09 Dodgson - The Game of Draughts Charlotte Edith Denman, Arthur Denman and Grace Denman's legs.

Charles Lutwidge Dodgson ,The Game of Draughts. Charlotte Edith Denman, Arthur Denman and Grace Denman’s legs, 1863.  Stampa all’albumina, 12,5 x 17,8 cm. Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto – Collezione M. Trevisan.

N.M.:  Quali sono i rischi più comuni che corre un collezionista alle prime armi che si avvicina alla fotografia?

M.T.: «Sostanzialmente sono quelli  che citavo parlando della prima delle tre fasi del collezionismo. Sono rischi legati al troppo entusiasmo iniziale, alla fretta eccessiva di possedere una immagine. Ma si tratta di una fase, direi, inevitabile. Il pericolo di incappare in dei falsi, invece, è  in fotografia decisamente minimo: tranne quei due o tre casi eclatanti che si conoscono non ci sono grandi pericoli, a patto di avere un attimo di occhio allenato. La foto della foto si vede lontano un chilometro».

N.M.: Lo scorso anno ha ceduto, per 10 anni, la sua collezione al Mart di Rovereto. Come è maturata questa decisione che, immagino, le deve essere costata non poco sacrificio?

M.T.: «La cosa è costata molta fatica a me e a mia figlia, che condivide con me la passione per la fotografia e segue la collezione. A volte penso: “Vado a vedermi la tal foto che è nella cassettiera”;  non ricordandomi, invece, che è in una cassettiera al Mart a Rovereto. Poi, però,  penso che sono in buone mani, tenute bene, e poi che vengono esposte e lo trovo giusto. Adesso una trentina di immagini fanno parte della mostra La magnifica ossessione e una ventina dell’altra esposizione, Andata e ritorno, sul concetto di souvenir. E c’è anche un altro bel progetto…  insomma, trovo più giusto così che tenerle a casa nei vari cassetti e, poi, per dirla tutta, il Mart mi ha lasciato la possibilità di andare a vedere le mie foto quando voglio, nel caso mi prendesse una “crisi di panico”».

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Jerry Norman Uelsmann, Senza titolo, 1988. Stampa alla gelatina ai sali d’argento, 26 x 34,3 cm. © Jerry Norman Uelsmann, Courtesy Paci Contemporary, Brescia. Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto – Collezione M. Trevisan.


N.M.: Quanto è importante il collezionismo per i musei?

M.T.: «La politica del prendere le opere in comodato da parte dei musei la trovo importantissima. Il Mart in questo è stato un battistrada. Il museo si trova con del materiale importante per poter fare mostre o da esportare in cambio di altre mostre. Credo sia la strada giusta, ovviamente occorre avere la struttura per farlo e i fondi per farlo perché, anche se non  eccessive, il museo deve farsi carico di spese di mantenimento ed assicurazione».

N.M.:  “Con gli occhi, con il cuore, con la testa” è il titolo della mostra che il Mart ha organizzato per presentare al pubblico la sua collezione. In che misura un buon collezionista deve affidarsi a ciascuno di questi organi?

M.T.: «Direi per il 33% ad ognuna, anche se credo sia fondamentale la testa, nel senso della conoscenza. In questo genere di collezionismo si deve conoscere bene la storia della fotografia, l’opera dei fotografi, bisogna studiare e spendere molto in libri che, per fortuna, sono molti e quasi sempre anche molto belli. Il consiglio che potrei dare è di farsi l’occhio attraverso lo studio della storia della fotografia e le varie monografie».

N.M.: La sua collezione parte dai dagherrotipi delle origini per arrivare ai giorni nostri e, se non erro, conta circa 250 pezzi. Il mosaico è completo o mancano delle tessere che, in tutti questi anni, non è ancora riuscito a conquistare?

M.T.: «Una collezione non finisce mai, altrimenti è morta, ed è morto chi la fa. Mi mancano ancora una ventina di immagini, per il momento, dico per il momento. Cerco da tanto una fotografia di Claude Cahun, una di Alec Soth, una della Sophie Calle, e altre. Ho una ventina di immagini messe in collezione che vorrei cambiare con altre dello stesso autore ma più significative e poi… le prossime scoperte…»

N.M.: Ecco, a proposito di prossime scoperte: dando uno sguardo al panorama italiano della fotografia, quali sono, secondo lei, le personalità artistiche emergenti più interessanti?

M.T.: «Seguo il panorama contemporaneo ma onestamente di cose che mi folgorano non riesco a vederne. Sono tutti bravissimi ma, d’altronde, con Photoshop e un grande laboratorio di stampa raggiungi presto livelli qualitativi eccelsi. Con internet, poi, sono tutti informati delle nuove tendenze ma, alla resa dei conti, sono tutti uguali: bravissimi ma anonimi. Farei un solo nome per l’Italia, che è quello di Paolo Ventura: una promessa artistica che ha mantenuto la sua parola. Mi sembra che svetti in questo panorama, abbastanza uniforme, di giovani. Non mi viene altro in mente».

3 Commenti

  • Fabio Castelli ha detto:

    Ho letto con piacere ed interesse l’intervista all’amico Trevisan e mi sono sentito tirato in ballo quando dice:
    “Colgo l’occasione per togliermi un sassolino dalla scarpa: mi pare che, attualmente, si parli troppo della tiratura, della numerazione, dando a questi elementi un’importanza eccessiva per distoglierci dalla questione della mediocrità generale della produzione corrente. Si dovrebbe parlare di più delle immagini, del davanti della foto e meno del numero di edizione che c’è sul retro”.
    Effettivamente, come responsabile di una Fiera di Fotografia come MIA fair, mi sento obbligato a difendere il più possibile le caratteristiche che l’opera debba avere per essere valutata correttamente dal pubblico, in modo da indurre più collezionisti possibile verso il mercato della fotografia che,essendo formato da opere moltiplicate, incute ancora timori e perplessità sopratutto a coloro che provengono dal collezionismo di opere uniche.
    Posso portare come esperienza quella di direttore artistico, per sei anni, della Galleria Fotografia Italiana di Milano, il cui notevole successo di vendita è passato, non tanto dalla qualità dei lavori presentati, senza la quale non avremmo avuto neanche l’interesse di un pubblico, ma dal rigore osservato per la valutazione di tutte quelle caratteristiche che influenzano il valore commerciale della fotografie.(edizione, numerazione prova d’artista, vintage ecc, ecc.). Atteggiamento fondamentale per indurre un potenziale compratore a mettere mano al portafoglio e non soltanto a intessere elogi.
    E’ chiaro, ha ragione Trevisan a sottolinearlo, che la qualità dell’immagine è la cosa più importante,ma questo vale per tutte le opere ed è ovvio per qualsiasi opera d’arte. Questo giudizio è però espressamente soggettivo, e dipende da quale momento del suo percorso di conoscenza viene a trovarsi colui che emette il relativo giudizio, dalla sua sensibilità, dalla sua cultura e conoscenza.
    Sull’argomento relativo alle edizioni, per esempio, si possono trovare posizioni oggettive in quanto gli atteggiamenti possono facilmente essere ascritti all’interesse delle differenti categorie in gioco. Ci sono quelli che danno la massima garanzia al collezionista e altri che danno invece maggiori vantaggi al gallerista e all’artista.
    Dipende, appunto,dagli interessi che si vogliono tutelare.
    Per esempio, edizioni diverse per dimensioni diverse avvantaggiano il gallerista e l’artista, dimensioni diverse nell’ambito della stessa edizione favoriscono invece il collezionista offrendo la massima chiarezza e non prestando il fianco a nessuna speculazione .
    Altro punto di vista soggettivo è l’affermazione che le migliori fotografie si possono trovare nelle aste. Non sono d’accordo. Per me le migliori foto si possono trovare nelle gallerie e, quindi, nelle fiere. Ma io ho trascorso solo tre anni in una casa d’aste, e organizzo una Fiera di Fotografia…

    Fabio Castelli

  • Mario Trevisan mario trevisan ha detto:

    Carissimo Fabio,
    non avevo nessunissima intenzione di tirarti in ballo. Condividiamo mille e mille cose (anche l’anno di nascita!) ma capisco perché ti senti tirato in ballo in quanto questo è un argomento che noi due abbiamo affrontato più volte.
    Le divergenze nascono dal fatto che abbiamo due modi diversi di collezionare e pensare una collezione di fotografia.
    Fabio Castelli è stato il primo o perlomeno tra i primi in Italia a collezionare fotografia dell’ottocento, ma adesso si dedica quasi esclusivamente alla fotografia contemporanea dove diventa sempre più difficile distinguere il “fotografo” dall’artista che “usa come mezzo espressivo la macchina fotografica” e quindi in questo genere ha senso tenere in alta considerazione la tiratura.
    Il mio discorso si riferiva alla fotografia in generale, dall’ottocento, quando nessun fotografo sapeva cosa voleva dire “tiratura”, ad oggi. E anche nel contemporaneo, mi si dia ragione, quante volte sentiamo i galleristi che ti dicono subito, come cosa fondamentale, quanti esemplari ci sono di quella immagine e ti parlano poi del fotografo e dell’immagine, giocando su questa smania di possesso di un certo gruppo di collezionisti dell’oggetto unico a prescindere dalla sua bellezza.
    Stesso discorso per la possibilità di comperare delle foto: per il contemporaneo, hai ragione, ci sono delle gallerie valide in Italia che si presentano anche nelle varie fiere ma se niente niente cerchi una immagine di Talbot o della Cameron o anche di Weston o Stieglitz… non credo ci sia in Italia una galleria che abbia in vendita queste immagini… devi ricorrere per forza alle varie case d’asta mentre in America, Inghilterra, Francia e Germania queste foto le trovi in alcune gallerie specializzate.
    Credo che i nostri punti di vista nascano solo da questa diversa partenza.

  • Fabio Castelli ha detto:

    Pienamente d’accordo, la valutazione di esemplari di fotografia storica segue approcci e criteri molto diversi da quelli utilizzati per le immagini contemporanee, a cui io effettivamente io mi riferivo.

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