Collezionare il Futuro

Se già il mondo del collezionismo è ampio, quello del collezionismo d’arte è quasi sconfinato. Ma tra tanta arte prodotta nel mondo nelle varie epoche, cosa ci spinge a prediligere l’arte contemporanea?

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un crescente interesse per l’arte contemporanea e il suo “sistema”. Interesse a cui non sempre corrisponde un’adeguata capacità di comprensione da parte del grande pubblico. Questo per una serie di motivi che, sinteticamente, potremmo riassumere nelle false opinioni e nei pregiudizi che impacciano lo sguardo del visitatore alle prese con le creazioni del nostro tempo. Un impaccio legato, in primis, ad una “educazione artistica” ancorata a quelli che sono i parametri estetici illuministici, i quali vorrebbero che l’autentica opera d’arte parlasse la lingua di tutti. Come ha scritto Adolf Loos, d’altronde, «l’uomo vorrebbe vivere soddisfatto, in una situazione che gli desse la sicurezza ereditata dai grandi del passato. Andare più lontano, abbandonare le posizioni acquisite gli procura disagio. Per questo odia l’artista, che tenta di soppiantare con idee nuove quelle alle quali lui si è ormai affezionato».

Marcel Duchamp - Tonsura (1919)

Marcel Duchamp – Tonsura (1919)

Spingendo l’osservatore a muoversi in ambiti di senso nuovi, scomodi e inquietanti, l’arte contemporanea spesso, infatti, confonde. E confonde ancor di più nel suo interrogarsi su se stessa. Una situazione che genera domande su quale sia l’ispirazione dell’artista e, più che altro, su quale sia il significato vero dell’opera che stiamo osservando. Domande a cui uno dei padri fondatori dell’arte contemporanea, Marcel Duchamp, ha già dato, in fondo, una riposta più che esauriente affermando che:  «Non è più soltanto l’artista da solo a compiere l’atto creativo, l’osservatore porta l’opera d’arte a contatto con il fuori, decifrando e interpretando le sue qualificazioni interne; e aggiunge il suo contributo all’atto creativo».

L’arte contemporanea, nella sua espressione più alta, può dunque essere letta come una sfida a mettersi in gioco; come un’offerta di esperienza. Un’offerta in cui è necessario scegliere, perché non vi sono più asserzioni ma sconfinamenti continui in nuovi ambiti in cui, direbbe Ludwig Wittgenstein, “non esiste un ordine delle cose a priori”.

E’ in questa impostazione, credo, che si possa trovare la ragione del successo che l’arte contemporanea sta riscuotendo tra i collezionisti di tutto il mondo. Un successo che si lega alla sua capacità di aiutarci a comprendere il presente e ad illuminare il futuro ma anche ad apprezzare maggiormente, grazie ai suoi continui rimandi, la storia dell’arte del passato.  A queste caratteristiche principali se ne aggiungono poi delle altre che ne aumentano ancor di più l’appeal:

  • Il numero infinito di forme che può assumere, scardinando e dilatando il significato di alcune “etichette” storiche, come quella di “Scultura”. Una varietà immensa di proposte in cui il collezionista può scegliere quelle che più gli si addicono.
  • Il fatto che sia prodotta adesso e, quindi, da artisti viventi che, potenzialmente, potrebbero modificare all’improvviso il loro linguaggio artistico. Una imprevedibilità che non fa mai abbassare la guardia e che alletta molto. Oltre ad offrire, proprio per il suo essere di oggi, la possibilità (potenziale) di un confronto diretto con l’artista.
  • Il suo legame indissolubile con la scena sociale internazionale. In altre parole quel pizzico di mondanità che non guasta mai e fa un po’ sognare.

Questo breve elenco certamente non esaurisce le motivazioni, più o meno nobili, che possono spingere un collezionista a puntare sull’arte contemporanea invece che sulle creazioni di altri periodi storici. Ma credo che, pur nella sua limitazione, già dia una serie di buoni motivi per collezionare l’arte di oggi. E voi? Perché volete collezionare arte contemporanea?

Charlotte Higgins con l'artista Bob and Roberta Smith (foto: Christian Sinibaldi per the Guardian)

Charlotte Higgins con l’artista Bob and Roberta Smith (foto: Christian Sinibaldi per the Guardian)

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2 Commenti

  • innohit ha detto:

    E’ lecito a mio parere porsi un quesito sulla “durata” del valore dell’opera d’arte contemporanea relativa alla “conservazione” della stessa. Ad esempio: ho un amico/collega che realizza veri termitai con vere termiti che modificano in progressione l’opera in una bacheca di vetro completa di deumidificatore ed igrometro. Come garantire inalterato il valore nel tempo del termitaio al collezionista? Deve l’artista garantire il ricambio periodico delle termiti vive con quelle decedute? Deve (forse il gallerista) provvedere a fornire al collezionista le istruzioni sul mantenimento delle termiti? Ed ancora: deve essere l’artista o il gallerista a produrre la documentazione a norma decreto legislativo sulla importazione di specie animali protette? E non finirebbe qui…. Grazie.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Il tema che solleva è decisamente complesso e anticipa un paio di post che volevo proprio dedicare alla tematica della conservazione delle opere d’arte contemporanea che, come nel caso di quelle realizzate dal suo amico/collega, vede l’impiego di materiali e tecniche che esulano da quelli tradizionalmenti usati nell’arte di altri periodi.
      L’arte conteporanea ha messo in discussione lo stesso concetto di “durata” dell’opera tanto che, in questi casi, l’intervento di restauro deve essere inteso, come scriveva Cesare Brandi nel 1977, come un vero e proprio “atto critico di ‘riconoscimento dell’opera d’arte’, una riformulazione testuale dell’opera che condensa le molteplici stratificazioni di cui quest’ultima, con la propria storia, è espressione”. Il restauro, scriveva ancora Brandi, “ora si deve confrontare criticamente con una materia che nasce già usurata”.
      Come si capisce, un intervento di restauro su un’opera nata per non durare potrebbe incidere sul suo valore sia culturale che economico. A meno che l’artista, che per la Legge sul Diritto d’Autore mantiene sempre i diritti morali dell’opera, non preveda la sostituzione delle parti “usurate”.
      Comunque sia, per rispondere alle sue domande, l’artista, per legge, non è obbligato a garantire la conservazione dell’opera anzi: si può opporre a qualsiasi intervento o, al contrario, può richiede al proprietario di non esporre il lavoro se in cattive condizioni e non adeguatamente restaurato. Sempre per il nostro ordinamento, infatti, i diritti di utilizzazione economica sono cedibili mediante atto scritto mentre quelli morali rimangono in mano all’autore a difesa della sua personalità. Per quanto riguarda l’ultima domanda, su chi debba produrre la documentazione sull’importanzione di specie protette, sinceramente non saprei…

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