Collezionare Opere su Carta: la collezione RAMO di Milano

Alighiero Boetti, Senza titolo, 1965. China e china acquerellata su carta, 79.9 X 99.9 cm. Courtesy: Collezione Ramo
Alighiero Boetti, Senza titolo, 1965. China e china acquerellata su carta, 79.9 X 99.9 cm. Courtesy: Collezione Ramo

«Come quasi tutti i bambini disegnavo, ma ho capito presto che non ero un artista. Avrei potuto però disegnare i gioielli per l’azienda di famiglia, sviluppando un’attività di gioiellerie e a lato interessarmi degli artisti, specialmente di quelli che disegnano». Inizia così la storia della Collezione Ramo di Milano, una delle raccolte italiane più importante di disegni e opere d’arte su carta, nata dall’amore di Giuseppe Rabolini per il segno e per l’arte ed emblematica di come da un primo acquisto, nato in primo luogo da un “semplice” desiderio di possesso, si possa sviluppare negli anni, con passione e dedizione, una collezione personale che da un piccolo nucleo iniziale arriva ad evolversi fino ad avere un obiettivo storico-scientifico preciso. In questo caso quello di dimostrare, attraverso il disegno, che nel Novecento l’Italia non è stata seconda a nessuno nel campo dell’arte e, nello stesso tempo, promuovere una cultura del disegno, dal valore autonomo, al pari di pittura e scultura come ci spiega in questa intervista Irina Zucca Alessandrelli, curatrice della Collezione Ramo, che ci dà anche una breve lezione di collezionismo “in presa diretta” da cui trarre importanti consigli per iniziare col piede giusto a collezionare opere su carta.

Nicola Maggi: Dimostrare la grandezza dell’arte italiana attraverso il disegno. E’ questo l’obiettivo che 5 anni fa Giuseppe Rabolini si è dato come collezionista…

Irina Zucca Alessandrelli: «Innanzitutto per disegno, nel nostro caso, intendiamo opere su carta, work on paper. In collezione ci sono, infatti, le tecniche più disparate: dalla tempera, all’acquerello, al pastello a cera, al pennarello… Partire dal disegno, significa innanzitutto capire il tipo di legame che ogni artista rappresentato ha stabilito con questo mezzo espressivo. Per esempio Melotti metteva sullo stesso piano il disegno e la scultura; l’ha dichiarato più volte, era come se fossero due mezzi espressivi equivalenti e per lui il disegno era imprescindibile per essere un artista. E lo tesso vale anche per Salvo e per Boetti, per i quali il disegno è stato un mezzo espressivo privilegiato. L’importanza del disegno per gli artisti del secolo scorso non significa che lo considerassero come un mezzo preparatorio per fare poi una pittura o una scultura, ma significa piuttosto che senza disegnare non si sentivano artisti; cioè che la produzione su carta seguiva in parallelo tutta l’attività e la carriera di un artista.

Fausto Melotti, Senza titolo, 1968. Matita grafite su carta, 34 x 25 cm. Courtesy: Collezione Ramo

Fontana era un grafomane, disegnava sempre, in continuazione, non solo i progetti che aveva in testa, ma anche delle scenette, dei ritratti di donna. La carta era una propaggine della sua mente. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso qualsiasi artista cominciava la sua pratica con il disegno: era la formazione obbligatoria nelle Accademie, per cui rimane la spina dorsale dell’arte del Novecento. Era come il lavoro a computer oggi: nessun artista immagina di lavorare senza il computer, che sia un artista video o un fotografo o che si occupi di installazione. Il file serve a pensare, esattamente come il disegno nel secolo scorso. Però la qualità artistica dell’opera su carta era altissima.  Studiando i disegni degli artisti, partendo dai soggetti, dalle tecniche e dal significato che avevano per loro, emerge una storia diversa che nessuno ha mai raccontato in modo programmatico, senza collegarla alla storia tradizionale dei movimenti artistici, ma analizzandola in autonomia, a prescindere».

N.M.: …e la Collezione Ramo, infatti, ha tra i suoi obiettivi proprio quello di promuovere la cultura del disegno come mezzo espressivo dal valore autonomo e non solo come mezzo preparatorio per la realizzazione di dipinti e sculture. Su questo fronte qual è la situazione in Italia?

I. Z. A.: «Il disegno non si vede quasi mai nelle mostre o comunque molto poco. E’ ancora molto bistrattato. Spesso quando è esposto è illuminato male, non ha il vetro antiriflesso o non è stato restaurato, per cui presenta varie macchie da ossidazione, scotch. A volte è talmente rovinato che perde di interesse. Il problema è anche la fragilità della carta, che richiede molta cura specialistica. Manca ancora una cultura del disegno, ma il mercato ora si sta interessando di più a questo mezzo. L’anno scorso ad Artissima c’è stata per la prima volta in Italia una sezione dedicata al disegno, segno che le cose stanno lentamente cambiando».

N.M.: Come ogni Collezione, anche la vostra è iniziata dal desiderio, comune a molti appassionati d’arte, di possedere delle opere originali… qual è stata la fatale “numero uno”?

I. Z. A.: «Le prime opere acquistate sono state di Fontana, però direi che da parte di Giuseppe Rabolini, il proprietario della Collezione Ramo, non c’è mai stato un mero desiderio di possesso e, infatti, le opere non sono mai state esposte in casa sua, ma vivono da sempre in un caveau a 17 gradi, al buio, in cartellette acid-free, mai incorniciate né esposte. C’è piuttosto stato da parte del collezionista il desiderio di raccontare l’arte italiana dal punto di vista del mezzo espressivo più autentico e diretto per gli artisti dell’epoca. C’è un bisogno di creare una collezione la più completa possibile, per rappresentare al meglio gli artisti italiani, per dimostrare la loro incredibile originalità e inventiva, più che un senso di possesso».

Lucio Fontana, Senza titolo, quattro studi per Concetto spaziale, 1953-1954. China su carta, 22 x 28 cm. Courtesy: Collezione Ramo

Lucio Fontana, Senza titolo, quattro studi per Concetto spaziale, 1953-1954. China su carta, 22 x 28 cm. Courtesy: Collezione Ramo

N.M.: Che consiglio si sentirebbe di dare a chi volesse iniziare a collezionare disegni o, più in generale, opere su carta?

I. Z. A.: «Quello da cui ho cominciato, prima di fare le acquisizioni della Collezione Ramo: comprare i cataloghi storici e i libri dell’epoca degli artisti e studiare, studiare, studiare prima di comprare».

N.M.: La struttura della Collezione Ramo è molto complessa e oltre alla collezione in senso stretto, comprende anche  un archivio e una preziosa biblioteca, come vengono prese le decisioni al suo interno?

I. Z. A.: «Dopo aver studiato le opere da acquistare in relazione alla produzione dell’artista, ne discuto con Rabolini, che ha concepito la collezione come un piccolo museo, con un restauratore specializzato in carta, un’archivista che si occupa anche di prestiti, autentiche e del rapporto con gli archivi».

N.M.: Quello del collezionista è un “mestiere” che si impara sul campo e, in particolare, confrontandosi con il mercato. C’è un’esperienza che, in qualche modo, ha segnato la storia della collezione ramo e che può essere d’insegnamento a chi ha intrapreso da poco questo cammino?

I. Z. A.: «Io vado sempre a vedere le opere dal vivo, non solo quelle da acquistare, ma il maggior numero di opere possibile per ogni artista, anche quelle non in vendita. Il vero studio dello stile si fa sulle opere, non bastano i libri. Più se ne vedono, più si capisce cosa ha importanza per un artista e  cosa ha senso acquistare per rappresentarlo al meglio, al di fuori delle logiche di mercato. Il mercato spesso arriva ad un artista con grande ritardo, fuori tempo massimo».

Lucio Fontana I vigliacchi (Pratelli, Sironi, Ponti), 1933 Matita grafite e inchiostro su carta, 28.9 x 22 cm. Courtesy: Collezione Ramo

Lucio Fontana, I vigliacchi (Pratelli, Sironi, Ponti), 1933
Matita grafite e inchiostro su carta, 28.9 x 22 cm. Courtesy: Collezione Ramo

N.M.: Ma come si valuta un disegno e il suo valore, sia storico-artistico che di mercato?

I. Z. A.: «In relazione alla produzione di un artista, alle opere che aveva deciso di esporre quando era in vita, alle opere andate alle Biennali, a Documenta..Bisogna capire cosa contava per l’artista, non basta quello che ha importanza oggi per il gallerista che lo vende e nella maggior parte dei casi non lo ha mai conosciuto. Bisogna vedere cosa l’artista aveva deciso di pubblicare nei cataloghi dell’epoca, cosa dichiarava ai giornali, nelle lettere private. per fortuna non c’era internet il secolo scorso e ci sono rimaste molte riflessioni scritte essenziali per ragionare ad anni di distanza sulla produzioni di un artista».

N.M.: Il Disegno, come in generale le opere su carta, è molto fragile. Quali precauzioni deve prendere un collezionista che intenda mettere insieme una collezione di questo genere?

I. Z. A.: «Deve affiancarsi ad uno specialista del restauro su carta, non andare mai da restauratori di quadri pensando che sia la stessa cosa. Tutto quello che ho acquistato è stato prima controllato insieme al restauratore. Se si vogliono acquistare opere su carta di un secolo fa bisogna mettere in conto anche la spesa per un eventuale restauro e per il vetro museale, anti UV al 99%, il  che non è banale se si vuole comprare una serie di opere. Un’opera conservata male o troppo illuminata non torna più come prima, se è ossidata, il colore è sparito per sempre. La carta richiede una grande attenzione nella gestione. Per questo siamo molto cauti con i periodi di esposizione delle opere, anche quando le prestiamo ai musei».

N.M.: La collezione è una realtà in costante evoluzione, come si svolge la “vita” della Collezione Ramo?

I. Z. A.: «Tengo sempre sott’occhio le opere in asta e in vendita da privati, non si può mai prevedere cosa viene offerto né quando. Non si può cercare una cosa per volta, bisogna sempre essere vigili e indagare senza sosta. Non si trova quando si cerca, ma quando gli altri vendono bisogna essere pronti».

Irina Zucca Alessandrelli, curatrice della Collezione Ramo

Irina Zucca Alessandrelli, curatrice della Collezione Ramo

N.M.: A novembre il Museo del Novecento di Milano ospiterà la mostra Chi ha paura del disegno?… un titolo che ha un sapore molto programmatico…

I. Z. A.: «Il titolo è volutamente provocatorio e nasce dal desiderio di dimostrare come il preconcetto sulla fatica di vedere una mostra di disegni sia del tutto infondato. Il disegno è molto più immediato della pittura o della scultura, perché non si corregge mai, esce direttamente dalla mente dell’artista senza ripensamenti né correzioni, e in questa sua freschezza risiede la sua forza. Aspettatevi di essere molto stupiti alla nostra mostra di novembre. Il titolo ironizza su tutto quello che avreste voluto sapere sul disegno ma non vi hanno mai detto».

 

➡ Nel prossimo numero, in uscita l’11 agosto: Le opere su carta e il mercato: prezzo e valore 

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1 Commento

  • stefano armellin ha detto:

    Dimostrare la grandezza dell’arte italiana attraverso il disegno. E’ questo l’obiettivo che 35 anni fa Stefano Armellin si è dato come artista, con oltre cinquemila pezzi prodotti il nostro artista italiano può tranquillamente, e da solo, affondare tutta la prossima edizione della Biennale di Venezia, aspettiamo fiduciosi da anni che Tiffany, Alice Traforti, ne scriva.

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