Collezionismo: passione, ossessione, investimento

Nell'immagine grande la portaerei Enterprise della celebre serie Star Trek. Nelle foto piccole partendo dall'alto: Bruce Chatwin, Sigmund Freud e il collezionista Mario Trevisan.
Nell'immagine grande la portaerei Enterprise della celebre serie Star Trek. Nelle foto piccole partendo dall'alto: Bruce Chatwin, Sigmund Freud e il collezionista Mario Trevisan.

In un articolo pubblicato su Collezione da Tiffany qualche anno fa Mario Trevisan, uno dei più importanti collezionisti di fotografia italiani, ricordava come Roger Thérond (altro grande collezionista di fotografia nonché creatore della rivista Photo) avesse descritto in un’intervista quelle che riteneva le tre tappe caratteristiche della costruzione di una collezione, definite del Cannibalismo, dell’Aggiustamento e del Godimento. Ovvero il progressivo evolvere dall’iniziale entusiasmo che comporta un desiderio quasi insaziabile di acquisire gli oggetti che si vogliono collezionare, alla razionalizzazione riguardo l’impronta che si vuole dare alla propria collezione (quindi “restringendo il campo”), alla fase in cui — pur non venendo mai meno il desiderio di ampliare la propria collezione — si arriva a godersi quanto realizzato.

Il collezionismo è stato da sempre un terreno di speculazione per teorici della cultura, psicologi e collezionisti stessi. Bruce Chatwin — che da giovane aveva lavorato per Sotheby’s, partendo da inserviente e arrivando ad essere in brevissimo tempo uno degli esperti della casa d’aste londinese — racconta in diverse pagine di come la sua voracità di collezionista sia stata una delle cose da cui dovette fuggire per conquistare gli «ampi orizzonti» che diedero inizio alla sua carriera di viaggiatore/scrittore, e di come l’horreur du domicile dovesse continuamente combattere con la «smania di possedere oggetti». Il suo ultimo romanzo Utz è incentrato su un’ossessione collezionistica. Mario Praz, celebre collezionista di antiquariato, affermò a sua volta che «sottoposta a psicanalisi la figura del collezionista ne esce male, e dal punto di vista etico c’è certamente in lui qualcosa di profondamente egoistico e limitato, di gretto addirittura».

Sigmund Freud è tornato più volte sul significato del collezionismo come sintomo, definendolo in differenti contesti come una forma di feticismo che mette al riparo dall’angoscia; un tentativo di riproduzione dei piaceri erotici dell’infanzia, tramite la creazione di un piccolo mondo su cui esercitare una padronanza e gestione totali; un rituale che ha lo scopo di contrastare gli impulsi aggressivi e sessuali. Lo stesso Freud, comunque, fu a sua volta un accanito collezionista di opere d’arte antica (raccolse più di duemila pezzi) e al riguardo arrivò a dichiarare: «Ho fatto molti sacrifici per la mia raccolta di antichità greche, romane ed egiziane, e in realtà ho letto più di archeologia che di psicologia». Anche Werner Muensterberger (1913-2011), psicoanalista tedesco naturalizzato americano — fu terapeuta, tra gli altri, di James Dean, Laurence Olivier e Marlon Brando — autore del libro Collecting: an unruly passion – Psychological perspectives (Princeton, 1993) era un collezionista (in questo caso di arte primitiva).

 

Il collezionismo tra sana passione e ossessione

 

Gli psicologi oggi sottolineano che «nel bambino [la tendenza al collezionare] emerge spontaneamente; […] tale attività in età evolutiva è positiva perché aiuta a sviluppare alcune competenze, come la conoscenza degli oggetti, la capacità di classificarli, di fare comparazioni, analogie e differenze. Porta il bambino a confrontarsi con i coetanei, con i quali fare scambi, avendo così la possibilità di creare importanti relazioni sociali. L’arte del raccogliere rivela e aiuta la capacità di concentrazione e ha risvolti positivi sull’autostima, la gestione dello stress e nella ricerca di sé. […] Dai 6 ai 10 anni il desiderio di raccogliere risponde al bisogno di ordinare il mondo in categorie. Si parte da una tendenza a una raccolta indifferenziata, che prende spunto da aspetti qualitativi degli oggetti desiderati che sollecitano la sua curiosità: qui il bambino tende all’accumulo, procedendo solo in una seconda fase alla diversificazione degli oggetti e alla loro selezione in una determinata classe. Le scelte collezionistiche si affinano sotto l’influenza dei media e della famiglia stessa, soggetta anch’essa a tale influenza: i genitori, per esempio, suggeriscono per primi al figlio l’acquisto a fini educativi di un determinato album, o regalano il primo esemplare della collezione. Il bambino, ormai ragazzo, viene avviato ad acquisire tecniche e sistemi di conservazione, se non di esposizione. Inizia, attraverso i meccanismi di acquisto e di scambio, o di calcolo del patrimonio posseduto, l’educazione al calcolo dei valori» (da un’intervista a Laura Rosso, psicologa e psicoterapeuta: www.ilcollezionista.bolaffi.it, 10 gennaio 2014).

Ma — sottolinea ancora la Rosso — «l’importante è non esagerare, altrimenti si rischia di sconfinare nell’ossessione». Se nell’infanzia il desiderio di raccogliere rispecchia il bisogno di ordinare il mondo in categorie, in età adulta subentra la necessità di soddisfare l’esigenza di compiutezza e di ricerca, e così anche l’oggetto della collezione cambia. Se la tendenza al collezionismo permane con gli stessi meccanismi, gli psicologi parlano di bisogno di controllare l’ansia di separazione dagli oggetti dell’infanzia (è il caso degli adulti che raccolgono figurine, soldatini, trenini elettrici ecc.); d’altro canto quando il collezionismo degenera in mania dell’accumulo si parla di comportamento ossessivo-compulsivo (riferendosi soprattutto all’istinto di conservare e/o collezionare oggetti inutili o stravaganti, che secondo alcune recenti ricerche potrebbe essere addirittura causato da un’alterazione del lobo frontale del cervello, soprattutto dalla parte destra).

Il collezionismo insomma può essere salutare e terapeutico, aiutando a combattere l’ansia: il gesto di raccogliere, ordinare e catalogare un oggetto aiuta a infondere sicurezza. Nell’articolo da cui siamo partiti, Trevisan sottolineava: «c’è un momento in cui ci si accorge che la propria collezione ha, in qualche modo, un suo corpo, un suo senso quasi compiuto. Allora si ha il piacere di rivedere le singole opere, di curare i dettagli, [di] schedare le opere facendo un’archiviazione rigorosa e passando in rassegna i vari libri per provare dove sono pubblicate…» — purché il tutto non diventi una passione fuori controllo.

 

Il Collezionismo d’Arte e Star Trek

 

Il collezionismo d’arte presenta però connotazioni particolari, collegate sia al peculiare godimento estetico di oggetti legati per antonomasia al concetto di bello (di qui anche la soddisfazione di possederli), sia per il risvolto economico che sempre di più, in questi ultimi decenni, ha preso piede in questo campo.

Riferisce Erodoto che già i Babilonesi, cinque secoli prima di Cristo, organizzavano vendite pubbliche di opere d’arte. L’arte, che di per sé dovrebbe essere per principio quanto di più gratuito esista (dal punto di vista pratico “non serve a nulla”), già in era pre-capitalista portava in realtà con sé un potenziale risvolto “economico”, legato soprattutto al prestigio e all’immagine sociali, oltre che all’“elevazione dello spirito”. Ma con il sorgere del collezionismo d’arte e della bibliofilia nel Rinascimento si passò dal semplice valore d’uso degli oggetti artistici a un valore di scambio che, dalle connotazioni “sociali”, rapidamente assunse su di sé quelle economiche tout court fino a arrivare ad essere, nel panorama economico odierno, il fortissimo campo d’investimento finanziario che sappiamo.

Alessia Zorloni, nel suo libro L’economia dell’arte contemporanea, edito da Franco Angeli, ha egregiamente sintetizzato i quattro principali modelli di domanda dell’opera d’arte nella società attuale:

  1. l’interesse culturale legato a un bisogno di ordine estetico, in cui prevale il lato emotivo del “consumo”;
  2. il bisogno decorativo: arredamento ecc., ove prevale la componente funzionale del consumo;
  3. la speculazione finanziaria legata all’opera d’arte come “bene rifugio”, ove prevalgono criteri di carattere economico;
  4. le motivazioni di carattere sociale: prestigio, autoaffermazione, status ecc., in cui prevale una componente  simbolico / dimostrativa.

È interessante vedere come questi modelli, proprio nell’ordine della loro elencazione, rispecchino in qualche modo l’evoluzione del collezionismo d’arte negli ultimi decenni: dai cultori appassionati (come Panza di Biumo o Maramotti) ai tycoon che conciliano l’investimento finanziario con una missione culturale (Broad, Pinault), a quel tipo di miliardari — un tempo soprattutto americani, poi giapponesi e arabi, oggi principalmente russi e cinesi — che investendo in arte cercano anche una sorta di “legittimazione culturale”.

Ecco allora che, dopo cotanta disquisizione “colta”, a quanto detto finora conviene aggiungere una formidabile analisi della mentalità collezionistica che ci viene, inaspettatamente, dalla serie televisiva Star Trek. E precisamente dal mondo dei Ferengi, una razza extraterrestre — nel variegato universo esplorato dalla portaerei Enterprise — la cui cultura è caratterizzata da eccezionale acume affaristico e da una vera e propria ossessione mercantile. La loro società si basa, a livello “etico” e religioso, su 285 Regole dell’Acquisizione di sregolato capitalismo, e in una puntata della serie Star Trek: Deep Space Nine un Ferengi elenca i Cinque Livelli dell’Acquisizione: infatuazione, giustificazione, appropriazione, ossessione e rivendita. È facile riconoscere in questa elencazione le tipiche fasi del rapporto psicologico del collezionista con l’oggetto del desiderio.

Significativo il fatto che la fonte d’ispirazione di questa classificazione pare sia stata il cosiddetto Modello Kübler-Ross riferito alle fasi psicologiche che un malato terminale attraversa confrontandosi con l’idea della morte, descritte dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross nel suo celebre testo La morte e il morire del 1969: negazione, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione. Nel modello Ferengi il rapporto con l’oggetto capovolge in qualche modo specularmente le fasi Kübler-Ross adattandole al rapporto del collezionista/acquisitore con l’oggetto desiderato.

L’ultima delle fasi Ferengi può, a primo sguardo, apparire sorprendente. Ma è proprio lì, forse, che risiede il discrimine tra il collezionista appassionato “sano” e l’approdo alla coazione patologica: il sapersi godere i propri oggetti rispetto al sentirsi spinto a cercarne di ulteriori quando quelli posseduti, forse proprio perché “raggiunti”, non appagano più — ciò che lo psicologo Wilhelm Stekel (1868-1940) definì il culto dell’harem, collegato al feticismo: gestire la propria collezione come un pascià che quotidianamente scelga una nuova favorita “ripudiandone” un’altra. E d’altro canto la rivendita è nell’ordine delle cose se si parla del puro e semplice  commercio speculativo: l’ossessione, in tal caso, è proprio quella del denaro…

(Ed esistono, naturalmente, anche coloro che collezionano ossessivamente oggetti legati all’universo di Star Trek).

© 2016, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

1 Commento

  • armellin ha detto:

    Si può semplificare : fare una Collezione fa parte della natura umana, la Collezione cresce come una pianta e dipende molto da chi la coltiva. “missione culturale” metto le virgolette che forse avete dimenticato per Pinault che rimane un mercante e quel che investe per l’arte davanti ai suoi profitti generali é il minimo…una Collezione snob giusto per diversificare gli investimenti…

    Andrebbe sottolineato il successo : perché a parità di valore e di visibilità il pubblico va più da una parte che da un’altra ? prendi il Lago d’Iseo, Christo é nessuno davanti a Lorenzo Lotto eppure la massa va e muore (é caduta in acqua una ragazza di 27 anni ed é morta) sulla sua passerella e non sa che lì vicino c’é Lorenzo Lotto che non vedrà mai

    Nota sulla passerella : noi che abbiamo Venezia abbiamo proprio bisogno di una passerella sul lago d’Iseo per vivere l’esperienza di camminare sulle acque ?

    E Venezia é aperta tutto l’anno. SA http://armellin.blogspot.com

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