Il Collezionismo e l’arte di conservare

Siamo abituati a parlare di conservazione come un’azione necessaria alla sopravvivenza delle nostre collezioni. Conservare significa proteggere ciò che possediamo.

Ma forse bisognerebbe provare a invertire le componenti di questa frase. Se la conservazione non fosse il mezzo con cui agiamo sulla collezione, ma il fine ultimo del nostro essere collezionisti?

La semplifico. Il collezionista è prima di tutto un conservatore. Chi colleziona ha una naturale predisposizione a salvaguardare e proteggere gli oggetti che possiede, innata, alcune volte anche inconsapevole.

Se poi questi oggetti sono opere d’arte, significa che sta perseguendo a tutti gli effetti la mission principale del conservatore che lavora con e per il Patrimonio.

Non credo però che la maggior parte dei collezionisti si definisca così, naturalmente, un conservatore. Spesso vengono esclusivamente associate a questo ruolo una grande competenza tecnica e una buona manualità, che non sempre tutti sentono di avere.

“Non conosco i materiali e le loro proprietà”; “non ho idea di come si misuri il livello di umidità di un ambiente”; “non so e non voglio sapere nulla di un argomento così distante da me”.

Non dico che ogni collezionista sarebbe in grado di trasformarsi in un professionista della conservazione. Dico però che il collezionista fa conservazione, ogni giorno: ogni volta quando acquista un quadro; ogni volta mentre guarda il suo fascicolo di fotografie; ogni volta mentre inquadra la sua stampa preferita.

Lo abbiamo letto tante volte, la conservazione è un’azione continua e costante, silenziosa e invisibile. È un’azione quotidiana, svolta da chi è in contatto con gli oggetti da preservare.

E quindi, a questo punto è facile ed evidente: il collezionista è un conservatore, a tutti gli effetti.

Contrariamente a quello che abbiamo sempre pensato e al significato che la parola “conservatore” ha ad esempio in senso politico, mi piace associare a questo termine – forse un po’ in maniera provocatoria – un valore attivo.

Così, io credo, che quando un collezionista aggiunge un’opera d’arte a quelle che possiede innesca un atto vero e proprio di conservazione. Non la inserirà semplicemente in un elenco di autori e titoli, né la posizionerà solo su una parete qualsiasi come arredo.

In un certo senso, dichiara che da quel momento in poi si prenderà cura di quell’opera.

La conservazione è una disciplina ampia, che tocca tanti aspetti della nostra vita e sarebbe davvero impossibile credere di non avere, almeno una volta, applicato i suoi principi in una scelta che abbiamo fatto. Così, anche per caso.

Questa è una consapevolezza in effetti molto contemporanea. Infatti, la disciplina della conservazione di oggi non è solo scientifica e tecnica, ma è aperta e partecipata.

Nel ventennio passato la conservazione, in quanto settore di ricerca, ha provato in diverse occasioni a ritagliarsi un suo spazio specifico profilando sempre maggiormente gli esperti che si muovono nell’ambito tecnico.

L’arrivo di nuove tecnologie e le diverse influenze culturali e politiche degli ultimi anni, invece, stanno portando a un cambiamento radicale e all’apertura di questo settore prima, appunto, decisamente ed esclusivamente tecnico.

Allora, più di prima, un collezionista può cedere a questo ruolo che oserei definire – quasi come – un ruolo sociale: custode di arti diverse, di una cultura specifica e diffusa.

Come scriveva quasi dieci anni fa conservatrice inglese Mary M. Brooks, i principi teorici e pratici applicati alla conservazione di una collezione sono la base non solo per la salvaguardia del nostro Patrimonio, ma anche per il benessere della nostra società.

Collezionisti di tutto il mondo, sentitevi partecipi e motore di una nuova conservazione, più vera che mai.