Collezionista o Speculatore? Una sentenza del tribunale fa chiarezza

Foto di witwiccan da Pixabay. Immagine distribuita con Pixabay License: libera per usi commerciali, attribuzione non richiesta.

Come ho già avuto modo di scrive in altri articoli, non mai semplice definire i confini fra i soggetti cd. “professionali” che operano nel mondo dell’arte e coloro che in realtà sono semplici amatori, ovvero fra coloro che possono essere identificabili con la figura del mercante d’arte e coloro che possono essere definiti semplici appassionati.

Inoltre, una netta demarcazione fra i vari “ruoli” non è nemmeno offerta dalla Legge che non distingue in modo netto le fattispecie che identificano il collezionista privato e che aiutino a distinguerlo dallo speculatore, ancorché occasionale.

In tali situazioni, come spesso accade, le definizioni vengono ricavate per deduzione dai pareri della giurisprudenza, come nel caso in commento della Sentenza n.1412 del 18 settembre 2018 della Commissione Tributaria Regionale del Piemonte.

Tale sentenza origina da una vicenda che coinvolge l’Amministrazione finanziaria che aveva contestato ad un contribuente un reddito d’impresa non dichiarato in conseguenza della cessione di opere d’arte. In sostanza al collezionista è stata contestata la sussistenza della condizione di “mercante d’arte” in ragione di alcune vendite effettuate di sue opere.

La Commissione Tributaria Regionale ha tuttavia rifiutato la contestazione dell’Agenzia delle Entrate definendo le operazioni poste in essere dal collezionista come “mere dismissioni” di opere d’arte avvenute in periodi molto successivi alle relative acquisizioni.

Inoltre la Commissione ha aggiunto: «E’ infatti meramente normale che un collezionista acquisti e venda opere d’arte allo scopo di arricchire la propria collezione. Ma la dedizione nel tempo alla creazione e al mantenimento della propria collezione e l’esperienza via via accumulata in materia artistica, non integrano la ripetizione di atti di commercio tipica dell’esercente professionale di un’attività imprenditoriale».

Stante le interpretazioni sopra riportate non sono stati ricondotti al collezionista quegli elementi di abitualità e professionalità propri dell’imprenditore, o in questo caso specifico, del mercante d’arte tali da accettare la contestazione della presenza di un reddito d’impresa conseguente alla vendita “commerciale” delle opere.