I collezionisti e il bisogno d’arte

Una vista dalla Affordable Art Fair di Hong Kong
Una vista dalla Affordable Art Fair di Hong Kong

L’arte contemporanea è connessa alla dimensione socioculturale e socioeconomica delle società capitaliste avanzate. Da una parte l’oggetto artistico ricopre la funzione di bene simbolico il cui possesso è finalizzato all’accrescimento del prestigio dei proprietari; dall’altra esso svolge la funzione di bene economico che considera il prodotto artistico dal punto di vista del suo valore di scambio (come investimento o valore speculativo). Come spiega Francesco Poli in Il Sistema dell’arte contemporanea, il valore e il prezzo di un’opera d’arte per la sua unicità e rarità dipendono fortemente dal grado di desiderio e dal potere di acquisto degli acquirenti: «La produzione artistica ha costruito le condizioni per un mercato del tutto particolare fondato sulla rarità di oggetti portatori di valori irriproducibili derivanti dal genio individuale. Si tratta di un mercato di beni di lusso che rientra in quello che Pierre Bourdieu ha definito dei beni simbolici».

È difficile capire i motivi che spingono una persona a collezionare ed investire in arte date le numerose variabili economiche, psicologiche, culturali. I beni d’arte, così come tutti i beni di lusso, non soddisfano solo un bisogno, ma un desiderio che può essere appagato solo da quella particolare opera che racchiude in sé caratteristiche che la rendono unica agli occhi del cliente. Nella società moderna gli oggetti diventano il canale attraverso il quale vengono comunicati agli altri informazioni sui valori, sullo status, sulla personalità di chi li possiede: gli oggetti rendono visibili le differenze sociali tra le persone e il consumo legittima l’ordine sociale. «Gli esseri umani – afferma Nicoletta Cavazza, docente di Psicologia sociale e Psicologia della persuasione all’Università di Modena e Reggio Emilia – hanno sempre usato i beni soprattutto per la loro dimensione simbolica. Comprare, consumare, anche sprecare o risparmiare, ci colloca nel tessuto sociale e manifesta la nostra identità».

Oggi più che mai attraverso le cose si comunica agli altri la propria posizione nella società. L’arte sembra aver assunto la valenza di un oggetto di culto, il desiderio di godere dell’arte e quello, per chi può, di possederla sono cresciuti all’unisono e si sono influenzati a vicenda. In un’epoca competitiva come la nostra la vera caratteristica dell’oggetto artistico risponde soprattutto a due esigenze contrapposte: il bisogno di essere simili agli altri, che conduce alla standardizzazione dei valori, degli stili di vita, degli abiti che si indossano e il bisogno di differenziarsi, di distinguersi, di emergere.

Secondo il sociologo e filosofo francese Pierre Bourdieu, la spinta verso la distinzione sociale è un bisogno innato nella natura umana e dipende da alcune variabili: l’origine sociale, il capitale economico (che influisce diversamente sui gusti e sui consumi delle persone a seconda che sia ereditato o ottenuto dal singolo), il capitale educativo (che deriva dal sistema scolastico o dalla socializzazione all’interno della famiglia), il luogo di residenza (la grande città, la località agricola). La differenziazione sociale è un processo inconsapevole che viene prodotta nei più privati e personali comportamenti (quali i gusti alimentari, i libri che si leggono, la musica che si ascolta). Per lo studioso francese il giudizio estetico e il gusto sono, dunque, il prodotto dell’origine sociale di una persona: essi creano l’ identità di classe e classificano le identità altrui. Attraverso i propri gusti l’individuo segue uno stile di vita, si confronta con gli altri e distingue il proprio status.

L’opera di alto valore economico rivela più di qualsiasi altro oggetto una particolare identità sociale, comunica la raffinatezza del gusto di chi l’ha acquistata e dunque la sua appartenenza ad un èlite culturale. Come osserva Donald Thompson: «non c’è nulla che puoi comprare con un milione di sterline che produca tanto status e riconoscimento di un’opera d’arte contemporanea griffata». L’autore, riferendosi al valore stratosferico delle opere di artisti super quotati, emblematico l’esempio dello “Squalo” di Damien Hirst, sottolinea che l’artista diventa una garanzia per coloro che sono ansiosi di arricchire il loro status. L’arte crea distinzione. Se l’acquisto di un Hirst sia il simbolo di una pura passione artistica o “di un’etichetta da brand” questo è un altro discorso.

1 Commento

  • armellin ha detto:

    Penso proprio che con la mia CAPORETTO posso dare indicazioni diverse su cosa s’intenda : autenticità, brand, innovazione vera, ecc. giusto per uscire un attimo dal solito mondo di squali, cosa ne pensi Valeria ? é giunta l’ora di far capire a Venezia e dintorni che l’uomo non di solo Mose vive. SA

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