1969-2019: i 50 anni degli investigatori dell’arte

Il Comando Tutela Patrimonio Culturale, reparto specializzato dell’Arma dei Carabinieri nella prevenzione e nel contrasto ai reati contro l’arte costituito il 3 maggio 1969, ha recentemente celebrato i 50 anni dalla sua fondazione.

L’importante anniversario è stato festeggiato con eventi e manifestazioni, tra cui la pubblicazione del libro Detective dell’arte, scritto dal Generale di Brigata Roberto Riccardi, capo ufficio stampa del Comando Generale dell’Arma, ed edito da Rizzoli, che ripercorre i tanti successi del TPC in Italia e nel mondo: il recupero del cratere di Eufronio, degli ori di Villa Giulia e della Triade Capitolina; il sequestro dei falsi Modigliani; il salvataggio delle opere d’arte in Umbria dopo il terremoto del 2016; la protezione dei beni archeologici in Iraq durante la seconda guerra del Golfo; la costituzione di Unite4Heritage, i Caschi Blu della cultura dell’Unesco.

La copertina del libro “Detective dell’arte. Dai Monuments Men ai carabinieri della cultura”
di Roberto Riccardi edito da Rizzoli.

Con l’occasione è stata anche presentata la relazione annuale dell’attività operativa svolta nel corso del 2018 che offre una preziosa visione d’insieme dei fenomeni criminali che riguardano il mercato dell’arte, divisi tra scavi clandestini, furti su commissione, truffe e contraffazioni, compiuti da esperti tombaroli, abili falsari, spregiudicati mercanti ma che interessano anche le mafie e i gruppi terroristici internazionali.

Furti e scavi clandestini rappresentano le tipologie di reato più frequentemente perseguite. Solitamente gli oggetti di maggior pregio sono destinati al mercato estero, dove è più facile far perdere le loro tracce, ostacolare le indagini tese al loro recupero, rendere più difficile l’identificazione dei responsabili e, soprattutto, ricavare profitti maggiori.

Emblematica, sotto questo particolare aspetto, è stata l’operazione “Demetra”, avviata dall’individuazione di uno scavo archeologico clandestino nel territorio di Riesi (CL). Gli scavi, tuttavia, non erano condotti da semplici tombaroli ma da un’articolata associazione criminale che, da decenni, saccheggiava le aree archeologiche nissene ed agrigentine e partecipava ad una vera e propria holding transnazionale guidata da un mercante d’arte inglese.

Un momento della presentazione del rapporto sull’attività operativa 2018 del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Mentre una parte dei reperti trafugati prendeva la via del nord, destinata a facoltosi collezionisti italiani, un’altra parte veniva esportatata clandestinamente in Germania, ove ne veniva occultata l’origine attraverso fittizie attestazioni di provenienza e successivamente immessa nel mercato internazionale attraverso case d’aste compiacenti. Il sodalizio criminale disponeva anche di falsari e di laboratori specializzati nella contraffazione di opere e certificazioni.

Proprio la contraffazione di opere d’arte è un’altra importante direttrice d’indagine seguita dal TPC, per più di una ragione: idealmente, qualsiasi creazione, anche di pregio, che non manifesti espressamente la sua mancanza di autenticità ovvero, in altre parole, che simuli la sua reale paternità, non può considerarsi arte. Ecco, quindi, che, perseguendo la contraffazione, si ottiene l’effetto di proteggere l’arte in sé stessa. La lotta alla contraffazione, poi, è la miglior difesa dell’interesse pubblico alla tutela e salvaguardia del patrimonio culturale nazionale, del mercato dell’arte e dei soggetti che, a vario titolo, vi partecipano, nonchè dei diritti, morali e patrimoniali, degli autori.

Il fenomeno, inoltre, è tutt’altro che marginale: in generale, a fronte di un impegno realizzativo spesso modesto in termini artistici ed economici, i potenziali proventi della vendita dell’opera d’arte falsa, specie se di arte contemporanea, le difficoltà, tecniche e procedurali, di accertamento della falsità, le modeste sanzioni in cui rischiano di incorrere gli autori, rendono l’azione delittuosa particolarmente remunerativa.

 

Il 77.3% dei falsi sequestrati sono opere d’arte contemporanea

 

Solo nel corso del 2018, sono state ben 244 le persone denunciate per contraffazione di opere d’arte e 1232 i falsi sequestrati, il cui valore di mercato è stato stimato complessivamente in oltre 420 milioni di euro. Da notare che, tra i beni sequestrati, 953, pari al 77,3% del totale, sono opere di arte contemporanea, il che dimostra tutto l’interesse della criminalità per l’ambito.

Le principali operazioni svolte in ambito nazionale hanno portato alla luce, tra Lazio e Campania, 302 dipinti falsamente attribuiti a Schifano, Fattori, Rotella, Arman, Tafuri, Guttuso e Crippa accompagnati da 114 certificati di autenticità, anch’essi falsificati. A Salerno sono state sequestrate 36 opere a tecnica mista falsamente attribuite a Pablo Picasso. Tra Piemonte e Lombardia un dipinto contraffatto di Paul Cezanne, un falso dipinto ad olio di Modigliani, due idropitture di Lucio Fontana; a Roma un dipinto di Jean Michel Basquiat; sempre in Centro Italia 18 opere di Gino de Dominicis e 101 falsi certificati di autenticità; a Bari 83 opere di Nino Caffè.

Dall’entità e diffusione del fenomeno risulta più che comprensibile l’entusiasmo che ha accolto l’apertura del “Laboratorio del falso” presso l’Università degli Studi di “Roma Tre” che nel 2018 ha ricevuto dal TPC i primi beni che, giudicati falsi dai Tribunali, sono oggetto di esami tecnici volti all’identificazione degli elementi distintivi della contraffazione; elementi utilissimi sia per l’individuazione dei diversi metodi di produzione delle opere contraffatte e di possibili corrispondenze in altri casi, sia per approfondire meglio la conoscenza del mondo del falso nel suo complesso, con riferimento anche agli aspetti sociologici del fenomeno.

Fonte: Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale – Attività Operativa 2018

É piuttosto ovvio, tuttavia, che la pur efficace azione repressiva svolta dal TPC, da sola, non sarà mai sufficiente a stroncare la contraffazione. La catena di responsabilità è assai lunga e lega gli autori materiali del falso a chi produce attestazioni e perizie per legittimarne l’autenticità, al curatore di mostre e all’autore dei relativi cataloghi che, consapevoli della falsità, inseriscono comunque l’opera tra quelle in esposizione, per aumentarne il valore e rafforzarne l’aura di autenticità, ai venditori che lo commercializzano come autentico.

Nella filiera si ritrovano così a convivere veri e propri criminali, simpatiche canaglie, esperti incompetenti, professionisti negligenti e funzionari superficiali, ai quali, sovente, purtroppo, non restano estranei neppure autori e collezionisti che, allettati dal facile profitto, partecipano, più o meno consapevolmente, al malaffare.

Se si vuol trovare una conclusione, dunque, è indispensabile promuovere l’attiva sinergia di tutti gli attori del sistema artistico, privati e istituzionali, i quali non dovrebbero mai esitare a segnalare qualunque comportamento meno che corretto e trasparente nelle transazioni alle quali prendono parte; il più delle volte, se non sempre, ci guadagnerebbero tutti.

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