“I musei sono per tutti, ma solo un’élite lo sa” #comunitàdieredità.

Torniamo a parlare della Convenzione di Faro come abbiamo già fatto qualche mese fa, sempre qui su Collezione da Tiffany con l’articolo Apertura, dialogo e condivisione per una nuova idea di eredità culturale.

Quella adottata in Portogallo il 27 giugno 2005 e ratificata dall’Italia nel settembre dello scorso anno è, infatti, una convenzione che evidenzia un nuovo approccio al patrimonio culturale, una realtà di fatto già operativa nel campo della valorizzazione dei beni e generatrice di buone pratiche. Un insieme di processi che necessariamente andava illuminata, sostenuta, tradotta e organizzata in un testo giuridico condiviso in una dimensione sovrannazionale.

L’intenzione, dichiara la Convenzione, è quella di promuovere sia una comprensione più ampia del patrimonio culturale sia il rapporto con le comunità, incoraggiando a riconoscere l’importanza degli oggetti e dei luoghi non solo nel loro valore a sé stante, come per altro già recepito nei testi di legge adottati in Italia – si veda il Codice dei beni culturali e del paesaggio -, ma anche in ragione dei significati e degli usi loro attribuiti sul piano culturale e valoriale dalle persone.

Secondo la convenzione, la partecipazione dei cittadini alla vita e alle attività culturali è un elemento imprescindibile per accrescere la consapevolezza del valore del patrimonio culturale e del suo contributo al benessere e alla qualità della vita.

Insomma, quella di Faro è una dichiarazione che mette in discussione un secolo di azioni conservative incentrate sul restauro, la catalogazione e lo studio dell’oggetto d’arte visto come l’inizio e la fine di ogni pratica. Un atteggiamento che spesso ha reso i musei dei luoghi per pochi addetti ai lavori, spazi poco frequentati o destinati a ragionare solo attraverso le logiche del mercato turistico.

Faro è una chiamata per i tecnici del settore, un manifesto che annuncia l’esistenza di nuovi metodi per conservare il patrimonio culturale. Le migliori pratiche osservate nei vari istituti di cultura lo testimoniano. La conservazione è uno strumento.

La conservazione non può più avere a che fare solo con l’oggetto/opera ma deve necessariamente fare i conti con i suoi significati. E con i significati che la comunità attribuisce all’oggetto. Siano essi storici, estetici, scientifici, tradizionali, spirituali, valoriali, sociali, identitari, sentimentali, politici, artistici o economici.

La conservazione è uno strumento. L’obbiettivo della conservazione è comprendere lo stato degli elementi e il tipo di valore di cui l’oggetto è portatore e restituirlo alla comunità, in modo accessibile. Un programma di comprensione e traduzione. Un processo di sensibilizzazione e costruzione di consapevolezza.

La conservazione è uno strumento deputato a far vivere. La conservazione è uno strumento che comunica e condivide. La conservazione è sicuramente un modo per preservare gli oggetti che fanno parte del patrimonio. Necessario, dunque, un cambiamento di paradigma, una revisione.

Il primo passo è quello di riconoscere effettivamente quale può essere il ruolo dei musei e più in generale dei luoghi di cultura per la nostra società. E, paradossalmente, il fatto che musei ed istituti di cultura in questo momento siano tutti fermi, rende questo momento il migliore per riflettere e progettare.

Abbiamo la possibilità di gestire il cambiamento con i tempi ed i modi adeguati. Il tempo della gestazione è ora. Prendere atto che i musei sono spazi pubblici essenziali, luoghi di incontro, confronto, dibattito per un’intera comunità.

Un posto dove incontrare la storia, sì, ma anche le persone. Dove trovare la possibilità di declinare il passato al futuro; dove dialogare come in una piazza e nell’incontro plurale creare incubatori per progetti di comunità. Una comunità di eredità. Uno spazio aperto che sappia rivedere le professioni, informare, comunicare e progettare assieme a tutti.

Vene riformiste attraversano diversi luoghi della cultura e si manifestano tramite azioni. L’esperimento dell’Anacostia Neighbourhood Museum, oggi Anacostia Community Museum è uno, e ce ne ha parla Francesco Niboli nel suo articolo di martedì scorso.

Alcuni professionisti danno voce a questo nuovo paradigma. Una di loro è Johanna Palmeyro, attivista, educatrice e artista di Buonos Aires e animatrice del Movimiento Justicia Museal, un movimento di “artivismo” come lei stessa lo definisce e basato sul recupero dell’azione artistica ai fini di un immediato intervento sociale. Nel suo caso, tra le altre cose, l’affissione di manifesti con su scritto: Los museos son para todes pero solo una élite lo sabe, i musei sono per tutti ma solo un’élite lo sa.

Il movimento crede in una democratizzazione dei musei e in una diversificazione e stratificazione dei servizi offerti dalle istituzioni museali all’interno della comunità.