#consapevolezza: quando la comunicazione cambia le regole del gioco

È del 4 gennaio la notizia dell’approvazione da parte dell’Unione Europea di un progetto che prevede la digitalizzazione del patrimonio culturale con l’obbiettivo di preservare e conservare il patrimonio in via d’estinzione.

Direttamente dal programma europeo dedicato alla Ricerca saranno 3 i milioni di euro che supporteranno il progetto. All’italiano Istituto Nazionale di Fisica Nucleare il coordinamento del team di 19 enti beneficiari provenienti da 11 Stati membri dell’UE più Moldova e Svizzera.

Lo spazio virtuale raccoglierà dati e metadati con una particolare attenzione al 3D ed agli archivi, promuovendo partecipazione e collaborazione.

In Italia oltre al citato Istituto Nazionale di Fisica Nucleare ad esser protagonisti di questa impresa pioneristica ci saranno anche l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche di Roma, l’Alma Mater Studiorum di Bologna, i Servizi didattici e scientifici dell’Università di Firenze con sede a Prato e Inception Srl di Ferrara.

Era da anni che aspettavo una notizia simile. Federico Zeri ne sarebbe stato orgoglioso. Lui che con la sua macchina fotografica nel dopoguerra ha costruito la colossale impresa dei 290.000 scatti alle opere pubbliche e private italiane per poi consegnarle alla biblioteca dell’Università di Bologna. La fototeca rappresenta ancora oggi l’avanguardia di ogni tipo di conservazione attraverso la puntuale documentazione e diffusione di immagini.

Fotografare o digitalizzare un’opera non significa salvare l’opera, questo è chiaro. L’opera d’arte è vittima di sé stessa, del suo essere materia prima di esser messaggio, e per questo non è eterna. Digitalizzare è consegnare una testimonianza dell’opera al tempo futuro.

C’è una distanza che dobbiamo sanare oggi. Ed è quella che separa la consegna di questa testimonianza alla consapevolezza del valore dell’opera d’arte. È un passaggio necessario al fine di far vivere l’opera oltre l’opera, farne memoria e vestirla sulla nostra pelle come identità.

Sana la distanza l’acquisizione di consapevolezza, la presa in carico. Si, presa in carico. Mi piace tantissimo questa locuzione! Richiama il gesto con cui il pater familias, nel mondo romano, riconosceva il neonato sollevandolo fisicamente da terra.

Un rituale dove con una sola azione si era in grado di entrare nella dimensione di responsabilità di genitore (stessa cosa il verbo latino ad-sūmere, prendere su di sé).

Giocano un ruolo molto importante per colmare questa distanza la divulgazione e la partecipazione. Numerose le azioni possibili e tutta una ricerca in atto per poter sperimentare efficaci strade da percorrere.

Rimanendo anche solo nella dimensione virtuale gli esempi sono tanti. È, infatti, una realtà in crescita e già da tempo i musei si sono aperti alla realtà multimediale e nell’ultimo anno le sperimentazioni e implementazioni hanno avuto un’impennata notevole come risposta alle chiusure dettate ai musei dalla pandemia ancora in corso di COVID -19.

Una necessità quindi. Uscire con l’open access, sfondare le porte degli istituti di cultura al fine di continuare un dialogo per rimanere ancorati alla vita, alla sopravvivenza. Un bisogno costante e perpetuo di mantenere audience (òodience da audentia cioè udienza), un ascolto.

Abbiamo visto visite guidate virtuali, eventi on line, giornate di studi, presentazioni di opere e mostre. Ma chi effettivamente ha vinto in questa sfida riuscendo a colmare la distanza è stato chi davanti ad una disponibilità di ascolto ha saputo trasformare quell’ascolto in dialogo. In relazione. È riuscito a formare un pubblico consapevole e magari anche a fidelizzarlo.

Come? Ottima la scelta di qualche luminare intrattenitore (purtroppo ce ne son davvero pochi) che conduce il pubblico tra le stanze per una visita extra-ordinaria. Come primo appuntamento funziona. Ora il pubblico va sedotto. Come? Nessuno si mette in gioco se non può giocare. E allora perché non giocare, ma giocare davvero.

La dimensione ludica, interattiva, multisensoriale, sinestetica, crea curiosità, esperienza e partecipazione. Tutte caratteristiche di cui la realtà virtuale non è priva e che anzi la rendono altamente frequentabile.

Creare stupore, rompere la logica della solita visita guidata, utilizzare più linguaggi e proporre nuovi punti di vista coinvolgendo altre e alte professionalità, rimettendo in circolo le energie, pronti a nuove contaminazioni.

Giocare assomiglia molto a vivere. Le regole arrivano dopo. Agisci o reagisci e comprendi. È un felice automatismo che nell’ipertestualità del virtuale trova implicazioni vivaci e coinvolgenti.

E allora viva l’open access non solo per necessità. Viva le banche dati ben curate e ricche di dati, metadati, tag e meta tag. Viva le ricerche personalizzate e non convenzionate a misura della curiosità di ogni singolo utente.

Viva le para-collezioni arricchite con il contributo degli utenti. E le visite guidate extra-ordinarie e i laboratori didattici che non replicano il modello scolastico ma lo rivoluzionano per dinamicità, azioni e stimoli, anche perché educare, ricordiamocelo oggi più che mai, non significa mettere dentro ma tirare fuori.