Darren Harvey-Regan: quando la fotografia incontra la scultura

Darren Harvey-Regan
Darren Harvey-Regan

Sfumando i confini tra fotografia e scultura, Darren Harvey-Regan indaga la relazione tra l’oggetto e la sua rappresentazione. Al centro della sua ricerca artistica, continui slittamenti di significato e di definizione tra “soggetto”, un’entità nel mondo, “immagine” la sua rappresentazione fotografica, e “oggetto fotografico”, la fotografia stessa nella sua materialità. Laureatosi al Royal College of Art di Londra, nel giro di pochi anni questo giovane fotografo, nato nel 1976 a Exeter nella Contea di Devon, ha conquistato l’attenzione di pubblico e critica e alcune sue opere sono entrate a far parte di collezioni internazionali come quella del Victoria and Albert Museum. Recentemente è stato ospite a Pisa per la sua prima personale italiana presso la Galleria Passaggi Arte Contemporanea, dove ha esposto il suo ultimo lavoro: The Erratics. Progetto nato come reazione ad un momento di crisi creativa e che partendo dal saggio Astrazione e Empatia di Wilhelm Worringer (1906), indaga la natura del mezzo fotografico e riflettere sui processi soggettivi di scoperta e costruzione del mondo.

Nicola Maggi: The Erratics nasce in un momento molto particolare della tua carriera. Ci parli della genesi di questo progetto?

Darren Harvey-Regan: «Negli ultimi anni la mia pratica artistica era diventata sempre più legata al lavoro in studio. Un crescente interesse per l’astrazione geometrica mi aveva portato a fotografare blocchi, piazze, forme regolari di solidi. Ero turbato dal peso del soggetto che la fotografia mette a nudo – una fotografia è qualcosa che esiste, eppure tutto ciò che esiste ha già un rapporto con il mondo e i modi di essere, visti e interpretati. Questo rende l’astrazione fotografica molto impegnativa, soprattutto perché volevo rimanere ancora ‘coerente’ con il linguaggio del medium, piuttosto che astrarre semplicemente attraverso la manipolazione dei suoi processi. La ricerca di questo tipo di astrazione aveva iniziato a starmi stretta e avevo bisogno di rompere il modello che il mio processo creativo aveva formato. Così ho deciso improvvisamente di fare una pausa dallo studio e partire per il deserto».

Un vista della personale di Darren Harvey-Regan alla Galleria Passaggi di Pisa. Foto: Dania Gennai

Una vista della personale di Darren Harvey-Regan alla Galleria Passaggi di Pisa. Foto: Dania Gennai

N.M.: Tra le fonti di ispirazione di questo progetto ci sono il saggio Astrazione e Empatia di Worringer, l’incisione Melencolia (1514) di Albrecht Dürer e il dipinto Le monde invisible (1953) di René Magritte. In che relazione stanno col tuo lavoro?

DHR: «L’uso che faccio di questi scritti e immagini ha a che fare con il nostro modo di guardare il mondo e con la nostra intenzione di dargli un senso attraverso l’astrazione o emulandolo. Le due immagini affiancate (Magritte e un dettaglio del solido di Dürer) mostrano una roccia, una creata e una formata. Questi elementi sono interessanti quando si tratta di fotografia, dato che il suo processo potrebbe facilmente essere definito in entrambi i modi: ogni osservazione fotografica può essere sia una rappresentazione di ciò che esiste che un’astrazione attraverso la sua traduzione su una superficie di stampa bidimensionale».

 l’incisione Melencolia (1514) di Albrecht Dürer e il dipinto Le monde invisible (1953) di René Magritte

L’incisione Melencolia (1514) di Albrecht Dürer e il dipinto Le monde invisible (1953) di René Magritte

N.M.: Nel realizzare questo progetto ti sei sentito più fotografo o scultore?

DHR: «Sono stato ‘tanto’ di entrambi più di quanto lo sia mai stato in ogni altro progetto! Nell’approccio che ho adottato, da un lato ho spinto il lato più tradizionale della rappresentazione fotografica diretta, incorniciando fotografie dallo stile documentario e, dall’altro, quello scultoreo,  scolpendo pezzi di gesso. Tra questi due estremi, ci sono le immagini degli altri pezzi di gesso che sono sono stati tradotti, verso la fine, come immagini e questo credo sia tanto scultoreo quanto fotografico».

Darren Harvey-Regan, The Erratics (exposure #4) copia copia

Darren Harvey-Regan, The Erratics (exposure #4)

N.M.: Una parte importante di The Erratics è ricoperta anche dall’allestimento che hai deciso per la mostra. Che ruolo gioca nella lettura complessiva che hai voluto dare del progetto?

DHR: «La mostra di Pisa ha permesso ai diversi elementi delle opere di esistere uno accanto all’altro, in particolare ai componenti più scultorei. Poiché una gran parte del lavoro è composta da fotografie di pezzi scultorei, l’inclusione di sculture vere e l’enfasi posta sui materiale di stampa è ciò che permette una mostra. A Pisa c’erano anche una serie di stampe messe sotto vetri tagliati che sfruttavano i bordi del vetro per proseguire le linee dall’interno delle immagini da cui dipendono. Questo ha enfatizzato la rilevanza del processo di inquadratura fotografica, ricordandoci la natura materiale di una fotografia e di una cornice».

Una vista della personale di Darren Harvey-Regan alla Galleria Passaggi di Pisa. Foto: Dania Gennai

Una vista della personale di Darren Harvey-Regan alla Galleria Passaggi di Pisa. Foto: Dania Gennai

N.M.: Che cosa immagini dopo The Erratics?

DHR: «Sto lavorando ad un libro di The Erratics dove spero di inserire il progetto in un contesto letterario, sottolineando la natura delle immagini che creano la memoria e le storie attraverso l’astrazione e l’identificazione coinvolti nella scrittura. Ma ce n’è di strada da fare!».

Darren Harvey-Regan, The Erratics (wrest #5)

Darren Harvey-Regan, The Erratics (wrest #5)

N.M.: The Erratics segna un momento di evoluzione nel tuo lavoro. Per la prima volta ti confronti direttamente con la scultura, indagando non solo le relazioni tra la fotografia e il mondo materiale, ma anche quelle tra l’oggetto e la sua rappresentazione (non solo fotografica)…

DHR: «La fotografia è un mezzo che generalmente nasconde la propria materialità. Normalemnte noi comunemente guardiamo un’immagine, piuttosto che la superficie materiale su cui ci appare. La fotografia traduce tutto in superficie, il suo mondo rappresentato è appiattito e lo spazio è sbattuto fuori. Eppure continua ad assomigliare al mondo che conosciamo. Questo crea una tensione tra il mondo e l’immagine, le due e le tre dimensioni, la superficie e la massa, l’aspetto e l’esperienza, ecc. Ho come la sensazione che sento l’incontro tra fotografia e scultura crei spazi fisici e concettuali che mi interessano; risuonano con un tipo di ambiguità e non possono essere interamente definiti come una cosa o un’altra. Inoltre percepisco come i due abbiano diverse relazioni per noi, per il corpo e per la mente, la vita interiore ed esteriore, forse: Scultura è di per sé la presenza di materiale nello spazio e nel tempo immediato. La fotografia è qualcosa d’altro: una cosa, uno spazio o un tempo che fu. Credo che ciò significhi che la fotografia esiste più nella mente, in relazione alle idee, alla memoria e all’immaginazione mentre la scultura, con la sua presenza, esiste più in relazione al tatto e al corpo».