Diario bolognese #1: cosa ci ha detto SetUp 2015

SetUp sembra essere pronta al salto di qualità. Dopo un’edizione 2014 dove alcune delle scelte progettuali ci erano sembrate discutibili – in primo luogo quella di aver aperto ad alcuni artisti a fine carriera – quest’anno la collaterale di Arte Fiera ha un disegno certamente più organico con una qualità media delle opere decisamente apprezzabile. In linea con quella che avevamo rilevato, a novembre, a TheOthers da cui, peraltro, provengono molte delle gallerie presenti all’Autostazione bolognese. L’unica perplessità è sulla scelta (per questioni di budget?) di non caratterizzare l’esterno della fiera con elementi di comunicazione. Per cui o sai che lì c’è SetUp o altrimenti tutto passa inosservato.

A giro tra gli stand: la nuova via dell’arte italiana

Tra i tanti lavori visti ieri notte, il primo che ci ha colpito è quello di Alessandro Cardinale – rappresentato dalla Galleria Zak Project Space di Siena – che a Bologna ha presentato alcuni nuovi lavori della serie Nü Shu, che prende il nome dal linguaggio segreto che le donne cinesi usavano in età imperiale per comunicare tra di loro, scambiandosi messaggi su ventagli apparentemente solo decorati, ma che in realtà contenevano racconti sulla loro situazione. Realizzati negli stessi materiali dei ventagli, i lavori di questa nuova serie consistono in teche lignee dove, in un’alternanza di pieni e vuoti, dalle 40 alle 80 strisce di tela, tese e fragili, ricompongono il ritratto di queste donne. Tante identità che si svelano, però, solo se si è in grado di “decifrarle”, ossia di guardarle dalla giusta prospettiva e con la giusta sensibilità. Altrimenti si decompongono in un linguaggio criptato che rimanda all’indifferenza che troppo spesso avvolge la condizione femminile. Un lavoro di grande delicatezza e attualità che conferma le doti di Cardinale.

Alessandro Cardinale,  Nü sShu, 2014.

Alessandro Cardinale, Nü Shu, 2014.

Notevole anche il lavoro di Eracle Dartizio (n. 1989). Artista rivelazione dello scorso anno, questo giovanissimo ragazzo è apparso praticamente dal nulla imponendosi sia all’Art Laguna Prize che al premio Arte Cairo, ossia a due dei più importanti premi d’arte italiani. A SetUp è presentato dalla neonata – ma molto promettente – Martina’s Gallery di Seregno e dalla torinese Galleria Moitre. Un lavoro delicatissimo, quello di Dartizio, che ruota attorno ad aforismi acutissimi e nei quali è difficile non riconoscersi. Scatenando una sintonia istintiva con queste opere in cui la scrittura calligrafica è sovrastata da una scrittura pittorica, segnica, con la particolarità che la prima è scritta a mano – in un 2014 dove tutti ormai digitiamo e non scriviamo più – e il segno, che nasce come traccia di china, è invece digitalizzato e stampato su una superficie trasparente che, opportunamente illuminata, crea un gioco di ombre che mette in una relazione biunivoca le due componenti di un’opera dove la calligrafia è l’espressione decifrabile di un pensiero, mentre la pittura e la traccia ritmica dello stesso.

Eracle Dartizio, Aforisma #9, 2014. Courtesy: l'artista.

Eracle Dartizio, Aforisma #9, 2014. Courtesy: l’artista.

Da Federico Rui, tra tante ottime opere, incontriamo anche un’anteprima dei nuovi lavori di Martina Antonioni che riscopre il colore dopo un periodo bicromatico in cui spiccavano solo alcuni accenti dati con la penna a sfera. Quasi che la sua riflessione sulla memoria e il vuoto stia uscendo dall’elemento biografico ed intimo per farsi più universale con tinte che, peraltro, sembrano volgere verso un “sereno” di cui un po’ tutti sentiamo il bisogno. E questo, detto per inciso, è un po’ leitmotiv di gran parte delle proposte di SetUp 2015 dove, al di là di alcune eccezioni, abbiamo trovato opere molto riflessive e delicate, anche quando si tratta di affrontare temi duri. Una sorta di piccolo “ritorno all’ordine”, dopo anni in cui la parola d’ordine era “stupire ad ogni costo”. Adesso, invece, questa sembra essere diventata “osservare attentamente”. Un nuovo registro, quello adottato dai giovani artisti italiani, che ci spinge senza possibilità di alibi, verso una riflessione profonda su una società a cui manca sempre di più quel “centro di gravità permanente” che già Battiato cercava in tempi non sospetti, ma molto simili a quelli attuali. Come dire: non è più il tempo dei “festini”, è il momento di mettere la testa sulle cose. E questo va fatto con un sereno impegno costruttivo perché gli animi sono già scossi dalla crudezza della realtà quotidiana. L’arte torna così a segnare la strada e questo, a mio avviso, è il segnale più positivo che ci arriva da Bologna, confermando, peraltro, quando già visto a Verona e Torino lo scorso anno.

Martina Antonioni, Tutti i santi giorni, 2014

Martina Antonioni, Tutti i santi giorni, 2014

A questa linea, corrisponde, ad esempio anche l’opera di Elisa Bertaglia (della Martina’s Gallery)che con la sua serie dei Blue Birds ci spingere a riflettere sul senso stesso dell’essere e del “venire al mondo”. O il lavoro di Luca Moscariello (Bonioni Arte) che ruota attorno al tema della memoria, del suo occultamento e, al tempo stesso, della sua conservazione.

Luca Moscariello, Esiti inesatti, 2014

Luca Moscariello, Esiti inesatti, 2014

 

Per non parlare del progetto di arte relazionale Dream Circus dell’artista e illustratore Daniele Catalli (Print About Me), in cui vengono tradotti graficamente i sogni degli altri; dell’opera di Stefano W. Pasquni (Youruba) che, attraverso il ricorso al paradosso ribalta il senso comune delle cose giocando su sottili doppi sensi, al fine di ottenere effetti di straniamento e confusione e, allo stesso tempo, di rivelazione di una realtà altra.

Stefano Pasquini, UD1313 (L'inconnue de la Seine), 2013

Stefano Pasquini, UD1313 (L’inconnue de la Seine), 2013

O, infine, nell’opera di Lavinia Raccanello (Galleria Moitre), che ci guida attraverso un mondo che le nuove tecnologie hanno solo apparentemente reso più trasparente, ma dove permangono, invece, inquietanti zone d’ombra la cui esistenza è garantita dalla passività della massa in un’epoca in cui, invece, è necessario e vitale prendere una posizione chiara e coerente.

Lavinia Raccanello, 56°03’57.6”N 4°49’01.2”W, puzzle, vetro, 50x80x5 cm , 2014

Lavinia Raccanello, 56°03’57.6”N 4°49’01.2”W, puzzle, vetro, 50x80x5 cm , 2014

Vedremo se è solo una sensazione o se è realmente una nuova tendenza dell’arte italiana. L’anno è appena iniziato. Intanto andiamo ad Arte Fiera in cerca di qualche conferma.

3 Commenti

  • Stefano Armellin ha detto:

    Da questo report sinceramente non vedo nulla di nuovo…però complimenti agli artisti per l'impegno.

  • Nicola Maggi ha detto:

    In parte può aver ragione, ma dipende molto da cosa si intende come nuovo. La novità assoluta, quella che si poteva ancora trovare in una parte del XX secolo credo sia ormai impossibile. Quello che apprezzo, nei giovani artisti di oggi, è la qualità della ricerca – che si confronta sempre con la tradizione ma che ha lo sguardo ben proiettato in avanti – e il ritorno al fare, dopo anni in cui l'intervento dell'artista si è spesso fermato alla parte progettuale dell'opera. Cosa, quest'ultima, che va benissimo, sia inteso, ma di cui si è abusato un po' troppo per motivi prettamente speculativi (vedi Hirst o Koons) figli più del mercato che non dell'arte in senso stretto. Ovviamente, poi, quello che scrivo è il mio giudizio e, quindi, opinabile e discutibile come il giudizio di qualsiasi essere umano. I reportage che faccio sono contestuali ad un'epoca, ad un luogo e, spesso, ad un evento. Cerco di condividere quello che mi piace di più. Poi una foto sul web è sempre limitativa rispetto al rapporto diretto con l'opera.

  • armellin ha detto:

    Sui limiti del web e della foto documento dell’opera originale lo sosteneva pure Gino De Dominicis, qui però si potrebbe distinguere : secondo i casi. Ci sono foto che riescono a trasmettere con fedeltà l’opera proprio come se si fosse davanti al quadro originale, altre non ci riescono. Altre ancora sono proprio la foto l’opera ! Per il nuovo assoluto é sempre una sfida che chi vuole soffrire per produrre arte autentica, può accogliere. Chiaramente come non tutti i parroci diventeranno santi così non tutti i pittori diventeranno artisti, ecco, forse si abusa un po’ troppo del termine artista. Sui giovani (anch’io lo sono stato) a ritroso potrei essere preso in considerazione (?), mi riferisco alla mia The Opera Collection 1983/1985 che ho prodotto fra i 23 e 25 anni, non ci sono foto, tranne una decina su Facebook, la Collection é composta di 900 pezzi su carta 24 x 33cm, quotazione mia mille euro a pezzo di base, ed é disponibile per Tiffany nel caso ci sia la curiosità di comprendere se, nel XX secolo, ho prodotto qualcosa che può dirsi nuovo in assoluto. Ci sarebbe bisogno anche di un restauro. Buona domenica, SA http://armellin.blogspot.it/2014/12/i-grandi-musei-nel-xxi-secolo-e-opera.html#links ; Pompei, 25 gennaio 2015

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