Diario newyorkese #6: arte urbana a Manhattan

Sol LeWitt: Whirls and Twirls, Stazione 59th St. / Columbus Circle

Durante i nostri precedenti itinerari per Manhattan abbiamo già incontrato diverse opere d’arte inserite nel tessuto urbano della città: dalle sculture LOVE e HOPE di Robert Indiana a Midtown alle installazioni di George Segal in Christopher Park e al Port Authority Bus Terminal; dal murale di Eduardo Kobra sulla 10ma Avenue — che ritrae Warhol, Frida Kahlo, Haring e Basquiat come i quattro volti dei presidenti scolpiti nel Mount Rushmore — alle varie opere di Calder presenti in tutto il borough. Manhattan è — anche — un museo d’arte post-War e contemporanea a cielo aperto, dove ad opere stabilmente site-specific si aggiungono temporanee installazioni urbane, talvolta monumentali. In questo articolo mi piacerebbe guidare il lettore alla scoperta di ulteriori opere interessanti che si possono incontrare girando per Manhattan — escludendo gli innumerevoli lavori, a volte di dimensioni gigantesche, disseminati nelle varie, immense hall d’ingresso dei grattacieli —, sperando anche di segnalare qualcosa che altrimenti potrebbe passare inosservato.

Henry Moore, Reclining Figure – Lincoln Center

Vi sono alcuni “luoghi deputati” dell’arte urbana newyorkese: il più conosciuto è forse il Lincoln Center dove, nella piazza a fianco del Metropolitan Opera House si fronteggiano proprio uno stabile di Alexander Calder, Le Guichet, e una grande Reclining Figure di Henry Moore — unica opera dell’artista concepita per essere posta all’interno di una piscina —, entrambe installate a metà degli anni Sessanta. Celebre è anche il Group of Four Trees di Jean Dubuffet (1969-1972), collocato nella Fosun Plaza (meglio conosciuta con il nome precedente di One Chase Manhattan Plaza, a due passi da Wall Street), ma è meno noto come proprio dietro l’angolo vi sia il primo spazio pubblico di New York mai intitolato a un artista, anzi a un’artista: la Louise Nevelson Plaza, con sei sculture monumentali in acciaio COR-TEN, Shadows and Flags, della scultrice statunitense di origine ucraina.

Jean Dubuffet: Group of Four Trees

Ma un altro luogo deputato per l’arte contemporanea a New York è… la metropolitana! Dando inizio, molti anni fa, a un trend che sarebbe poi stato seguito da altre reti metro nel mondo (incluse in Italia Roma e, soprattutto, Napoli), sono circa trecento le opere disseminate nelle varie stazioni dell’immensa rete newyorkese (una lista è reperibile alla pagina web: www.nycsubway.org/perl/artwork): affreschi, mosaici, installazioni realizzati da artisti di diverse generazioni, tra i quali Vito Acconci, Eric Fischl, Nancy Holt, Vik Muniz e Sarah Sze. I più “blasonati” sono forse Sol LeWitt — Whirls and Twirls all’ingresso della stazione 59th Street/Columbus Circle — e Roy Lichtenstein, il cui Times Square 42nd Street Mural troneggia nel corridoio interno di collegamento tra le linee N, Q, R, S, 1, 2, 3 nella stazione Times Square/42nd Street: disegnato nel 1990, realizzato quattro anni dopo e finalmente installato nel 2002, è composto di 16 pannelli di smalto porcellanato su acciaio, per una dimensione totale di ca. 2x16m.

Roy Lichtenstein: Times Square 42nd St. Mural, Stazione Times Square/42nd Street

Molto bella è anche la serie di ritratti creati da Chuck Close e realizzati a mosaico e con formelle di maiolica nella stazione 86th Street della linea Q. Uno dei maggiori esponenti dell’iperrealismo e del realismo fotografico, nato nel 1940, sofferente fin da bambino di problemi neurologici, Close è rimasto gravemente paralizzato nel 1988 per un collasso dell’arteria vertebrale, ma nonostante questo è riuscito a riprendere la sua attività di pittore. Lui stesso ha raccontato in un’intervista come la sua carriera di ritrattista sia stata fortemente influenzata dal fatto di soffrire anche di prosopagnosia, un deficit percettivo che impedisce a chi ne sia colpito di riconoscere i volti delle persone, incluso il proprio: «Sono stato spinto a realizzare [ritratti] perché nella vita reale, se tu muovi la testa, io avrò l’immagine di un volto che non ho mai visto prima, ma se quel volto lo mettiamo frontale e io lo fotografo, e dalle fotografie lo distendo in piano dipingendolo, avrò appunto una memoria fotografica di esso. Così, non è un caso che io realizzi solo immagini di persone per me importanti: familiari, amici, altri artisti… e non ritratti su commissione». Insignito dal Presidente Clinton della National Medal of Arts nel 2000, nel 2010 Close fu nominato da Barack Obama membro del President’s Committee on the Arts and Humanities, carica da cui si è dimesso nell’agosto 2017, dopo i fatti di Charlottesville, Virginia (dove un suprematista investì con la sua auto i partecipanti a una marcia di protesta contro una manifestazione dei Suprematisti Bianchi), firmando assieme ad altri 16 colleghi una lettera a Donald Trump — le cui dichiarazioni riguardo ai fatti erano state perlomeno ambigue — in cui era scritto, tra l’altro, che «ignorare la Sua retorica di odio ci renderebbe complici delle Sue parole e azioni».

Chuck Close: Lou, Stazione 86th St.

Tornando a Times Square, un’opera che può facilmente sfuggire all’attenzione, se non se ne sappia la precisa ubicazione, è appunto Times Square di Max Neuhaus: un’installazione sonora al limite nord della piazza. Creata nel 1977, funzionante fino al 1992, poi riportata in vita dieci anni dopo e attualmente curata dalla DIA Art Foundation (organizzazione che ha, tra i suoi scopi, la conservazione di opere d’arte ambientali), si trova nell’ultimo lembo pedonale della piazza subito prima della 46ma Strada: da grate del tutto simili a quelle che servono come prese d’aria per la metropolitana fuoriesce un bordone sonoro con una fitta tessitura di armonici. Nel frastuono circostante è come un’oasi di relax acustico — e fa ancora quest’effetto, pur con il traffico e il caos di quarant’anni dopo la sua concezione. Max Neuhaus è stato un percussionista legato alla musica d’avanguardia, che alla fine degli anni Sessanta iniziò a creare installazioni e ambienti sonori: nato nel 1939 a Beaumont, in Texas, poi trasferitosi a New York, negli ultimi anni andò a vivere a Maratea, in Basilicata, dove è morto nel 2009.

Lubaina Himid: Five Conversations, part.

Sul tracciato della High Line — la camminata-parco realizzata su una sezione in disuso di una ferrovia sopraelevata, che da Gansevoort Street (dove è la nuova sede del Whitney Museum, al confine tra il West Village e Chelsea) arriva alla 34ma Ovest — pure vengono esposte sculture, installazioni e murales, con una vera e propria “stagione” che va dalla primavera alla primavera successiva. È quindi da poco iniziata la nuova “esposizione”, dal titolo En plein air. Otto le opere, tra cui la più interessante è forse Five conversations, dell’artista tanzaniana Lubaina Himid (n. 1954) che dipinge figure a grandezza naturale, in pose e abbigliamento del tutto quotidiani, su porte di legno di case d’epoca georgiana; nell’ultima parte (verso nord) della High Line è poi un’installazione di Daniel Buren, The Garlands, che riprende un lavoro creato originalmente per dOCUMENTA 7 nel 1982 (anche se confesso di non provare granché trasporto per le opere dell’artista francese).

Daniel Buren: The Garlands, 1982-2019

Al di fuori di En plein air, ma strategicamente installate sul tracciato della High Line davanti al  520 West 28th, palazzo progettato da Zaha Hadid — una delle sue ultime creazioni, inaugurata nel giugno 2017, un anno dopo la sua morte — vi sono poi altre tre sculture LOVE di Robert Indiana, o per essere precisi: The American LOVE (in bianco, rosso e blu, 1966-2000), AMOR (in rosso e giallo, 1998-2006) e AHAVA (in lettere ebraiche e acciaio COR-TEN, 1977-2019 — si noti che Indiana è morto nel maggio 2018…). L’esposizione, temporanea, è della Kasmin Gallery, che si trova sulla 27ma, proprio sotto quel tratto della High Line, e possiede questo piccolo Sculpture Garden.

Robert Indiana: LOVE, AMOR, AHAVA

Robert Indiana: LOVE, AMOR, AHAVA

E infine i murales. New York è stata la patria del Graffitismo, o perlomeno il luogo in cui i cosiddetti graffitisti, negli anni Ottanta, furono inglobati nell’arte — e nel mercato — “ufficiali”. La street art si è espressa più nel Bronx o a Brooklyn che non a Manhattan; per di più a Manhattan il ritmo di demolizione, ricostruzione e ripulitura degli edifici è sempre stato più frenetico che negli altri borough, condannando così alla sparizione molte opere anche di valore, e rendendo assai difficile una mappatura stabile dei murales.

L’ingresso dello studio di Basquiat su Great Jones Street

Limitandoci ai nomi storicizzati, se di Basquiat non rimane nulla, eccetto lo studio in cui lavorò dal 1983 fino alla sua morte, al 57 di Great Jones Street nell’East Village (coperto di graffiti non suoi e segnalato anche da una targa), di Keith Haring sono tuttora visibili due grandi opere: Pool Party (1987) all’1 di Clarkson Street (quasi all’incrocio con Houston St.) — un murale di più di 50 metri che corre lungo il muro di una piscina pubblica, restaurato nel 1997 dalla Haring Foundation — e Crack Is Wack, all’incrocio tra la 2da Avenue e la 128ma Strada Est, vicino alla Harlem River Drive.

Keith Haring – Crack is wack

Quest’opera fu realizzata da Haring nel 1986 sul muro di un campo di pallamano a East Harlem, nel periodo culmine della diffusione mortale del crack a New York (“Il crack è pazzia” è la traduzione del titolo); l’artista spiegò di aver deciso di creare un’opera contro il crack «vedendo il ritardo della reazione del governo» al problema. Avendola dipinta senza permesso, Haring fu inizialmente arrestato e l’opera scialbata, ma una campagna pubblica, supportata anche dal sindaco dell’epoca Ed Koch, portò alla commutazione della pena in una multa poco più che simbolica di 100$, e alla richiesta all’artista di ricreare l’opera. Anche questo murale è stato restaurato dalla Haring Foundation nel 2007.

Keith Haring: Pool Party

Per concludere questa breve rassegna, va detto che nei prossimi mesi dovrebbe essere installata, al 56 di Leonard Street a Tribeca (acronimo di TRIangle BElow CAnal Street), la prima opera pubblica newyorkese di Anish Kapoor. Si tratta, stando al rendering, di una forma che ricorda molto il celebrato Cloud Gate del Millenium Park di Chicago, e com’esso realizzata in acciaio inossidabile lucidato a specchio. Sarà installato alla base del nuovo, particolarissimo grattacielo di Herzog & de Meuron Jenga, apparendo come una sorta di cuscino su cui poggi un angolo dell’edificio.

Rendering della scultura di Anish Kapoor per il Jenga Building

Il nome del grattacielo (letteralmente: “costruisci!” in lingua swahili) fa riferimento all’omonimo gioco da tavolo in cui i partecipanti, dopo aver eretto una torre di 18 piani con 54 blocchi di legno, a turno devono sottrarne uno a loro scelta dalla costruzione riposizionandolo sulla sommità della torre stessa, evitando di farla crollare per non perdere. Così il grattacielo di Herzog & de Meuron è costituito da moduli rettangolari disposti uno sopra l’altro “a sbalzo” e in maniera irregolare, dando vita a una statica inedita e affascinante. Appropriata quindi l’idea di un cuscino d’acciaio su cui appoggiarlo…