Diario newyorkese 2.1: Upper East Side

Foto di Jo Wiggijo da Pixabay

New York, 30 settembre – La volta scorsa abbiamo iniziato le nostre visite alle rifiorite gallerie newyorkesi da Chelsea. Andiamo oggi a esplorare l’altro polo principale dell’arte contemporanea a Manhattan, ovvero l’Upper East Side, la zona a est di Central Park, tra la 59ma e la 106ma strada, tradizionalmente una delle aree più ricche e lussuose di tutta New York.

Cominciamo con la mostra di Allora & Calzadilla che ha aperto due giorni fa da Gladstone 64 (130 E 64th Street, nella townhouse che l’architetto Edward Durell Stone ristrutturò nel 1956 e in cui visse per diversi anni), dal titolo Electromagnetic Fields. Il titolo è, esplicitamente, un riferimento all’opera di scrittura automatica di André Breton e Philippe Soupault Les Champs Magnétiques, pubblicata nel 1920 all’indomani della Prima Guerra Mondiale e dell’epidemia di influenza spagnola.

 

Particolare della mostra di Allora & Calzadilla da Gladstone 64

Coniugando la loro tipica ricerca concettuale con l’interesse per la scienza e la consueta attenzione all’ambientalismo, la coppia di artisti, che opera a Puerto Rico, ha creato una serie di lavori costituiti da limatura di ferro lasciata cadere su tele posizionate sopra cavi di rame collegati a un interruttore elettrico.

Il campo elettromagnetico creato dalla corrente, unito alla manipolazione delle tele, finisce col disporre le particelle in una serie di forme e schemi legate ai poli positivo e negativo. Il risultato sono opere astratte che però alludono subliminalmente all’inquinamento elettromagnetico che ci circonda, come pure alla complessità dei problemi attuali connessi alla rete energetica.

In questo senso questo ciclo di opere si riconnette ad altre operazioni di Allora & Calzadilla, come Solar catastrophe del 2016 — un trittico astratto realizzato con frammenti di pannello fotovoltaico incollati su tela — o Blackout, fulcro della mostra omonima al MAXXI di Roma nel 2018: una grande scultura in ferro, rame e ceramica, che inglobava i resti del (vero) trasformatore elettrico la cui esplosione fu causa del gigantesco blackout avvenuto nel 2016 in tutta Puerto Rico. L’esposizione chiuderà il 30 ottobre.

 

Georges Mathieu: Occision du Duc Jehan de Bourgogne, 1957

Risalendo per Madison Avenue, ci fermiamo al numero 980, sede di diverse gallerie che condividono un intero piano dell’edificio. Nahmad Contemporary dedica il proprio spazio, fino al 23 ottobre, alla prima retrospettiva di Georges Mathieu negli Stati Uniti, a cento anni dalla nascita del grande artista francese scomparso nel 2012.

In collaborazione con la galleria Perrotin e la Fondazione dell’artista, sono esposte 19 tele che ne ripercorrono l’attività dal 1951 a un anno prima della morte. Il legame di Mathieu con gli Stati Uniti è storicamente importante: all’interno dell’Informale, l’Abstraction Lyrique, di cui fu principale esponente, si inseriva in una ricerca gestuale — in cui l’esperienza creativa richiedeva un coinvolgimento corporeo totale — che negli Stati Uniti veniva contemporaneamente perseguita dall’Action Painting e poi anche da alcuni esponenti dell’Espressionismo Astratto.

 

Georges Mathieu: Sans Titre, ca. 1990

Mathieu, che aveva rapporti con l’America perché dopo la Seconda Guerra Mondiale aveva iniziato a lavorare a Parigi come responsabile delle pubbliche relazioni per la compagnia marittima U.S. Lines, fu il primo a divenire consapevole di queste affinità.

Si mise presto in contatto con gallerie americane, seguito di lì a poco da un altro esponente della “Scuola di Parigi”, Pierre Soulages, che è forse più conosciuto negli States (due anni fa gli aveva dedicato una bella retrospettiva Lévy Gorvy). Il rapporto tra i maestri francesi e la “Scuola di New York” è, in realtà, ancora da studiare in profondità.

Tra le opere esposte in questa mostra, particolarmente degne di nota Occision du Duc Jean de Bourgogne del 1957 e un cupo e potente Sans Titre dei primi anni Novanta.

 

Lucio Fontana: Concetto spaziale. Quanta, 1959-60

Allo stesso piano di 980 Madison, a pochi passi da Nahmad Contemporary, la galleria Robilant + Voena propone una bella mostra “attorno” a Lucio Fontana. Assieme a una piccola ma intelligente scelta di opere dell’artista italo-argentino vengono infatti proposte le storiche fotografie di Ugo Mulas che lo ritraggono in azione nel suo studio.

La selezione delle opere — non più di nove — è, come si diceva, ben mirata: sono presenti buchi, tagli (bellissimo un Concetto spaziale. Attese di piccole dimensioni del 1961), ma anche un’opera del 1954, un Concetto spaziale del 1965 realizzato assieme a Egidio Costantini (buchi su acciaio con sfere blu di vetro soffiato) e un raro taglio su piccolo tondo color oro antico (Concetto spaziale. Quanta, 1959-60). Anche questa mostra avrà il suo finissage il 23 ottobre.

 

Particolare della mostra di Christo alla Galerie Gmurzynska

Concludiamo il pomeriggio con una visita alla Galerie Gmurzynska (43 E 78th Street), dove è in corso, fino al 31 dicembre, una mostra dedicata ai magnifici disegni/collage di Christo creati come progetti per le installazioni ambientali concepite assieme alla moglie Jeanne-Claude.

Christo: Nature / Environments è incentrata sui progetti  legati agli Stati Uniti (dove la coppia di artisti visse per più di cinquant’anni); parallelamente, la sede zurighese della galleria espone i progetti europei: il tutto in occasione della realizzazione dell’impacchettamento dell’Arco di Trionfo a Parigi, realizzazione postuma di un idea concepita da Christo e Jeanne-Claude fin dal 1961.

Tra i progetti esposti qui, tre — celeberrimi — ebbero effettiva realizzazione: Running Fence, Sonoma County e Marin County, California, 1976; Surrounded Islands, Biscayne Bay, Florida, 1983; The Gates, Central Park, New York City, 2005 (i disegni in mostra sono del 2001, ma il progetto iniziale risaliva addirittura al 1979).

Christo: Packed Building in Times Square, 1968

Christo e Jeanne-Claude, che riuscirono per la prima volta a impacchettare un edificio intero (la Kunsthalle di Berna) nel 1968, avevano in realtà immaginato quel tipo di impresa già da diversi anni, e all’epoca del loro trasferimento in America progettarono l’imballaggio di diversi edifici di New York, vedendo regolarmente rifiutate le loro richieste.

Qui in mostra ci sono i disegni preparatori per un edificio a Lower Manhattan (1964) e uno a Times Square (1968: una splendida matita e carboncino!). Un altro progetto perseguito per molti anni e mai realizzato era la “copertura” di un tratto del fiume Arkansas in Colorado (Over the River, disegni dal 2009 al 2013) che, per per timore dell’impatto ambientale sull’ecosistema, non fu mai approvato dalle autorità dello Stato.

I disegni e collage preparatori di Christo servivano anche per finanziare, con i proventi della loro vendita, la realizzazione dei progetti: sono opere d’arte in se stesse, che testimoniano l’abilità grafica di questo artista — tratto che lo accomuna peraltro ad altri esponenti del Nouveau Réalisme, come Arman e César.

 

 

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