Diario newyorkese 2.2: Jasper Johns e Julian Schnabel

Jasper Johns, Three Flags, 1958. Encaustic on canvas (three panels), 30 ⅞ × 45 ¾ in. (78.4 × 116.2 cm) overall. Whitney Museum of American Art, New York; purchase with funds from the Gilman Foundation, Inc., The Lauder Foundation, A. Alfred Taubman, Laura-Lee Whittier Woods, Howard Lipman, and Ed Downe in honor of the Museum’s 50th Anniversary. Courtesy: Whitney Museum of American Art

Programmata originalmente per il 2020 — per festeggiare il novantesimo compleanno dell’artista — si è finalmente aperta il 29 settembre scorso la grande retrospettiva dedicata a Jasper Johns, Mind/Mirror, mostra articolata in contemporanea in due diverse sedi: il Whitney Museum e il Philadelphia Museum of Art, istituzioni con le quali Johns ha un rapporto privilegiato da molti anni.

Nel marzo del 2019, a New York, c’era stata una mostra di lavori recenti di Johns, alla Matthew Marks Gallery (ne avevamo parlato su “Collezione da Tiffany”), in cui erano state esposte opere degli ultimi anni, molte delle quali concepite in cicli, come consuetudine nella produzione dell’artista. Alcune di esse riappaiono qui al Whitney, ma l’opera più recente risale al 2020: la sorprendente Slice, realizzata durante il lockdown dovuto alla pandemia (vi è, in realtà, anche una calcografia Senza titolo prodotta in 30 esemplari nel 2021).

 

Installation View of Jasper Johns: Mind/Mirror. Courtesy: Whitney Museum of American Art

“Sorprendente” è un aggettivo che si attaglia perfettamente all’opera di Jasper Johns, artista che se da un lato non ha mai voluto rinchiudersi in un “marchio di fabbrica” riconoscibile, portando avanti anzi una ricerca tecnica ed espressiva inesausta, dall’altro è spesso ritornato — anche ad anni di distanza — su vecchi soggetti, rivisitandoli in chiave nuova, talvolta con svolte espressive che sembravano quasi contraddire il periodo precedente.

Quest’ultimo dato è ben evidente nella selezione delle opere al Whitney, a partire dai soggetti/cicli più famosi: i Targets (bellissimo un White Target del 1957), le Flags (da Flag Above White with Collage del 1955 a una piccolissima Flag del 1958 realizzata su seta e completamente ricoperta da uno spesso strato di paraffina, fino ad arrivare a una delle più belle opere seriali, una serigrafia del 1973), le Maps (anche qui: notevole la litografia Two Maps II del 1966), i Numbers.

 

Installation View of Jasper Johns: Mind/Mirror. Courtesy: Whitney Museum of American Art

Vi sono però anche opere poco conosciute seppur notevolissime, come le opere scure e disperate realizzate nel 1961, in seguito alla rottura della relazione umana e professionale di Johns con Robert Rauschenberg (una porta l’emblematico titolo Liar; un’altra, Painting Bitten by a Man, è costituita dall’impronta di un morso su un encausto…); oppure la drammatica Diver del 1962-63, probabilmente ispirata al suicidio del poeta Hart Crane avvenuto nel 1932; o ancora Savarin, un ciclo di quindici monotipi del 1982 realizzati a partire dalle prove scartate di una tiratura litografica — originalmente pensata per il manifesto di una retrospettiva — a sua volta legata a una scultura del 1960: una lattina di caffè Savarin, che Johns usava per tenere i pennelli nel suo studio, riprodotta a grandezza naturale in bronzo dipinto (la scultura è esposta al centro della sala).

Un’altra peculiarità dell’opera di Jasper Johns è la sua ricerca sui piccoli formati, che lo distingue da molti dei colleghi che hanno attraversato la sua epoca e incrociato il suo lavoro, quasi una contrapposizione alla monumentalità imperante negli artisti del New Dada o della Pop Art.

Oltre ad alcune opere presenti negli altri ambienti dell’esposizione, il Whitney dedica una saletta apposita a questi piccoli capolavori dalle dimensioni talvolta davvero minuscole, molti nati come studi o variazioni su alcuni temi tipici di Johns, ma che facilmente assumono lo status di opere vere e proprie.

Una retrospettiva da non perdere se si vuole acquisire una conoscenza approfondita e a 360 gradi della produzione di questo grande artista: rimarrà aperta fino al 13 febbraio dell’anno prossimo.

 

 

Julian Schnabel: Self-Portraits of Others. Installation view. Photography: Tom Powel Imaging

Chiuderà invece alla fine di quest’anno l’esposizione che la Brant Foundation dedica a un recentissimo ciclo di opere di Julian Schnabel: Self-Portraits of Others. Il titolo, apparentemente paradossale, descrive invece perfettamente l’operazione condotta dal pittore newyorkese. Durante la lavorazione del film At Eternity’s Gate (uscito in Italia col titolo Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità) sulla vita del pittore olandese, Schnabel ha realizzato un ritratto dell’attore Willem Dafoe — l’interprete principale del film — nei panni di Van Gogh quale egli si dipinse nel celebre Autoritratto con l’orecchio bendato conservato al Kunsthaus di Zurigo.

Di lì l’ispirazione per una serie di rivisitazioni di quell’Autoritratto come pure dell’Autoritratto oggi al Musée d’Orsay e dell’Autoritratto che Van Gogh scambiò con quello del suo amico Gauguin; rivisitazioni eseguite sempre in chiave duplice, con l’immagine del pittore stesso, quale appare nei quadri, e di Dafoe nella stessa posa.

 

Julian Schnabel: Self-Portraits of Others. Installation view. Photography: Tom Powel Imaging

La serie si è poi ampliata ad altri esempi storici di autoritratto, da Caravaggio (in un Autoritratto vero e proprio, e come testa di Golia nel celebre quadro della Galleria Borghese) a Velázquez, ma anche qui con la presenza di “doppi”: Oscar Isaac (che in At Eternity’s Gate interpretava Gauguin) nei panni del pittore milanese e Cy, il figlio di Schnabel, in quelli dello spagnolo. Solo gli autoritratti di Frida Kahlo sono ripresi senza “doppio”. In tutto vengono presentate venticinque opere, eseguite tra il 2018 e il 2020.

Chiaramente interessato ai forti contrasti di colore degli originali, Schnabel in un certo senso li esacerba, riprendendo allo stesso tempo la sua celebre tecnica di dipingere a olio su frammenti di piatti e vasellame incollati su legno, il che, in particolare, restituisce in chiave contemporanea la matericità delle pennellate di Van Gogh. In breve, autoritratti altrui che raccontano molto del loro autore.

 (Desidero ringraziare Mario Fasani, recentemente approdato a New York come intern della Brant Foundation, per avermi fatto da esauriente guida all’esposizione).