Diario newyorkese #5: Upper East Side

New York, 3 maggio 2019 — L’Upper East Side, ovvero la zona di Manhattan a est di Central Park, tra la 59ª e la 106ª strada, è sempre stata la parte ricca e lussuosa di New York, una delle aree più costose di tutti gli Stati Uniti per quel che riguarda il mercato degli immobili. Mentre altre zone di Manhattan — SoHo, Tribeca, Chelsea — hanno seguito il sorgere e tramontare delle mode radical chic, l’Upper East Side, fin dall’Ottocento, è solidamente rimasto la sede della New York più facoltosa.

È in questo quartiere che si estende il celebre Museum Mile, che sulla 5a Avenue, in poco più di un chilometro, vede sorgere otto istituzioni museali, tra cui il Metropolitan Museum of Art, il Solomon R. Guggenheim Museum (quello progettato da Frank Lloyd Wright), il Museo del Barrio; poco più a sud si trovano anche la Frick Collection e, sulla parallela Madison Avenue, il Met Breuer (nella vecchia sede del Whitney Museum).

E naturalmente molte tra le gallerie più importanti di New York hanno sede (o una delle loro sedi) in quest’area; tanto per fare qualche nome: Almine Rech, David Zwirner, Gladstone 64, Hauser & Wirth, Lévy Gorvy, Michael Werner. E ovviamente Gagosian, che in questa zona ha due dei suoi cinque spazi newyorkesi, uno dei quali (976 Madison Avenue) ospita anche il Gagosian Shop, dove si possono trovare poster (a centinaia di dollari…), cataloghi, riviste, e poi anche multipli, libri d’artista (una copia di Le chef d’oeuvre inconnu di Balzac edito da Vollard nel 1931 con le incisioni di Picasso…) e “simpatici gadget” come braccialetti e collane in platino disegnate da Jeff Koons in edizione limitatissima (prezzo: 40.000/60.000 $) o — dello stesso Koons — gli immancabili Balloon Dogs di piccole dimensioni (ediz. 2300 esemplari: 9.000/25.000 $…).

Un palazzo su Madison Avenue

Per andare a visitare alcune delle mostre in corso, parto dal limite sud dell’Upper East Side, facendo un percorso calderiano: percorrendo la Madison Avenue, al 590 si trova l’IBM Building (che peraltro ospita la casa d’aste Bonhams), davanti al quale è un bello stabile rosso, Saurien del 1975. Tra il 1014 e il 1018, sempre della Madison, Calder disegnò invece un tratto di pavimentazione urbana (Sidewalk design, 1970) davanti alla sede di una galleria che lo rappresentava. Sono due delle cinque opere dello scultore inserite nel contesto urbano di Manhattan: una sesta, collocata nel World Trade Center, andò distrutta l’11 settembre 2001.

Alexander Calder: Saurien, 1975

Tra l’una e l’altra, siamo passati appunto davanti a Gagosian, che oggi inaugura una strepitosa mostra (aperta fino al 3 luglio) di Desert Painters of Australia: 13 dreamings di grandi dimensioni, provenienti dalla Kluge-Ruhe Aboriginal Art Collection dell’Università della Virginia e dalla collezione di Steve Martin e Anne Stringfield. È interessante che siano presenti opere di artisti della prima generazione che iniziò a portare su tela la rappresentazione degli elementi archetipici della propria cultura tradizionale (i sogni tramite cui gli antenati crearono il mondo: cfr. Le vie dei canti di Bruce Chatwin), accanto ad altre di artisti delle generazioni successive, quelli cioè che progressivamente cominciarono a fare, di quelle rappresentazioni, opere d’arte propriamente dette già nelle intenzioni (ovviamente sulla spinta di gallerie che crearono un mercato per l’arte aborigena). Si va quindi da Emily Kame Kngwarreye (1919-1996), da molti considerata la maggiore artista aborigena, al poco meno che cinquantenne Yukultji Napangati.

Alexander Calder: Sidewalk Design, 1970

Subito accanto a Gagosian, al 980 della Madison, un palazzo ospita al 3° piano diverse gallerie d’arte, tra cui Nahmad Contemporary, dove è in corso la mostra Jean-Michel Basquiat: Xerox. Ma, non appena si aprono le porte dell’ascensore, rimango letteralmente rapito nel vedere l’esposizione della galleria prospiciente — Venus Over Manhattan — che con un coup de théâtre accoglie a porte aperte il visitatore in Calder Crags + Vanuatu Totems from the Collection of Wayne Heathcote, una straordinaria raccolta di totem da Vanuatu, l’arcipelago del sud Pacifico, disposti in un bellissimo allestimento assieme a cinque opere di Calder (neanche a farlo apposta): due Totem del 1967 ca., e tre Crags [“Scogliere”] del 1974, ovvero standing mobiles ispirati alla rappresentazione paesaggistica degli acquerellisti giapponesi del XIX secolo. Il collegamento tra Calder e i totem oceanici non è casuale: l’artista americano, come molti suoi colleghi vissuti a Parigi nei primi decenni del Novecento, a partire da Picasso, collezionava oggetti etnici dell’Africa e dell’Oceania, che conservava nel proprio studio e a cui spesso si ispirava per le forme delle proprie sculture. La mostra rimarrà aperta fino all’8 giugno.

Allestimento di Calder Crags+Vanuatu Totems alla Galleria Venus Over Manhattan

Mi reco poi alla Nahmad, per la mostra di Basquiat (fino al 31 maggio), pure molto bella. Sono esposti lavori realizzati dal 1979 al 1987 — tutti provenienti da collezioni pubbliche o private — accomunati dall’uso di xerocopie. A differenza di Bruno Munari, alle cui Xerografie la Andrew Kreps Gallery aveva dedicato una mostra proprio qui a New York non più di due mesi fa, Basquiat utilizzava xerocopie dei propri disegni come collage di sfondo su tele poi dipinte a olio e acrilico, oppure le disponeva l’una accanto all’altra su pannelli di legno o supporti di metallo.

È un lato piuttosto inedito della produzione di questo artista, cui il nuovo spazio newyorkese della Brant Foundation (421 East 6th Street) ha voluto dedicare la sua mostra d’inaugurazione lo scorso marzo (aperta fino al 15 maggio), e cui il Solomon R. Guggenheim Museum a sua volta dedicherà una esposizione a partire dal prossimo 21 giugno.

Jean-Michel Basquiat: Untitled (Coca-Cola), 1982

Arrivati al Sidewalk Design di cui parlavamo all’inizio, ci troviamo tra la 78ma e la 79ma Strada Est, dove hanno sede altre due gallerie che vorrei visitare oggi. Partiamo dalla elegantissima Mnuchin Gallery, al 45 della 78ma, dove è in corso De Kooning: Five decades (fino al 15 giugno): una mostra che illustra molto bene il passaggio della pittura di Willem De Kooning da un segno chiaramente influenzato dal Picasso del primo periodo cubista, all’astrazione delle forme che porterà all’espressionismo astratto propriamente detto, la fase più nota dell’artista.

Questa evoluzione è ben rappresentata nei 12 ritratti femminili esposti al piano terra della galleria, che vanno da una tecnica mista su carta del 1947 al dipinto Woman and child del 1967: un’opera-cardine è Woman del 1953, dove è ancora riconoscibile il soggetto, avvolto tuttavia dal turbine delle pennellate materiche e violente. Al piano superiore della galleria sono esposti invece lavori del pieno periodo espressionista astratto, tre sculture in bronzo dei primi anni Settanta (bruttine), e altre opere fino al 1983, dove le opere degli ultimi anni appaiono un po’ splapite, per usare un termine caro a Camilleri.

Willem De Kooning: Woman, 1953

Al 18 della 79ma Strada c’è invece Acquavella Galleries, con la mostra Lucian Freud: Monumental, che espone 13 nudi di grandi dimensioni realizzati dal pittore inglese tra il 1990 e il 2007 (anche qui, tutte opere provenienti da musei e collezioni pubbliche e private). «L’essere nudi ha a che fare con un ritratto più completo, un corpo nudo è in qualche modo più presente, più reale… Quando qualcuno è lì nudo, non c’è in effetti nulla che si possa nascondere. Non tutti vogliono essere così onesti su se stessi, il che vuol dire che io mi sento obbligato ad essere altrettanto onesto nel rappresentarli. È una questione di responsabilità: in qualche modo io non voglio che il dipinto venga da me, voglio che venga da loro. È straordinario quanto si può imparare da una persona, guardandola con tanta attenzione ma senza giudizio», ha dichiarato l’artista in un’occasione.

Lucian Freud nel suo studio mentre ritrae Leigh Bowery

I primi nudi dipinti da Freud risalgono al 1966, ma quando, nel 1990, il pittore iniziò a ritrarre il performer Leigh Bowery, rimase affascinato dalla sua imponente fisicità, e cominciò così a lavorare su grandi formati che enfatizzassero la presenza fisica dei suoi soggetti. Come modelli Freud prediligeva persone che conosceva: amici, amanti, colleghi, a volte costretti a sedute di posa che potevano prolungarsi per mesi o persino per anni — Ria, naked portrait richiese alla gallerista Ria Kirby di posare quasi ogni giorno per sedici mesi tra il 2006 e il 2007. Ed è evidente, potendo ammirare molto da vicino i dipinti in mostra, come l’intimità dei personaggi ritratti filtrasse sulla tela attraverso le pennellate a volte contrastanti dell’artista: raramente distese di colore, a favore invece di un segno nervoso, spesso materico, talvolta quasi puntillistico (specie nel riprodurre particolari ambientali) che il grande formato ingloba in una resa visiva “a distanza” che coniuga oggettività fotografica e permeante psicologismo. L’artista, con la sua tecnica, si fa medium dell’umanità dei suoi modelli, disposti a mettersi a nudo. Tra i dipinti esposti, almeno due capolavori: Leigh Bowery (seated) del 1990 e Naked man, back view del 1991-1992. La mostra rimarrà aperta fino al 24 maggio.

1 Commento

  • armellin ha detto:

    ….molto attiva NYC, invece in Europa di rilevante accade questo : EUROPEE 26 MAGGIO 2019, NUOVA CREATIVITA’ EUROPEA, STEFANO ARMELLIN SUPERA LA BIENNALE DI VENEZIA 2019 CON CENTO MOSTRE IN CENTO GIORNI CONSECUTIVI, ONLINE SU LINKEDIN : IL POEMA VISIVO DEL XXI SECOLO,IL VOLTO DEL MONDO E LA CROCE, MENO 9 GIORNI A 2013 DI 2013 PEZZI PUBBLICATI E AL VOTO PER UNA NUOVA CREATIVITA’ EUROPEA Grazie per la visita su https://armellin.blogspot.com [email protected] +39.3713539054 +39.081.850.44.44

I commenti sono chiusi