Diego Bianchi: tra esperienza, casualità e immagine

Diego Bianchi, 'l'ultimo libera tutti', 2014. Particolare. Collage e dipinto su tela 120x95 cm.
Diego Bianchi, 'l'ultimo libera tutti', 2014. Particolare. Collage e dipinto su tela 120x95 cm.

Amante dei paradossi e degli spiazzamenti visivi e mentali, Diego Bianchi (n. 1961) con il suo ultimo lavoro (L’ultimo libera tutti), presentato a Milano alla fine dello scorso anno,  ci ha invitato a riflettere su infanzia ed età adulta tra sovrapposizioni, corrispondenze e contraddizioni. Un lavoro estremamente delicato e profondo di cui ci parla di in questa intervista in cui ripercorre l’evoluzione della sua ricerca artistica dagli anni Ottanta ad oggi e ci anticipa i progetti futuri.

Nicola Maggi: Ma veramente l’ultimo libererà tutti?

Diego Bianchi: «L’ultimo libera tutti è il titolo che ho scelto per la mostra che ho realizzato nella galleria The Format a Milano tra settembre e ottobre del 2014. E’ la regola che con i miei amici avevamo stabilito per il gioco del nascondino, non una visione metafisica del destino umano. Ma l’ambiguità della lettura da adulto di una regola del gioco infantile mi è sembrata giusta per i temi che ho trattato nella mostra. Nel gioco, nell’arte e nella vita nessuno sa se l’ultimo ce la farà a liberare tutti, nessuno sa nemmeno chi sarà l’ultimo. E nessuno è vincolato, se non dalle regole del gioco stesso. Giocare è accettare la sfida, correre il rischio non sta nella possibilità di essere scoperti o di credere di dominare nel ruolo dell’inseguitore; ma entrare nella dinamica, nel suo continuo movimento, saper abitare la contraddizione di stare nascosti per liberarsi o di inseguire per essere liberato. Non c’è una soluzione, un ruolo definitivo, solo una nuova partita che ci estenuerà nelle calde giornate estive».

Diego Bianchi, L'ultimo libera tutti #9, 2014. Collage e colori su carta, 94x60 cm.

Diego Bianchi, L’ultimo libera tutti #9, 2014. Collage e colori su carta, 94×60 cm.

N.M.: Il tuo ultimo lavoro ci porta nei territori più ricchi di contraddizioni della nostra realtà. Come è nato?

D.B.: «Mi piace animare luoghi visivi e mentali presenti nelle mie, e spero nostre, abitudini, siano esse visive, culturali o mentali; creando attraversamenti, sovrapposizioni, slittamenti di visione, di sensazione, di senso. Il recupero di vecchi giocattoli in soffitta è stato un pretesto per elaborare immagini e pensieri sulla rappresentazione dei luoghi dell’infanzia e dell’età adulta, delle loro relazioni con il nostro immaginario gerarchico e dove una sottile linea di crudeltà latente attraversava l’orizzonte  sono nate contrapposizioni molto semplici tra divise e giocattoli, tra divertimento e punizione, in un clima che confonde educazione militare e asilo d’infanzia. Progressivamente la mole di lavoro è cresciuta, fino a diventare un ambiente, con figure sagomate alte fino a quattro metri: una sagoma di soldato contrapposta a un albero con due cerbiatti, e poi un cavallo a dondolo, un tavolino e delle seggioline, una scultura in cemento armato, lettini, grandi dipinti e piccole icone come in un abbecedario. Ogni lavoro  è autonomo ma legato agli altri per assonanza e contesto: con i colori ho lavorato sulle tonalità pastello degli azzurri, verdi e rosa associati ai grigioverdi spenti, i blu scurissimi e i marroni cupi. Ho ripetuto i soggetti delle decorazioni delle medaglie, dei giochi  e delle divise. Ho usato il collage e la ripetizione dei materiali come il legno per creare un apparenza di continuità in un ambiente dove in realtà tutto viene rimesso in discussione, dove il nostro muoverci tra le consuetudini rassicuranti dei ruoli fosse sempre sul bordo vertiginoso dell’assurdo».

Diego Bianchi, L'ultimo libera tutti #15, 2014.  Collage e colori su tavola, 40x30 cm.

Diego Bianchi, L’ultimo libera tutti #15, 2014. Collage e colori su tavola, 40×30 cm.

N.M.: Ci parli della tua ricerca artistica, come si è sviluppata nel tempo?

D.B.: «Sono partito da una pittura di tipo astratto, fatta di sovrapposizioni e di contrasti molto forti; la mia ricerca si è poi trasformata nel corso degli anni, utilizzando diversi linguaggi, dalla pittura, alla fotografia, alla scultura, fino all’installazione. Ho sempre mantenuto un gusto di fondo per i paradossi, per gli spiazzamenti visivi e mentali. Probabilmente questo modo di procedere rispecchia le mie contraddizioni più profonde, più inconsce. In quello che faccio un costante fuori-sincrono tra le immagini reali, le sensazioni e il tempo crea un sotterraneo betweenness tra istanze puramente visuali e velleità concettuali. Le mie pratiche artistiche agiscono a partire da una tensione emotiva che si crea tra l’oggettività delle immagini e della forme e la possibilità di manipolazione delle funzioni rappresentative, fino a che non riesco a creare uno scarto o uno scollamento che diventa, almeno per me, una incondizionata esperienza estetica».

Diego Bianchi, L'ultimo libera tutti #16, 2014. Collage e colori su tavola, 40x30 cm.

Diego Bianchi, L’ultimo libera tutti #16, 2014. Collage e colori su tavola, 40×30 cm.

N.M.: A cosa stai lavorando in questo momento ?

D.B.: «Come sempre lavoro a più progetti contemporaneamente. Gli ultimi sono collegati al cortocircuito tra esperienza, casualità e immagine. Nel primo sto utilizzando alcune fotografie che ho realizzato ad una vecchia roulotte abbandonata e praticamente distrutta, nel paesaggio delle saline della Camargue, ad essa sto sovrapponendo o sto utilizzando vecchie immagini degli anni cinquanta e sessanta, immagini di famiglie felici e di sogni incontrastati. In un altro sto associando immagini che ho realizzato nell’Haw Par Villa di Singapore, un parco a tema con centinaia di sculture e diorami della mitologia cinese, con vecchie fotografie degli anni cinquanta, che ritraggono turisti cinesi nella stessa località, un cortocircuito visivo e temporale da cui sta nascendo una nuova serie di coloratissimi lavori. A partire da queste esperienze la ricerca per la sovrapposizione di temi che coinvolgono spazi, tempi e forme sempre più distanti tra loro diventa per me sempre più uno scambio dal sapore architettonico tra superficie e profondità».