#Documentare l’arte performativa. Da Cesare Brandi, al metodo di Annet Dekker e Vivian Van Saaze

Una immagine di November Steps balletto del 1973 della coreografa Mimnsa Craig, moglie di Alberto Burri, riproposto al Museo Solomon R. Guggemheim di New York nel 2015 in occasione degli eventi per il centenario della nascita dell'artista italiano.

Ottobre 2016, November Steps di Minsa Craig, grazie alla Fondazione Palazzo Albizzini collezione Burri, viene riallestito agli Ex Seccatoi del Tabacco di Città di Castello, uno dei luoghi tempio per l’incontro con l’opera di suo marito Alberto Burri.

Che facciamo, andiamo? Andiamo. Partimmo in una decina, forse qualcuno in più. Compresa nella serata una visita guidata alla mostra Burri / Lo spazio di Materia / Tra Europa e USA, anch’essa organizzata dalla Fondazione Palazzo Albizzini.

Tre mesi e mezzo di esposizione per un dialogo che riuscì a mettere in relazione l’opera di Burri con molti dei grandi rappresentanti dell’arte contemporanea del secondo dopoguerra del XX secolo.

Minsa Craig, proveniente dalla scuola dell’immensa coreografa Martha Graham, colei che diede il via alla rivoluzione di paradigma che troviamo oggi nella danza moderna, allestì per la prima volta questo spettacolo al Teatro dell’Opera di Roma.

Era il 12 giugno del 1973. Scenografia e costumi di Alberto Burri e coreografia ideata su musica di Toru Takemitsu.

Spettatore d’eccezione di quello spettacolo Cesare Brandi che racconta lo spettacolo in un articolo apparso nel Corriere della Sera il 1° luglio 1973 dal titolo Un affresco danzante.

«La luce diveniva colore e il colore luce; l’assenza di ombre rendeva l’insieme lievitante come appunto doveva apparire anche il fondo – scrive Cesare Brandi – Ora il fondo, all’inizio, aveva solo questa nota azzurrognola, quasi marina, quasi albeggiante, fatta di aria leggera, di vapori impalpabili come al calar della sera, ma in un cocente mezzogiorno. Poi lentamente cominciavano a disegnarsi delle crepe».

L’immagine restituita è quella della nascita di un’abbagliante cretto bianco cucito in scena dall’insieme armonico di corpi, luci, proiezioni e costumi. Una scrittura scenica piuttosto innovativa per i tempi e uno storico dell’arte specializzato nella teoria del restauro che coglie sfumature e azioni per raccontare e consapevolmente documentare uno spettacolo unico.

Altre tracce dello spettacolo si trovano sotto forma di dati e documentazione fotografica nell’archivio storico del Teatro dell’Opera di Roma. Archivio digitalizzato ed accessibile on line alla pagina: https://archiviostorico.operaroma.it/persona/minsa-craig/

La coreografia di November Steps della compagnia newyorkese di Tom Gold è stata portata in scena la prima volta al Solomon R. Guggenheim Museum New York in occasione dei grandi eventi dedicati ad Alberto Burri nel centenario della sua nascita nel novembre 2015 e nel 2016 a Città di Castello.

Presentata come una rielaborazione dell’originale, non debutta in teatro ma in due importanti spazi espositivi poco più di quarant’anni dopo e ad un anno l’una dall’altra.

Operazione non facile che si porta dietro la polvere dei tempi che non ci son più, l’evoluzione che hanno negli occhi i nuovi spettatori, i corpi danzanti di millenials svestiti da costumi opere d’arte, la rivoluzione del rituale processo partecipativo alle pratiche performative che c’è stato negli anni recenti e, non per ultimo, la mancanza di un teatro. Difficilissimo.

Però, il tempo è passato con le sue rivoluzioni più o meno silenziose sulla pelle dei fruitori dell’arte, degli artisti e delle opere di qualsiasi genere, tema e tipo. Che si fa allora? Quale traccia salvare?

Come ci siamo già detti nell’articolo #Memoriaeoblio. Passaggi di stato: arte contemporanea ed esercizio dell’oblio, le domande sono molte ed il dibattito interno al mondo della conservazione dell’arte contemporanea è ancora aperto.

Quali sono i segmenti che aderiscono al sentimento artistico e all’intenzione poetica di un autore? Come coglierli e riproporli senza cadere nella trappola della rievocazione storica o del restauro invasivo?

Mi piace pensare che anche Cesare Brandi quando scrisse Un affresco danzante si ponesse queste domande e fosse consapevole che una performance di quel tipo, consumata in pochi istanti, avrebbe potuto rimanere alla memoria come azione artistica solo se documentata, condivisa, conosciuta.

Un affresco danzante è un documento che fa vivere ancora quella performance. Quali gli altri? Ma proviamo a fare il salto qualitativo tanto auspicato dai conservatori cercando di non ragionare caso per caso ma attraverso teorie spendibili a 360 gradi nel genere delle arti performative.

Questa volta ci vengono in soccorso Annette Dekker e Vivian van Saaze con il loro saggio del 2012 Documenting Dance : development of a model structure che troviamo tradotto in italiano nel libro curato da Paolo Martore Tra memoria e oblio. Percorsi nella conservazione dell’arte contemporanea.

Il modello proposto è il frutto della ricerca interdisciplinare Inside Movement Knowledge (IMK, 2008/2010) progetto mirato all’indagine di nuovi metodi di documentazione, trasmissione e conservazione delle conoscenze sulla danza e coreografia contemporanea.

Il progetto parte dalla consapevolezza che i metodi usati in passato per scrivere partiture per l’arte della danza, come quello di Rudolf von Laban del 1928 o quello di Joan e Rudolf Benesh del 1955, non son più sufficienti alla documentazione della danza contemporanea che si attiene a volte all’improvvisazione, a volte ad esser site specific, ed altre volte ad interloquire con nuovi medium.

Un esempio è quanto ha scritto Francesco Niboli in  #Documentare per conservare: cosa ci insegnano gli esempi di Marina Abramovié e La Cura  sul lavoro che sta conducendo Marina Abramovic all’interno del suo Institut for Preservation of Performance Art.

Il metodo costruito in questo ultimo caso, ma anche e specificatamente da Dekker e Van Saaze porta qualcosa di tangibile ma altrettanto fluido e adattabile nelle mani delle compagnie, delle accademie e di chi conserva arte performative.

Un modello che oltre a documentare, genera e alimenta conoscenza a vari livelli sia esterni che interni al caso specifico a cui si sta lavorando. Un format che muove le prime fasi circa la domanda cosa non si può modificare o dimenticare dell’azione performativa? e si evolve in un incentivo alla comunicazione e al dialogo, creando sinapsi tra le varie parti che compongono l’intera macchina, mettendo a fuoco la comprensione reciproca dei vari elementi che agiscono in uno stato di evoluzione interattiva e proattiva.

Per lo sviluppo del metodo Annette e Vivian si concentrarono in modo particolare sulla performance di danza Extra Dry di Emio Greco|PC e sui passaggi e le modifiche che negli anni ha subito cercando di trovare un limen su cui stare e continuare a far esistere l’azione poetica. Non un punto d’arrivo ma una traiettoria che qui sembra esser segnata: documentare, trasmettere, conservare. Insomma, si può fare!