Federica Cogo: Ecce Homo

L’uomo e la sua natura sono da sempre al centro della ricerca artistica di Federica Cogo (n. 1985) che porta avanti la sua indagine attraverso vari linguaggi, dalla pittura al video, passando per la fotografia.  All’ultima edizione di The Others ha presentato Pollution, lavoro realizzato durante la residenza in Cina vinta con Artelaguna 7. Un’opera delicatissima, realizzata con la tecnica del paper cut, in cui affronta un tema a lei estremamente caro come quello del rapporto tra l’uomo e gli animali.

Nicola Maggi: Hai realizzato Pollution durante il tuo soggiorno nel quartiere pechinese degli artisti, Chaochangdi.  Ci racconti come è nato?

Federica Cogo: «Volevo continuare la mia indagine sul rapporto tra uomo e animale, ma volevo farlo in una maniera diversa che rispecchiasse anche il posto dove andavo in residenza, la Cina: un paese molto particolare per quanto riguarda questo tipo di rapporto. Tutto è nato strada facendo. Ero convinta di utilizzare la carta,  perché avevo già provato il paper cut e mi era piaciuto l’esperimento. Il resto, potremmo dire, lo ha fatto il luogo dove mi trovavo.  Sono andata in una libreria per cercare delle immagini da utilizzare e ho visto una sezione dedicata alla “vivisezione” con tante pubblicazioni piene di immagini, perché in Cina non hanno problemi con questo tipo di pratica. E ho capito subito che il tema centrale del mio lavoro doveva essere quello. Sfogliando quei libri, poi, ho notato che in molte foto il contatto tra l’animale e l’uomo avveniva quasi unicamente attraverso la mano. Si trattava di immagini che dovevano documentare la sperimentazione. E allora mi sono detta: ok mi focalizzo solo sul contatto tra uomo e animale e, nello specifico, tra questo e la mano umana».

Federica Cogo, Pollution #5, 2013. ritaglio di carta su immagini, paper cut on picture,  40 x 40 cm

Federica Cogo, Pollution #5, 2013. ritaglio di carta su immagini,40 x 40 cm

N.M.: Per la prima volta, peraltro, in questo lavoro usi il bianco. Come è nata questa scelta?

F.C.: «Anche in questo caso la Cina è stata determinante. Inizialmente l’uso del bianco non mi convinceva. D’altronde non l’ho mai usato e, solitamente, nei miei dipinti scelgo sempre un colore forte o pastello che sia, per fare da dominante. Poi è successo qualcosa: ho scattato una foto ad un casa con il mio telefono per poi rielaborarla con Instagram. Quando l’ho riguardata, però, ho visto che la casa si stagliava su uno sfondo bianco puro, molto digitale. Inizialmente ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava nel mio cellulare. Poi, però, ho capito che quel bianco era il colore dell’inquinamento. E, così, ho deciso di utilizzarlo anche perché ho sentito che quel bianco dava maggior razionalità alle immagini, un maggior distacco».

Federica Cogo, Pollution #8, 2013. ritaglio di carta su immagini, 40 x 40 cm

Federica Cogo, Pollution #8, 2013. ritaglio di carta su immagini, 40 x 40 cm

N.M.: In alcuni tuoi lavori, penso a Povera Patria o a L’incredulità di San Tommaso, gli animali diventano anche una metafora dell’essere umano…

F.C.: «Sono  un ponte per studiare l’uomo. Mi sembra di riuscire a capire chi è veramente solo analizzando il suo rapporto con gli animali. E così diventano un modo per raccontare l’uomo. Sempre con molta ironia, come quando metto ai dipingi titoli di opere storiche, così da dare al lavoro un significato altro, che si aggiunge a quello dell’immagine soggettiva. Quello che traccio con i miei lavori è un vero e proprio racconto sull’uomo, su una sua cerca crudeltà intrinseca che esce allo scoperto, in particolare, quando è in gruppo.  Un elemento che emerge soprattutto nei video che realizzo rielaborando immagini realizzate da persone qualunque».

Federica Cogo, L’incredulità di San Tommaso, 2011. Acrilico e olio su tela, 90 x 75 cm

Federica Cogo, L’incredulità di San Tommaso, 2011. Acrilico e olio su tela, 90 x 75 cm

N.M.: In questa tua indagine sulla natura umana non mancano lavori che hanno un taglio più socio-politico, come Stars and Stripes del 2013 dove, peraltro, l’uomo non compare mai…

F.C.: «Lo studio dell’uomo e del suo rapporto con la società e con l’infanzia è un aspetto centrale della mia ricerca. Nei miei primi lavori, come Sweet Home del 2008, sono partita dai giocattoli, che vedevo molto come rappresentazione dei valori che la società passa alle nuove generazioni. Stars and Stripes, invece, è un progetto nato in modo spontaneo quando ero negli Stati Uniti e affronta il tema di come l’uomo si pone in relazione con i propri stereotipi, come il patriottismo e, in questo, la società americana è paradigmatica. E’ vero, in questi lavori non c’è mai l’uomo, perché la sua presenza significherebbe identificare qualcuno e sarebbe un po’ rischioso, perché non permetterebbe a chi guarda di cogliere a pieno il messaggio».

N.M.: Una cosa che accomuna tutti i tuoi lavori è la loro capacità di portare in superficie alcuni aspetti dell’uomo in rapporto con se stesso, la società o il mondo naturale, ma in modo distaccato. La tua opinione rimane sempre velata, sullo sfondo. Ci lasci riflettere in solitudine…

F.C.: «Sono contenta che tu abbia colto questo aspetto, perché è uno dei miei principi. Credo sia importante non mettere se stessi  al centro, perché non sarebbe produttivo. Non devo parlare di me, ma di noi e aiutare chi guarda ad una comprensione di quello che ci circonda. Anche perché, se lascio una porta aperta le persone sono più inclini a riflettere. Se, invece, imponessi un mio punto di vista, questo potrebbe diventare un “pacchetto” che le persone rifiutano. Uno dei miei “inganni”, ad esempio, è quello di usare nelle immagini colori dolci, animazioni o metterci un messaggio molto ironico e leggero, perché le persone non siano spaventate e confrontino con il messaggio».