Edoardo Monti: colleziono perché voglio condividere

Ritratto di Edoardo Monti (particolare). Credit: Federica Simoni

Ho incontrato Edoardo Monti che fuori nevicava. Tra gli ultimi ritocchi per la mostra imminente e un gioviale andirivieni di giovani artisti e curatori, l’energia di Palazzo Monti ha reso ancora un po’ più magica l’atmosfera. O forse è stato il contrario, poco importa. Qui Edoardo ci racconta di come ha iniziato giovanissimo ad avere a che fare con l’arte, fino a diventarne attivo promotore a tempo pieno, con ancora tante sorprese in serbo per il futuro.

 

Alice Traforti: Caro Edoardo, iniziamo questa storia dal principio. Mi hai raccontato del tuo precoce interesse per l’arte contemporanea fin dall’età di 14 anni. Come sei diventato un collezionista?

 

Edoardo Monti: «Il primo approccio è iniziato dal desiderio di conservare e custodire, più che acquisire. Tutto parte da un arazzo di Fortunato Depero donatomi dal nonno. La volontà e necessità di doverlo accudire e proteggere mi ha fatto profondamente innamorare di tutto il processo che esiste prima, dopo e durante ciò che vedo come una semplice transazione economica, ovvero l’acquisto di un’opera che ci interessa: lo studio, la ricerca, l’archiviazione, la cura, l’installazione. Da quel momento l’interesse verso un artista mi portava a conoscerne altri, e il processo non si è mai fermato».

Un lavoro dell’artista israeliano Oren Pinhassi

 

A.T.: Che cosa ti piace collezionare e in base a cosa effettui le tue scelte di acquisto?

 

E.M.: «Colleziono prevalentemente pittura figurativa e scultura astratta e figurativa. In collezione ci sono anche fotografie, disegni, performance, pezzi di design, qualche stampa e video art.

Risulterà banale dirlo, ma il primo impatto visivo che ho quando osservo un’opera è il più importante e determinante, al di là di qualsiasi risultato di mercato, consigli o suggerimenti. Della maggior parte delle opere in collezione, conosco personalmente l’artista che le ha realizzate. Questo è il secondo fattore determinante, un’affinità con l’artista stesso, che cerco di incontrare prima dell’acquisto di una nuova opera. Di conseguenza, l’età media degli artisti in collezione è sotto i 30 anni.

Non colleziono solo con l’obiettivo di investire, colleziono perché voglio condividere con amici, visitatori e altri artisti la passione che ho per l’Arte; perché mi piace poter fornire supporto agli artisti in cui credo e che rispetto; perché voglio vivere una vita circondato da opere che possano continuamente fornire l’input per conversazioni diverse e interessanti, spesso tra me e me.

Per raggiungere questi obiettivi, devo e voglio lasciare più spazio al cuore che alla mente o a dei pdf con promesse di crescita del valore di mercato e percentuali».

Alessandro Piangiamore, Ieri Ikebana 140520191, 2019. Courtesy Magazzino

 

A.T.: La vita ti ha portato da Bergamo, dove sei nato e cresciuto, fino a New York, città che ti ha fatto scuola per il contemporaneo. Ci racconti com’è la vita artistica e culturale della città e che cosa hai imparato come giovane collezionista?

 

E.M.: «New York mi ha insegnato due cose. La prima, è che gli artisti sono persone in carne e ossa, che vivono una vita come la nostra, con i quali si può trascorrere un weekend e andare in vacanza insieme. Quello che voglio dire è che in una città con un alto numero di persone creative, è facile e bellissimo entrare a far parte di un giro di amici legati al mondo dell’arte, da chi è artista a chi lavora in galleria, chi lavora per musei e chi per collezioni private.

Il poter condividere la mia quotidianità e vita privata con amici con un ruolo attivo nel mondo dell’arte, è stato un fattore determinante che mi ha portato a fare la scelta di dedicarmi interamente al supporto di artisti contemporanei.

La seconda è che esiste un’alternativa a come si gestiscono i musei e luoghi culturali contemporanei e no. I musei a New York vengono realizzati e pensati come luogo di aggregazione e condivisione non soltanto durante le ore della giornata lavorativa, ma hanno una seconda vita che attiva gli spazi e fornisce dei servizi culturali praticamente non stop. Questo democratizza il concetto di Cultura, rendendolo fruibile a molti più cittadini e visitatori».

Gianni Politi, Maschera tragica, 2016

 

A.T.: Sei poi rientrato in Italia, tra Bergamo e Brescia, ormai da un paio d’anni.  Quali sono le principali differenze, positive e/o negative, legate all’ambiente italiano?

 

E.M.: «Principalmente manca una cosa, determinante in altri paesi esteri: una struttura governativa che incentivi l’investimento pubblico e privato nel contemporaneo. Siamo già una nazione che, tradizionalmente, non comprende il concetto di “donazione” a sè stante, senza un ritorno fisico o astratto, specialmente per un settore come quello della Cultura.

Questo potrebbe essere incentivato se lo Stato realizzasse delle leggi che prevedono degli sgravi di tasse per donazioni e investimenti sulla Cultura. Non parliamo neanche dell’Art Bonus che, per quanto possa essere visto come primo mattone di un muro che ancora manca, è tuttavia irrilevante per il Contemporaneo e indietro anni luce se lo paragoniamo ai vantaggi che si ottengono in Francia o America.

Per il resto la situazione non è così negativa come si pensi. Certo, non abbiamo gallerie e musei cosi “potenti” come in altre nazioni, che possano influenzare veramente il mercato, e di conseguenza il valore e i prezzi degli artisti italiani sono più stabili.

Per fare invece un discorso generale, all’inizio conoscevo poco gli artisti e gallerie Italiane, ma sono bastati un paio di mesi tra fiere, vernissage e studio visits, per rendermi meglio conto del panorama Italiano dell’arte contemporanea. Quello che ho potuto constatare è che in Italia, come all’estero, il “giro” è relativamente piccolo e ben definito. Seguendo le molte leggi non scritte, si può imparare velocemente e partecipare attivamente al settore».

Sara Anstis, Untitled, 2019

 

A.T.: Ora parliamo di Palazzo Monti, il palazzo di famiglia a Brescia, dove attualmente vivi, che hai trasformato in una residenza d’artista, aiutato da un board di consiglieri internazionali. Raccontaci anche questa storia dal principio…

 

E.M.: «Il desiderio di utilizzare il palazzo a Brescia nasce nel 2016 dopo una visita agli spazi. Mi pareva sprecato non realizzare un progetto all’interno di questo luogo speciale, e nel corso del 2016 ho lavorato al concetto base di Palazzo Monti che è poi stato lanciato nel marzo 2017. Non ho mai vissuto in quella casa e nemmeno a Brescia, ma sentivo il bisogno di mettermi alla prova e dare una nuova vita al palazzo. Il progetto ha da subito raccolto molto interesse, internazionale e non, che ha generato molte richieste e conseguenti partecipazioni. La risposta positiva mi ha portato alla scelta di lasciare il mio lavoro a NY e tornare in Italia a tempo pieno, cosa che ho realizzato nell’estate del 2018».

 

A.T.: Come tieni separati il tuo essere collezionista dall’attività di Palazzo, che assorbe in maniera totalizzante parecchi aspetti della tua vita legata all’arte, facendo inevitabilmente sentire una certa influenza sulle tue scelte di collezionismo?

 

E.M.: «Il Board internazionale, di Direttori basati tra Londra, New York, Parigi e Seoul, permette a Palazzo Monti di avere un processo di selezione neutrale, dove la mia scelta pesa tanto quanto quella degli altri 4 Direttori. È bellissimo poter far parte di un processo il cui risultato è potenzialmente non allineato con i miei gusti personali. Ma proprio grazie a ciò sto apprezzando giorno per giorno opere e tecniche che, se fossi rimasto solo collezionista privato, avrei snobbato. Questo sta ovviamente anche influenzando la mia scelta sulla collezione, ed è bellissimo vedere come si evolve in parallelo alla conoscenza che acquisisco tramite Palazzo Monti».

Una foto della scalinata di Palazzo Monti, Brescia (credit Filippo Bamberghi)

 

A.T.: Durante la mia visita a Palazzo Monti, mi ha colpito molto il tuo senso per l’archivio, o meglio per il non archivio, nella necessità di tenere a vista il maggior numero di opere, certamente legata anche a una questione di spazi che però non ne costituisce la motivazione. Da dove deriva questo forte desiderio?

 

E.M.: «Principalmente dal rispetto per le opere e gli artisti stessi. Se crediamo che collezionare sia soltanto comprare e mettere via in archivio, ci sbagliamo. L’onere e onore di un collezionista veramente contemporaneo inizia dal momento in cui l’opera entra a far parte della sua collezione. Certo, la transazione economica dell’acquisto è un passo importante per il supporto diretto verso un artista in cui crediamo, ma è anche il primo di tanti altri. Tra questi, l’impegno di esporre l’opera così che si possa dare a visitatori, amici e altri appassionati l’opportunità di goderne e l’occasione per parlarne e discuterne. Sono altresì un grandissimo fan dei prestiti, non solo a istituzioni e musei, ma anche ad altri privati che possano aiutare la collezione a essere condivisa con più persone possibile».

 

A.T.: Bilancio dei primi anni di attività di Palazzo Monti e programmi 2020…

 

E.M.: «Abbiamo ospitato finora 142 artisti da oltre 45 paesi e tutti e 5 i continenti. Sono stati organizzati moltissimi eventi, mostre, incontri per condividere quello che gli artisti in residenza hanno realizzato. Riceviamo ora circa 100 richieste al mese, selezionate dal Board internazionale, e possiamo ospitare fino a 6 artisti contemporaneamente. Siamo ora ufficialmente Associazione Culturale Ente del Terzo Settore, che ci permetterà di ricevere donazioni da sostenitori Italiani ed  internazionali. Per il 2020 abbiamo in programma altre 5 mostre principali, che verranno annunciate nelle settimane precedenti ad ogni vernissage, eventi e manifestazioni minori, così come la continuazione del progetto di residenze per artisti».

Antonio Fiorentino, The Sleep, 2018

 

A.T.: Infine, che cosa pensi dell’arte contemporanea attuale nella tua visione globale?

 

E.M.: «Credo che sia un settore che regala moltissime soddisfazioni. Ognuno sceglie di giocare dei ruoli diversi in base ai propri interessi, obiettivi e capacità, e ci sono molte opportunità per tutti. Il Contemporaneo riesce tuttora a provocarci, mettere in discussione i nostri credo, istruirci ed educarci. Non mi interessano tanto le notizie su quanto più o quanto meno tale asta o fiera abbiano venduto rispetto agli anni passati, dedico piuttosto le mie energie per lavorare a progetti che possano fornire supporto agli artisti in cui credo di più».