Emergenza Covid-19: il 45% delle gallerie d’arte italiane rischia di chiudere

Foto di Dean Moriarty da Pixabay

È un vero e proprio grido d’allarme quello che si leva dal settore delle gallerie italiane di arte moderna e contemporanea che si trova a fare i conti con una crisi senza precedenti, tanto da metterne a rischio la stessa esistenza.

Intervistati dalla loro associazione di categoria, l’ANGAMC, circa il 45% dei galleristi ha dichiarato, infatti, di essere vicino ad un punto di non ritorno.

«La situazione è gravissima – commenta Mauro Stefanini, presidente dell’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea (ANGAMC) –. Ma quello che preoccupa ancor di più è il silenzio da parte del Governo. In questi mesi le gallerie italiane hanno potuto usufruire di qualche misura generica, in primo luogo la cassa integrazione (circa il 70%, ndr), ma a differenza di quanto successo in altri paesi europei e in altri settori economici non è stato messo in campo nessun intervento specifico».

Mauro Stefanini, Presidente Angamc. Ph. Michele Bensi 

A pesare sulle sorti di un settore storicamente in difficoltà, un mercato praticamente congelato che, da marzo a maggio 2020, ha visto i fatturati delle gallerie ridursi pericolosamente: per il 40% degli intervistati si parla di una contrazione di oltre il 70%. Mentre per un altro 25% la riduzione oscilla tra il 50 e il 70%. A questi si aggiunge un ulteriore 17% che ha dichiarato una diminuzione del fatturato tra il 30 e il 50%.

Non molto è cambiato con la ripartenza. I principali appuntamenti fieristici, vera linfa vitale del settore, si sono trasformati in eventi online, mero simulacro di ciò che dovrebbero essere realmente: momenti di affari e in cui intrecciare nuove relazioni commerciali. 

Invece, da Miart ad Artissima, passando dai grandi appuntamenti internazionali, tutto si è “dematerializzato” sotto i colpi di una Pandemia che sembra non lasciar tregua arrivando ad incidere dal 30 a oltre il 70% sui fatturati delle gallerie (60% dei casi). E scarso è stato anche il contributo dell’online a cui tutti gli operatori sono ricorsi in questi mesi.

Un quadro, quello italiano, non dissimile da quello rilevato a livello internazionale dal report di Art Basel | Ubs: The Impact of COVID-19 on the Gallery Sector, a conferma di come anche le “disgrazie” siano ormai globalizzate, ma che rischia di arrecare un danno ingente al nostro Paese.

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A rischio anche l’offerta culturale del nostro Paese

 

Se ai più il settore italiano delle gallerie italiane di arte moderna e contemporanea può sembrare un mondo riservato a pochi addetti e, numericamente parlando, poca cosa rispetto ad altri comparti della nostra economia nazionale, la realtà dei fatti è ben diversa.

Le grandi difficoltà che stanno attraversando le gallerie italiane, oltre che i singoli addetti con i loro dipendenti, interessano infatti anche un indotto molto ampio, che coinvolge: curatori, critici d’arte, trasportatori specializzati, restauratori, corniciai, allestitori, grafici, tipografi, web agency, case editrici e via dicendo. Per non parlare degli artisti, specie dei più giovani.

L’indebolimento eccessivo di questo settore comporterebbe danni ingenti per la stessa offerta culturale italiana. Lungi dall’essere solo un luogo di compravendite, infatti, le gallerie danno un contributo fondamentale in termini, appunto, di offerta culturale.

Un’immagine della Art City White Night del 2019 a Bologna

Non solo organizzando mostre (gratuite) nei propri spazi – circa 5 l’anno in media – ma anche collaborando alla realizzazione delle esposizioni che si tengono nelle sedi istituzionali. Quelle, per intenderci, che attirano il grande pubblico.

Un ruolo, questo, spesso poco conosciuto e scarsamente riconosciuto. Eppure fino ad oggi si è dedicato a questa attività più dell’84% delle gallerie, ma già adesso oltre il 30% di esse ha dichiarato che dovrà inevitabilmente ridimensionare questo impegno nei prossimi mesi. Come dovrà ridurre anche la propria attività espositiva (48%).

A tutto ciò si aggiunge che le gallerie più in difficoltà in questo momento sono quelle che si occupano di contemporaneo nel senso stretto del termine. La loro eventuale chiusura, in questo caso, metterebbe a rischio la carriera dei nostri artisti più giovani e, con essa, il ruolo del nostro Paese sulla scena artistica emergente a livello internazionale dove, invece, in questi anni ha mostrato di saper fare molto bene.

 

L’arte può aiutare a mitigare i danni della crisi generata dalla Pandemia

 

Come abbiamo scritto più volte, se i principali fattori scatenanti nell’acquisto di opere d’arte da parte dei collezionisti sono quello emotivo e quello sociale, negli ultimi anni anche il fattore finanziario sta diventando sempre più importante.

Come sottolineano anche Adriano Picinati di Torcello e Barbara Tagliaferri di Deloitte Italia nell’ultimo rapporto sul Mercato dell’arte e dei beni da collezione, infatti, una «grande maggioranza di collezionisti, compra arte per passione, ma con una visione d’investimento, con l’obiettivo per esempio di diversificare il proprio portafoglio o come riserva di valore».

Un’attenzione, quella appena descritta, che si è molto accentuata in questi mesi, con l’arte che, nonostante tutto, continua a rappresentare una valida e concreta alternativa agli investimenti immobiliari e finanziari, attualmente più volatili del solito.

Tanto che in questo 2020 sono moltissimi, a livello internazionale, i collezionisti consolidati e i nuovi acquirenti che si sono rivolti all’arte proprio per mitigare gli effetti della crisi economica, diversificando i propri investimenti.

Un mercato fragile, però, è poco attrattivo sia per chi vende opere di qualità che per chi le acquista. E in una realtà globale dove, stando comodamente a casa, si possono comprare opere in tutto il mondo, avere un mercato dell’arte debole rappresenta un rischio che il nostro Paese non può permettersi. In particolare oggi che il mercato italiano iniziava a dare segni di un importante rafforzamento. 

 

Per ripartire servono misure ad hoc a partire dall’Art Bonus

 

Da tempo, ormai, l’ANGAMC chiede misure concrete per il rilancio del settore. Misure che adesso, con la crisi economica generata dall’emergenza Covid-19, diventano urgenti.

In particolare l’Associazione guidata da Mauro Stefanini chiede che al più presto si arrivi ad un allineamento delle aliquote IVA con quelle degli altri Paesi dell’Unione Europea, così da essere più competitivi sulle piazze internazionali.

Lo Stand ANGAMC ormai presente in tutte le principali fiere d’arte italiane e punto di riferimento per le gallerie partecipanti

Ma tra le richieste più caldeggiate dall’Associazione vi è anche l’estensione dell’Art Bonus con la possibilità di portare in ammortamento le opere acquistate da soggetti passivi d’IVA, ammortizzando il 65% della cifra investita. Si auspicano, inoltre, vantaggi fiscali per chi sostiene la cultura e il sistema italiano dell’arte.

I galleristi italiani, inoltre, rivolgono un appello anche agli enti fieristici chiedendo, almeno in questo particolare momento, delle tariffe agevolate per la partecipazione alle fiere. In Italia come nel resto del mondo, d’altronde, la partecipazione a questi eventi rappresenta una delle voci di spesa più significative tra quelle sostenute dalle gallerie.

Leggi anche -> Le proposte di ANGAMC per sostenere la filiera artistica

 

Il Neustart Kultur tedesco: un esempio a cui ispirarsi

 

Pochi nel mondo hanno fatto quanto la Germania per sostenere il proprio sistema dell’arte di cui viene riconosciuta un’importanza assoluta a livello nazionale. Già il 17 giugno scorso, infatti, il Governo Federale ha lanciato il programma Neustart Kultur: 1 miliardo a sostegno del sistema culturale gravemente colpito dalla Pandemia.

All’interno di questa misura, importanti risorse proprio per le gallerie d’arte: 16 milioni di euro con l’obiettivo di rafforzare il loro lavoro culturale e di mediazione come partner essenziali degli artisti. Vengono così finanziate mostre di opere di artisti contemporanei e processi di digitalizzazione innovativi.

Mentre la Germania stanzia 16 milioni per aiutare le gallerie d'arte, in Italia il settore è lasciato a se stesso ed è in grandi difficoltà.
Il ministro tedesco della cultura Monika Grütters. Photo: Christof Rieken

Allo stesso tempo il ministro della Cultura ha aumentato il budget per le acquisizioni per la collezione d’arte contemporanea della Repubblica Federale portandolo da 2,5 milioni di euro a 3 milioni.

Quest’anno, così, saranno acquisite circa 150 opere d’arte e la commissione di acquisto indipendente non solo le comprerà direttamente alle fiere d’arte, ma anche da gallerie e artisti in tutta la Germania.

 

Le gallerie d’arte in Italia: una panoramica

 

La maggior parte delle gallerie italiane è nata nel primo (30%) e nel secondo decennio (36%) del nuovo millennio, anche se non mancano realtà più longeve (il 16% è nato prima del 1990). A testimonianza di un settore caratterizzato da un forte ricambio dove si dice che 4 gallerie su 5 chiudano entro 5 anni e, ogni anno, chiuda il 10% di quelle con più di 5 anni. 

Oltre il 90% tratta arte contemporanea, nel 40% dei casi assieme al moderno, e ha un fatturato medio basso: il 22% non raggiunge i 100.000 euro, mentre un 23.4% si colloca tra i 100 e i 300.000 euro. Un altro 20%, invece, si trova nella fascia tra i 500.000 e il 1.000.000 euro. Pochissime quelle che realizzano annualmente più di un milione di euro.

Si tratta, principalmente, di realtà piccole che nel 45% dei casi hanno tra i 2 e i 5 dipendenti, ma molto spesso uno solo (40%). Poche hanno più di una sede espositiva in Italia e quasi nessuna (91%) ne ha una fuori dai confini nazionali. Buono il tasso di partecipazione alle fiere estere (58%) con una presenza, nel 86% dei casi, ad almeno 2 eventi fieristici internazionali all’anno.

1 Commento

  • Gianluigi ha detto:

    Forse la situazione meno critica è vissuta dalle gallerie con televendita. Quelle “storiche” e affidabili sembrano “tenere il mare”, a fronte, comunque, di un abbattimento dei prezzi che interessa anche gli autori storicizzati più prestigiosi ancora considerati ,se non investimento, “bene rifugio”. Mi colpisce che non si sia accennato a questo settore apparentemente poco in sofferenza. Complimenti per la pagina, un caro saluto.

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