#engagement. Quando la cura del patrimonio culturale è una questione di sguardi

A gran voce la Convenzione di Faro promuove la messa in atto di azioni virtuose al fine di avere ricadute importanti sul fronte di una comprensione più ampia del patrimonio culturale e di approfondire il rapporto con le micro e macro-comunità.

Abbiamo parlato più volte della convenzione, ad esempio nell’articolo Apertura, dialogo e condivisione per una nuova idea di eredità culturale. E’ un percorso con obbiettivi a medio e lungo termine al quale si accompagna una dimensione densa di esperienze non ancora ben codificate ma funzionali.

Eterogenee realtà, oggetti e luoghi che attendono in ragione dei significati e degli usi a loro attribuiti sul piano culturale e di valore un riconoscimento dalle persone.

L’importanza della partecipazione dei cittadini alla vita e alle attività culturali è la chiave di volta che la convenzione sottolinea al fine di mettere in atto tutte le buone pratiche promosse.

Solo attraverso operazioni di apertura, dialogo e condivisione accadrà quanto auspicato. La speranza? Una maggior consapevolezza del valore del patrimonio culturale e del suo contributo al benessere e alla qualità della vita e la creazione di cittadini capaci di cura verso queste testimonianze che ci arrivano da un passato e da luoghi più o meno lontani.

Una cura che avrà molteplici punti di vista: affettivi, tecnici e scientifici, sociali, culturali. Una cura che genererà cura, sostenibilità e benessere. Vedi anche #reciprocità. Fragment of extintion. Un patrimonio di cui prendersi cura / un patrimonio dal quale essere curati.

L’incontro con l’arte, certamente oggi ma anche nel passato, è un evento dalle mille forme, un evento possibile e un evento che risponde a tante esigenze individuali e sociali. Cosa spinge una persona all’incontro? Cosa possono fare le istituzioni e le comunità che ruotano attorno ai luoghi della cultura al fine di far accedere l’incontro?

Le istituzioni culturali nell’esercizio del loro ruolo politico, culturale, sociale hanno il dovere di preoccuparsi di quest’incontro. Stabilendo nel possibile le regole e soprattutto rendendo disponibili e fruibili i contenuti.

Rendere accessibile il patrimonio, elaborare i contenuti, creare narrazioni molteplici ed occuparsi della loro comunicazione a più registri, significa adattare il messaggio sia a diverse possibilità di comprensione sia a diversi strumenti di comunicazione e condivisione.

Seppur alcuni vedono in questo processo di riduzione un impoverimento culturale, allo stesso tempo va compreso che lo svilimento culturale avviene solo se dopo queste azioni, che sono e devono essere solo un modo per creare una prima possibile occasione d’incontro, non ne susseguono altre di approfondimento e fidelizzazione. Come se la divulgazione culturale si potesse risolvere solo nel messaggio, o fosse solo il primo messaggio.

Lo sappiamo tutti, l’amore è molto di più di primo incontro e di certo non è quel primo scambio il luogo e l’incarnazione del sentimento più autentico e profondo. All’inizio è una questione di sguardi, di poche parole messe al posto giusto e dette nel modo giusto. Ma è il fatto che in quel momento ci si giochi tutto o quasi tutto a renderlo così importante. È un po’ come una buona primavera per un seme.

Ovviamente questo non serve quando si è già introdotti e si solca appassionatamente verso un obbiettivo che si è già fatto proprio, cioè quando si hanno già degli strumenti, una educazione o una passione verso certi temi. Pensare che per tutti l’incontro con l’arte sia qualcosa di piacevole, naturale e familiare, significa non accorgersi delle realtà che ci circondano e in seconda battuta non cavalcare la sfida di aprire la cultura a tutti.

Questo il motivo che ha condotto realtà nazionali ed internazionali ad un’apertura nei confronti di politiche di accessibilità a più livelli e soprattutto all’utilizzo di mezzi di comunicazione non tradizionali ma alla portata di tutti. E particolarmente alla portata di chi sarà il nostro prossimo futuro, i giovani. Facendo coincidere questa missione con quella di continuare a far vivere le collezioni in tempi difficili.

È così che ad esempio gli Uffizi, la Sandretto ed il Museo Archeologico di Venezia sono seguitissimi su Instagram e spopolano con le loro divertenti stories. Ma vediamo un po’ più da vicino cosa è successo agli Uffizi lo scorso anno, quando la critica si è divisa tra i sostenitori ed i contrari alla nuova politica della galleria.

La Galleria degli Uffizi il giorno successivo all’inizio del lockdown, 10 marzo 2020, esce in enorme ritardo rispetto ad altri istituti di cultura internazionali con una sua pagina Facebook.

In poco più di tre mesi, complice gli appuntamenti di approfondimento mediante video pubblicati quotidianamente e dedicati alle sale dei musei e alle opere in esse conservate e la situazione di confinamento, ha raccolto oltre 56.500 follower e quasi tre milioni di visualizzazioni.

Durante la settimana dei musei ha superato su Instagram la soglia del mezzo milione di follower e su TikTok ha visto crescere i follower oltre quota 21.700 (con 87.800 like), scavalcando Metropolitan Museum di New York con 8.935 follower e Rijksmuseum di Amsterdam, con 7.339.

Da una analisi fatta, buona parte del pubblico che segue questi canali dedicati sono giovani. Un pubbico preziosissimo per un’istituto culturale. Nelle successive aperture della Galleria presenze con una tendenza di aumento molto positivo.

Ricordo il direttore Eike Schmidt in un’intervista al La Repubblica attribuire questi successi al lavoro fatto sui social ed in generale alla sfera digitale che nulla ha tolto alla sfera dell’esperienza reale in museo ma che anzi avrebbe saputo aggiungere grazie all’estemporaneità e all’ironia grande curiosità.

Sono primi approcci, a volte goffi e non propriamente azzeccati, ma coraggiosissime prime leggere occasioni per stabilire un contatto prima ed una relazione con tutti. Nessuno escluso.

La cosa più interessante è ciò che avviene subito dopo. Ovvero come trasformare quegli utenti in fruitori reali o comunque in beneficiari di un patrimonio e fidelizzarli rendendoli consapevoli. Quali le chiavi d’accesso da consegnare e quando.

Son processi in divenire che catturano l’attenzione di chi si occupa di conservazione e di politiche culturali. Sono sperimentazioni che vedono i nostri luoghi della cultura come laboratori appena aperti e in movimento.

La pandemia ha accelerato nel bene e nel male l’open access. Siamo ancora distanti da potere sia fare delle valutazioni in termini di qualità ed efficacia e soprattutto per beneficiare dei risultati. La cultura vive di processi lenti anche nel modo della veloce interattività.

Su questo tema torneremo presto nella nostra rubrica. Osserveremo più da vicino alcune realtà in Italia e all’estero che stanno sperimentando nuove pratiche di comunicazione, coinvolgimento e condivisione. A presto.

 

Engagement

da to engage| impegnarsi | prendersi in carico| assumersi la responsabilità di fare un’azione concreta. Coinvolgimento, attaccamento emotivo dell’utente che scaturisce da specifiche esperienze da esso vissute nel corso dell’interazione con un brand o un istituzione.

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