Europeana e il grande lavoro da fare

Alla ricerca “Europeana” su Google (non in forma anonima), i primi tre risultati apparsi sono europeana.eu, un link di wikipedia, e europeana.it: aprire questo terzo link è illuminante. Viene fuori una schermata da web pre-2.0. Il fatto che nessuno si sia preso la briga di chiudere questa pagina, o di creare una landing page per questo risultato è già di per sé indice di una disattenzione generale. Ma questo è solo un simbolismo, anche se indica l’ancora enorme lavoro da fare perché Europeana possa divenire il prodotto che l’Unione Europea sperava diventasse.

 

Quello che appare cliccando su europeana,it

Quello che appare cliccando su europeana,it

 

Per chi non lo conoscesse, Europeana è un portale web, una consistente banca dati di contenuti culturali digitalizzati provenienti da numerosissime organizzazioni dei Paesi dell’Unione. Il suo scopo principale, oltre a quello di mettere in rete reperti culturali (fotografie, dipinti, etc.) è quello di fornire uno “standard” di condivisione dei contenuti, rappresentato dallo EDM (Europeana Data Model), grazie al quale armonizzare il lavoro di digitalizzazione che sempre più numerose strutture culturali (e non culturali) hanno introdotto nella loro agenda strategica.

Ad oggi, il portale contiene più di 53 milioni di reperti (tra opere d’arte, libri, video e audio), suddivisi in base al medium, al soggetto, organizzati in archivi, gallerie ed esposizioni e categorizzati secondo lo EDM che rappresenta l’evoluzione dell’Europeana Semantic Elements (ESE), il primo framework di upload dei contenuti (con creazione di dati e di metadati) di Europeana che costituì, al suo lancio, una grande innovazione per il settore. Al 2013, quando gli “oggetti” su Europeana erano circa la metà di oggi, i principali Paesi nell’Upload dei contenuti erano Germania, Francia, Olanda, Svezia, Spagna, Regno Unito, Norvegia, Polonia, Italia ed Irlanda, mentre le nazioni in cui gli utenti erano più attivi provenivano, rispettivamente, da Germania, Francia, Polonia, Olanda, Italia, Spagna, Stati Uniti, Regno Unito, Belgio e Svezia.

Oggi, secondo Alexa, Europeana è il 67.683 sito per Global Rank (il New York Times è il 113°), e la maggior parte dei collegamenti proviene da Stati Uniti (13%), Spagna (8,3%), Germania (7,8%), Francia (7,7%) e Italia (7,3%). I dati, a quanto pare, non sembrano evidenziare un grande successo per Europeana, anche se la Commissione ci riprova con una open call (aperta fino al 28 Novembre), rivolta ad enti pubblici e privati con l’obiettivo di:

  • Fornire strumenti per migliorare il livello di “usabilità” dei contenuti di Europeana (condivisione dei contenuti sui social, creare collezioni personali, etc.);
  • Creazione di “prodotti derivati” dal materiale di Europeana (riutilizzo dei materiali in altre industrie culturali e creative come gaming, etc.).

In questo modo si spera Europeana possa godere di un neo-nato interesse, soprattutto attraverso i Social, e conquistare così, maggiori posizioni nel ranking internazionale di utilizzo. Il problema, tuttavia, è che così come per tutto ciò che riguarda i cosiddetti beni informativi, la battaglia che Europeana gioca non permette secondi posti. In economia dell’informazione c’è sempre uno e un solo vincitore: lo standard. Che sia Google, il Fax o il formato .pdf c’è sempre uno e un solo vincitore.

La pagina di accesso alla collezione di storia dell'arte di Europeana

La pagina di accesso alla collezione di storia dell’arte di Europeana

Per divenire lo standard, Europeana deve competere non solo con portali più d’appeal (si pensi a Pinterest), ma anche meglio costruiti. Per vincere in questa competizione saranno necessari ancora numerosi investimenti (sia per rinforzare la user experience, sia per promuovere il portale che nella definizione dei framework di catalogazione dei dati). Questo perché, nel caso un altro framework dovesse invece imporsi come punto di riferimento internazionale, tutto il materiale contenuto su Europeana potrebbe rischiare di perdersi (o di essere solo in parte compatibile con i nuovi protocolli di registrazione), con la perdita secca di investimenti pubblici, privati e con la perdita di tanto lavoro di digitalizzazione che andrebbe (anche soltanto parzialmente) rifatto.

Si spera dunque che chiunque vinca questa call sia in grado di sviluppare contenuti d’appeal per gli utenti, prodotti che rendano Europeana una risorsa compatibile con gli utilizzi di internet odierni e non realizzino invece voli pindarico accademici con poco (o nullo) successo commerciale.

 

 

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1 Commento

  • armellin ha detto:

    Monti, ti sei dimenticato di scrivere che portali di questo tipo sono solo l’ennesima giustificazione per dilapidare fondi europei, é perfettamente inutile, Google da solo fa molto di più e meglio, multe comprese ! che poi deve pagarci…

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