Expanded Gramophone: è nata l’arte intermediale

Expanded Gramophon, Meine Heimat, 2012. Still da Video. Courtesy: Antonio Poce
Expanded Gramophon, Meine Heimat, 2012. Still da Video. Courtesy: Antonio Poce

In Italia, spesso, i percorsi dell’arte contemporanea fanno giri strani. E’ così, il nostro seguirli ci porta nel Lazio, ma non a Roma, a Ferentino, in provincia di Frosinone. Qui, infatti, è nato un progetto d’avanguardia che sta trasportando la pratica artistica dalla dimensione multimediale, tipica di molte nuove ricerche fiorite alla fine del Novecento, a quella intermediale. Artefici di questa rivoluzione: Antonio Poce e Valerio Murat, entrambi compositori e artisti visuali, che recentemente hanno creato Expanded Gramophone, una struttura per la progettazione integrata di musica, poesia e immagini in movimento, con la quale realizzano spettacoli e performance dal vivo. Ossia, come mi spiegano, delle opere intermediali, in cui si «integrano codici e linguaggi in visioni simultanee. Nuovi segni liberati da recinti ormai trafitti dal silenzio, immagini sottratte a vecchie arpie, sedicenti muse, creature arcigne sulle quali gravano fondati sospetti di sterilità».

Antonio Poce e Valerio Murat sono gli Expanded Gramophone.

Antonio Poce e Valerio Murat sono gli Expanded Gramophone.

Nicola Maggi: Quando ho visto per la prima volta i vostri lavori mi è tornato in mente il saggio L’Opera d’arte dell’avvenire, in cui Wagner sviluppa il suo concetto di opera d’arte totale…

Expanded Gramophone: «Ci fa piacere che lei abbia citato innanzitutto un musicista. Crediamo, infatti, che la musica detenga una sorta di primato fra le arti visive (è anch’essa è un’arte “visiva”). Ogni compositore d’altronde aspira ad una visione totale. La musica è per sua natura sfuggente, abitando nell’urgenza del tempo. Perciò le capacità dei compositori sono mediamente più affinate rispetto a quelle di artisti impegnati in altre discipline. Dobbiamo però aggiungere che Wagner intuisce soltanto un possibile percorso futuro, limitandosi ad esprime una sua visione utopica. Nelle sue opere egli rimane comunque nel campo della “multimedialità”, cioè nella collaborazione fra le diverse discipline artistiche. Non arriva a porsi il problema di una “scrittura intermediale”, cioè di una strategia compositiva capace di controllare contestualmente tutti i materiali (di qualsiasi origine sensoriale) ed integrarli in un solo processo creativo.  Quando ciò avviene si può cogliere la vertigine della visione molteplice. Pensiamo che i nostri lavori intermediali si muovano in questo territorio di libertà».

N.M.: Dopo il multimediale e il crossmediale, con Expanded Gramophone ci proiettate in una nuova dimensione: quella intermediale.  Ci raccontate come è nato questo progetto?

E.G.: «Nel nostro nome, Expanded Gramophone, è racchiuso il percorso di una vita. L’immagine del grammofono sollecita un grumo di metafore alle quali siamo molto affezionati: la musica, lo stupore per il suono, le magia della tecnica. Un oggetto ormai antico, produttore di memorie che affiorano in un flusso di immagini dilatate e simultanee. E’ stata la composizione, cioè l’invenzione musicale, con il suo straordinario coinvolgimento psico-fisico, che ci ha spinti a superare i confini stessi della nostra arte. Da musicisti, con le mani unte d’inchiostro e intenti a domare segni e sogni, abbiamo inoltre sempre amato frequentare gli artigiani. Per la loro spiccata attitudine a capire la materia. Nelle loro “botteghe” abbiamo sperimentato codici e linguaggi, collaudato gli artifici del tempo e dello spazio. Con loro abbiamo imparato ad ascoltare con gli occhi e a misurare il tempo con le vibrazioni del corpo. Perciò ci è stato meno difficile lavorare nella complessa liquidità dei segni. Sappiamo orientarci nelle trame incandescenti delle forme intermediali. Abbiamo apprezzato il coraggio nella sperimentazione di “Fluxus”, Nam June Paik, Joseph Beuys, John Cage e Dik Higgins. Usando il concetto di “intermedialità”, però, ci guardiamo bene dall’essere impropriamente circoscritti in una dimensione estetica che non è esattamente la nostra. Preferiamo descriverci solamente come “musicisti che praticano la scrittura intermediale”».

Expanded Gramophon, Meine Heimat, 2012. Still da Video. Courtesy: Antonio Poce

Expanded Gramophon, Meine Heimat, 2012. Still da Video. Courtesy: Antonio Poce

N.M.: Un progetto che, in qualche modo, rappresenta la fusione di tutte le istanze della cultura contemporanea…

E.G.: «Esattamente. La felice coesistenza delle diversità, la conseguente eliminazione di ogni schema di conflitto e la progressiva integrazione fra le arti, ci proiettano in una dimensione più coerente con la sensibilità contemporanea, dove l’invenzione non è più ostaggio delle differenze. Si tratta di un sapere non diviso, che è certamente più attento alle vorticose trasformazioni del mondo che viviamo. Un mondo in cui codici e linguaggi ci appaiono sempre più integrati in visioni simultanee. Un mondo in cui i territori diversi dell’arte potrebbero pacificarsi in un solo processo creativo. Un mondo in cui si è definitivamente affermata la comunicazione “audiovisiva” (non audio-visiva), che esige pertanto forme di pensiero in cui ogni aspetto della percezione risulti coinvolto. Occorre anche dire che l’evoluzione impetuosa della comunicazione e della percezione dell’epoca che viviamo, fortemente connotata dalla tecnologia digitale, imporrebbe una radicale riforma di tutto il nostro sistema scolastico. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano».

N.M.: Quali sono i vostri principali riferimenti culturali? 

E.G.: «Sant’Agostino e Beethoven. La risposta è volutamente secca, e soltanto apparentemente impertinente.  Potremmo citare molti altri nomi: Diego Velasquez, Hugo von Hofmannsthal, Maria Zambrano, Torquato Accetto, Giacomo Leopardi, Claude Debussy, Italo Calvino, Giulio Cerati, e via discorrendo … E bisognerebbe subito chiedersi: cosa hanno in comune un pittore, un letterato, una filosofa, un semioscuro trattatista del ‘600, un poeta, un musicista, uno scrittore e un cuoco?  Ebbene, tutti posseggono una incontenibile esigenza di esplodere i linguaggi del proprio tempo, per ricomporli in una dimensione più alta e più aperta. Essi rifuggono soprattutto le angustie della singola visione, perseguendo invece le strade che conducono  alla composizione non-lineare e alla rappresentazione molteplice. Non abbiamo mai accettato la contrapposizione fra nuovo e antico, perché non vogliamo rinunciare al valore e alla potenza sovversiva della tradizione. Perché la “tradizione” non è il “passato”. Passato e futuro non esistono, in quanto vivono nel presente continuo della nostra mente. Tutta la Storia dell’Arte è Contemporanea».

Una pagina della partitura di "Coppi", opera intermediale degli Expanded Gramophone del 2006. Nel 2013 questa partitura è stata eseguita dal vivo alla Biennale di Venezia dal Quartetto Murice di Torino.

Una pagina della partitura di Coppi, opera intermediale degli Expanded Gramophone del 2006.

N.M.: Attorno a voi si sta creando un filone di ricerca o siete ancora gli unici a portare avanti questa sperimentazione?

E.G.: «Negli ultimi anni abbiamo avuto molti contatti con ambienti accademici. Soprattutto interviste e incontri con studenti. I nostri lavori sono stati oggetto di studio, di tesi di laurea presso facoltà umanistiche di alcune università italiane e francesi. Siamo citati in diversi saggi dedicati alla videoarte, la qual cosa ci appare piuttosto insolita proprio perché “siamo soltanto musicisti”. Intorno alle nostre opere si sono coagulati entusiasmi diversi. Ci ha sorpreso, e ci sorprende sempre, la varietà dei contesti in cui esse vengono ospitate. Si passa, con graditissima leggerezza, da un festival di musica contemporanea ad uno di poesia; da un rassegna di videoarte ad una festa della letteratura; da una mostra cinematografica…. fino ad un festival dedicato al ciclismo.  Qualcosa allora ci induce ragionevolmente a pensare che, al di là di ogni possibile preferenza estetica, abbiamo raggiunto una considerevole capacità comunicativa. Qualità che riteniamo derivi dalla riflessione approfondita che da molti anni conduciamo proprio sulle teorie e sugli strumenti della comunicazione contemporanea».

N.M.:  Come lavorano gli Expanded Gramophone? Ci raccontate il Backstage delle vostre scritture intermediali?

E.G.: «Come detto, consideriamo l’atto creativo un’esperienza globale, che impegna tutti i nostri sensi. Ci concentriamo però sul suono, e attraverso di esso pratichiamo una visione prospettica che ingloba tutte le altre percezioni. Nell’udito sono compresenti tutti gli altri sensi, dando luogo ad influenze ed interferenze reciproche. Da qui prende le mosse una concezione della realtà intesa come continua metamorfosi che ha importanti precedenti sia in campo pittorico che letterario. Tutto il processo creativo è fissato in una progettazione scritta che garantisce un controllo totale della forma e la piena consapevolezza di ogni istante della composizione. Tra i molti vantaggi di questa metodologia di lavoro vi è il superamento di ogni artificiosa contrapposizione fra reale e immaginario, fra concreto e astratto. Le nostre opere possono essere qualificate “astratte”, non in quanto presuppongano un rifiuto del reale, ma perché sono prodotte dalla nostra interiorità, distillate in un arco creativo fissato in un progetto. E’ questo che le qualifica giustamente come astratte. Esattamente come dovrebbero essere considerate tali tutte le grandi opere della storia dell’Arte».