#farvivere: dalla Super 8 a Instagram, le immagini vivono negli occhi di chi le guarda

Chiunque abbia o abbia avuto velleità artistiche di un certo tipo, ha senza dubbio ben presente il mito del “super 8”, il celebre formato di pellicola utilizzabile con una videocamera portatile commercializzata dalla Kodak negli anni ’60, conosciuta per la facile maneggevolezza e che riscosse un’ondata di successo di ritorno a partire dagli anni ’90.

Difficile immaginare uno studente del DAMS, magari regista in erba, che non tenti un approccio almeno occasionale a questo strumento. Emir Kusturica, il grande cineasta serbo, ne fece un culto, riprendendo il tour della sua band musicale di rock gitano, la No Smoking Orchestra, e facendone un lungometraggio.

Il probabile successo di questo strumento è dovuto al sapore vintage delle riprese, sgranate e con toni caldi, in grado di conferire poesia e un velo di malinconia anche al più insulso dei soggetti.

Questo sapore “vintage” è la probabile causa, oggi, di una certa moda attorno al collezionismo e al riutilizzo di vecchie apparecchiature analogiche, nonostante il loro uso sia, nel mondo del digitale, quantomeno definibile come scomodo.

Tutti in casa abbiamo pile di vecchi album fotografici, spesso rinchiusi in qualche armadio ed estratti esclusivamente per la consultazione in compagnia in occasione del Natale o del compleanno di qualche parente.

Ci sono centinaia di trattazioni filosofiche sulla fotografia. Ci basterà, in maniera del tutto intuitiva, considerare il valore che essa ha, a livello privato, per la preservazione della memoria: attraverso essa, una parte di ricordi intimi destinati all’oblio, trovano un’appiglio di concretezza, visto che, nella migliore delle ipotesi sopravviveranno a chi le ha scattate e saranno fruite dai suoi discendenti.

Su Artribune, un articolo di Mercedes Auteri ci parla del progetto “Tamed archive” (letteralmente “archivio domato”) di Danilo Torre e Alessandro Linzitto: un “archivio impossibile” (utilizzando i termini scelti dagli ideatori) di “found footages”, vecchi filmati analogici di stampo intimo o familiare, recuperati sulle bancarelle dell’antiquariato in giro per l’Europa, digitalizzati, assemblati in contenuti video di un minuto, e infine resi fruibili al pubblico attraverso i social media.

La descrizione offerta da Torre sul proprio sito rende molto bene la filosofia del progetto: “le immagini, impresse su un supporto fotosensible, sono da considerarsi dei cristalli di spazio-tempo recuperati dall’oblio e restituiti alla fruizione contemporanea.”

Un’operazione che riporta in vita, ricontestualizzando e offrendole a interpretazioni nuove, immagini altrimenti perdute.

I social networks offrono possibilità enormi per operazioni di risemantizzazione di immagini. Pinterest, uno dei principali social in circolazione, ha una funzione di questo tipo: l’utente può costruire bacheche tematiche a sua discrezione “spillando” (to pin) immagini trovate sul web, creando una sorta di fotocollage legato dal filo conduttore del gusto personale.

Instagram, nato con una funzione di condivisione di fotografie fra amici, nel tempo si è aperto ad utilizzi commerciali, offrendosi come strumento di promozione anche per progetti artistici di alto spessore.

Un successo particolare sta riscuotendo “Confórmi”, il progetto di Davide Trabucco, nel quale due immagini divise da una netta linea diagonale vengono associate per analogia visiva e poi postate in un flusso continuo.

L’operazione di associazione avviene in maniera del tutto indiscriminata e stupefacente: progetti architettonici sono accostati a frame di cartoni animati, fotografie di attori famosi a dipinti del ‘600 e così via.

In un’intervista a Trabucco pubblicata su Artwave, viene chiarito lo scopo dell’operazione: l’artista intende restituire ai social immagini raccolte nel tempo, offrendo agli utenti una chiave di lettura dei differenti piani linguistici che compongono il suo immaginario.

Abbiamo visto come, attraverso lo sfogliare le vecchie foto ingiallite di famiglia, vecchi ricordi congelati nelle immagini si scaldano e prendono vita nella mente di chi le osserva.

Guardando le foto del matrimonio dei nonni chi non si è mai chiesto come sia sbocciato tra loro l’amore, come i loro sguardi timidi e senza malizia si siano scambiati fugaci sorrisi tra le panche della chiesa durante la messa, o i progetti di vita fatti assieme in un’Italia che ripartiva dopo lo sfacelo della guerra?

Forse è un’immagine troppo idilliaca, ma questo è il processo del far rivivere, in questo caso i ricordi, e attraverso essi, quindi, le vecchie immagini.

Questa, in piccolo, è l’aura di cui parlava Benjamin, quella sensazione di riverenza quasi religiosa di fronte all’opera d’arte originale, di fronte alla Gioconda, al porticato del Bernini o a una prima tiratura di fotografie di Salgado.

La crisi sanitaria, lo sappiamo, ha costretto le istituzioni culturali del nostro paese a una forzata quanto traumatica operazione di digitalizzazione della propria offerta.

Non è questa la sede per discutere dell’efficacia o meno di quanto successo, ma è un dato di fatto che era ed è necessario, da ora in avanti, valutare nuovi mezzi per far vivere il bisogno di cultura; mezzi che esistono, crescono e miglioreranno a velocità esponenziale nei prossimi anni.

Se nei prossimi anni, alla fruizione materiale della cultura si passerà sempre maggiormente a una fruizione digitale, sarà immaginabile ricreare quest’aura “da remoto”? Questo è il grande dilemma dei tempi a venire.