Fare arte in Italia #2: Dolomiti Contemporanee

Secondo appuntamento con il reportage di Collezione da Tiffany sul rapporto tra le pratiche artistiche del nostro tempo e i contesti ambientali, tanto urbani che naturali, caratterizzati da una forte presenza storica. Reportage che nasce a seguito del talk Impegno diffuso, tenutosi a Trieste il 29 novembre scorso, organizzato da RAVE Residency e Trieste Contemporanea. Dopo Martina Cavallarin, curatrice indipendente e direttrice di scatolabianca, è la volta Gianluca D’Incà Levis, ideatore e curatore di Dolomiti Contemporanee, progetto che opera nel contesto ambientale e culturale delle Dolomiti Unesco –  ma non solo –  per innescare processi a beneficio del territorio utilizzando l’arte e la cultura contemporanea.

Gianluca D'Incà Levis con Marc Augè.

Gianluca D’Incà Levis con Marc Augè.

Nicola Maggi: Gianluca, ci parli di come si fa arte contemporanea nei centri storici del nostro paese?

Gianluca D’Incà Levis: «L’arte contemporanea nelle periferie o nei centri storici  italiani si fa a seconda di come la si vuole fare. L’arte contemporanea non è una disciplina uniforme, ma una modalità d’azione del singolo uomo sensibile, artista, curatore, cercatore, che approccia il territorio e i contesti secondo la propria specifica modalità d’essere, di riconoscere, di fare.  Noi, in Dolomiti Contemporanee, la facciamo in un modo. Confrontare i modi e i modelli, è, ancora, un modo di farla. Per questo siamo qui a parlarne. L’arte contemporanea, d’altronde, è un indicatore di vitalità culturale, e sociale, delle terre e dei popoli. E’, addirittura, un indicatore importantissimo dello stato di una civiltà e della sensibilità riflessiva e critica di una società, laddove la si vorrebbe evoluta. L’arte contemporanea si nutre di slanci, non si adatta a quanto già esperito e detto; non accetta le visioni cristallizzanti. Sempre alla ricerca del nuovo, l’arte contemporanea mentre esplora, carezza e aggredisce il mondo. E così, anche quando si muove nella specificità tematica di determinati contesti, apparentemente compiuti, in realtà non fa che aprirli.  In ciò, l’arte, anche quando si fa specchio della realtà e della società, afferisce ad aree prossime alle scienze del futuro ed alla metafisica, più che all’etnografia. Infatti, l’arte contemporanea è possibile esclusivamente nei contesti incentivati della ricerca rinnovativa. Per questo, anche quando si decide di produrre ragionamenti o figurazioni deliberatamente slegati delle specificità dei contesti o in contrasto con essi, l’arte è comunque, sempre, in relazione con tali contesti. L’arte contemporanea non è altro che la ricerca, formalizzante, dei rapporti di senso in seno agli specifici contesti (ogni cosa è contesto, ricorda Alfredo Jaar) che possiedono, sempre, una plasticità induttiva. Possono cioè rappresentare, pur non cessando mai d’assere sé stessi, categorie o essenze generali, universali».

Il Nuovo Spazio di Casso, realizzato da Dolomiti Contemporanee. Foto: Stefano Roldo

Il Nuovo Spazio di Casso, realizzato da Dolomiti Contemporanee. Foto: Stefano Roldo

N.M.:  Cosa accade quando l’arte contemporanea si confronta il nostro passato, non solo storico-artistico?

G.D.I.L: «Direi quasi che il passato non esiste. Non esiste in sé, non esiste come dato archeologico, avulso dal flusso dell’essere e del conoscere. E’ l’uomo a fare le cose, senza di lui, esse non esistono. Se il loro significato non viene costantemente rimesso in gioco, esse cessano di esistere. L’arte contemporanea si confronta con tutto, sempre, simultaneamente, e il rapporto con le cose passate è quotidiano, continuo, inevitabile. L’arte mette in gioco ogni cosa ad ogni momento, mentre scorre, ed è un fiume, tra passato, presente, futuro. Il passato non esiste come genere temporale sprofondato all’indietro ma è, o  dovrebbe essere, il luogo della memoria attiva, non dell’archiviazione del cimelio, dell’uomo. E’ quasi impossibile, d’altronde, rapportandosi a temi, oggetti, cose, trovarli vergini rispetto al passato. Il passato è la vita dell’uomo: intride tutto. L’arte contemporanea ha la facoltà di innescare riflessioni su cose che talvolta, o spesso, giacciono esanimi, senza che l’uomo dimostri di volerne avere cura. E’ quello che accade, ad esempio, ogni volta che Dolomiti Contemporanee apre un nuovo cantiere su un grande sito abbandonato per riesumarne il potenziale, per toglierlo dall’inerzia in cui l’hanno lasciato uomini immemori o impotenti. In questi casi, gli spazi nuovi che veniamo a generare, sottratti all’inerzia attraverso intenzionalità forti e azioni critiche, sorgono a partire dalla contrazione archeologica degli spazi dismessi, che va contrastata. Di tali siti, si recupera, in parte, il valoroso passato attivo, mentre quello recente, ischemico, viene negato, e superato, in quanto si crede nella cultura quale idea pragmatica e necessaria. E’ il caso questo del Nuovo Spazio di Casso, dell’Ex Villaggio Eni di Borca di Cadore, come anche di Two Calls for Vajont, un Concorso d’arte contemporanea che serve a ripensare un territorio, rifiutandone la paralisi e la necrotizzazione. Il territorio, insomma, vive, deve vivere».

Ex VIllaggio Eni di Borca di Cadore, nuovo cvcantiere di Dolomiti Contemporanee con Progettoborca. Foto: Giacomo De Donà

Ex VIllaggio Eni di Borca di Cadore, nuovo cvcantiere di Dolomiti Contemporanee con Progettoborca. Foto: Giacomo De Donà

N.M.: L’eredità storico-artistica che abbiamo ricevuto in dote da nostri avi, molto spesso ha l’effetto più di una zavorra che di uno stimolo. Da dove nasce secondo voi questa difficile rapporto con il nostro passato e cosa servirebbe all’Italia per rompere un certo immobilismo che caratterizza molte aree del nostro Paese?

G.D.I.L: «Se il patrimonio, e le risorse, materiali e culturali, vengono intese come reperti da ricoverare entro a magazzini polverosi (i musei, ad esempio), e così sottratte ai percorsi di una permanente processualità viva, allora il territorio sarà trasformato in un tessuto fermo, e le collezioni saranno simili a depositi di detriti. La riprocessazione dei potenziali e dei significati è necessaria. I musei tematici, ed anche i musei d’arte contemporanea, sono spesso mausolei, luoghi della pura, o prevalente, conservazione. Invece dovrebbero essere i motori del territorio, i luoghi della relazione attiva, dell’esperienza rinnovata dallo sguardo rivalutatore.
Il patrimonio, l’eredità, sono strumenti preziosi: l’Italia ne possiede una massa ingente. Ogni porzione di questo ricco tessuto può divenire la materia per la costruzione di nuove immagini e processi. Di conoscenza e di sensazione. Ma è necessario volere, e sapere, attivare tali potenziali, attraverso una riflessione accurata, e la brillantezza delle idee.  Occorre muovere lo spazio attraverso processi inediti, che sappiano riattivare le energie disponibili. Portare l’arte contemporanea all’interno delle collezioni, dei musei tematici, è un modo per far questo. Muovere le collezioni, creando al loro interno dei contrappunti significativi, vuol dire ripensare alla funzione dei musei, ed alla loro fruizione. Essi non devono ospitare le collezioni: devono accenderle. Lavoriamo, in questi giorni, al progetto Chiavi di Accesso, promosso da un ente locale, il Gal Alto Bellunese, che fa esattamente questo. Così, mentre il passato nutre il presente, in una continuità necessaria, il territorio si muove e vive, tra visioni rinnovative e memorie, e tradizioni, attualizzate».

Villaggio Eni di Borca di Cadore: Capanna-laboratorio per artisti di Dolomiti Contemporanee. Foto Giacomo De Donà

Villaggio Eni di Borca di Cadore: Capanna-laboratorio per artisti di Dolomiti Contemporanee. Foto Giacomo De Donà

N.M.: Il Ministro Franceschini è spesso autore di interventi a favore del contemporaneo, per il quale propone un rilancio del ruolo pubblico, anche in veste di committente, trascurando invece quello dei privati. E’ la strada giusta o, ancora una volta, stiamo sbagliando mira?

G.D.I.L: «Perchè mai pubblico e privato non dovrebbero integrarsi? A Borca di Cadore, noi lavoriamo su una proprietà privata (l’Ex Villaggio Eni è stato rilevato dal Gruppo Minoter-Cualbu, che lo acquisì da Eni), che è anche, sicuramente, pubblica: il valore culturale di questo bene appartiene a tutti, ed è quindi pubblico. Sia la proprietà, che gli enti pubblici e le amministrazioni del territorio, a tutti i livelli, sostengono Progettoborca, che è il nostro progetto di valorizzazione culturale e funzionale per il sito. Il territorio si muove dunque, e l’abbiamo mosso noi. Il nostro principale strumento d’azione, il più pragmatico e funzionale, è l’arte contemporanea. I primi risultati concreti sono già visibili, e sono senz’altro positivi. Inviterei dunque i Ministri a guardarsi attorno, dato che son pagati (da noi) per questo, e a studiarsi i modelli che funzionano. Forse, così, un giorno la cultura contemporanea potrà smettere di essere, com’è ora, una sorta di presidio dello spirito, per giungere ad essere il centro di una politica effettivamente orientata alla crescita del territorio e ad una corretta valorizzazione delle sue risorse. Quando, in diversi momenti ed epoche storiche, questo è potuto accadere, il nostro grande paese, oggi triste e zoppo ma non ancora morto, ha saputo distinguersi nel mondo. Occorre una rivoluzione.  Il problema è che qui non si tratta di giudicare se la strada intrapresa sia giusta o sbagliata, perchè non si è intrapresa alcuna strada, si brancola nel buio, mancano idee chiare, competenze e capacità. Un Ministro della Cultura nell’Italia di oggi, dovrebbe essere un uomo capace di visioni, animato da passioni, capace di strategie, e ben informato delle cose. L’Italia è alla frutta e la cultura, se ben gestita, potrebbe essere  l’opportunità di cambiare rotta. Ma, fino a quando non si elaborerà un piano serio per impiegare adeguatamente la forza delle nostra cultura, valorizzandola, avremo solo immagini del passato, nostalgie, tristezze, rimpianti, e indignazioni furenti per la presente inettitudine».

1 Commento

  • Anna Castoro ha detto:

    Interessante questo articolo, perchè pone, al centro dell’esame,la valorizzazione del territorio mediante l’arte contemporanea. Più volte ci siamo soffermati sul ruolo importante che ,in questo senso, dovrebbe avere il Ministero dei Beni Culturali. Ovviamente l’Italia ha realtà e potenzialità diverse a seconda delle zone geografiche, però nei giorni scorsi il Ministro Franceschini ci ha informati che saranno nominati a capo dei musei italiani direttori-manager (anche stranieri):tutto questo spero diventi sinergia per un rilancio culturale in Italia.

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