Fare arte in Italia #3: Rave Residency

Rave Residency

Dopo Martina Cavallarin, curatrice indipendente, e Gianluca D’Incà Levis, ideatore e curatore del progetto Dolomiti Contemporanee, proseguiamo la nostra indagine sul rapporto tra le pratiche artistiche del nostro tempo e i contesti ambientali  caratterizzati da una forte presenza storica, parlando con Tiziana Pers di  RAVE Residency, programma di residenza per artisti che si svolge nella campagna friulana e che ospita, ogni estate, un artista tra i più significativi del panorama internazionale, affinché possa condurre la propria ricerca in un contesto specifico.

Isabella e Tiziana Pers & Wendy. Foto: Claudio Bettio Taiabati

Isabella e Tiziana Pers & Wendy. Foto: Claudio Bettio Taiabati

Nicola Maggi: Come si fa arte contemporanea nei centri storici del nostro paese?

Tiziana Pers: «L’Italia offre stimoli straordinari per un confronto tra le ricerche contemporanee e i luoghi storici.  Ci sono curatori ed artisti che portano avanti progetti anche molto articolati ad alti livelli, quindi si fa, e si fa bene. Con tutte le difficoltà che lavorare in Italia comporta. Purtroppo esiste una mancanza che ha origine già a livello dell’istruzione dell’obbligo: la storia dell’arte sui banchi di scuola solitamente giunge a stento fino ai primi del Novecento, raramente si toccano i movimenti dell’arte moderna, e mai si affrontano i giorni nostri (fatto che capita sovente anche con altre materie, quali storia, filosofia, letteratura…). Il presente non è contemplato. Pertanto è evidente la presenza di un gap temporale: abitualmente vengono forniti gli strumenti per comprendere ed apprezzare qualsiasi opera d’arte antica, ma non per interpretare e fare propria l’arte contemporanea.  Proprio per questo motivo due anni fa io e mia sorella Isabella avevamo dato vita con East Village ad un progetto, dal titolo Linguaggi Contemporanei, finanziato dalla Regione FVG. In questo workshop aperto al pubblico, partendo dagli anni ’50 del Novecento, abbiamo percorso la storia dell’arte sino ai giorni nostri, concentrando l’attenzione sul modo di operare site specific. Successivamente abbiamo studiato alcuni luoghi di un paese medievale, Clauiano, considerato uno dei borghi più belli d’Italia, per realizzare insieme ai partecipanti una serie di opere ideate e create in interazione con la storia, la fisicità e l’estetica dei luoghi ospitanti. Il risultato è stato ottimo, sia per la qualità delle opere che hanno preso vita, sia per i meccanismi sociali che l’intera operazione ha innescato».

Stones, performance di Ivan Moudov, museo Casa Cavazzini

Stones, performance di Ivan Moudov, museo Casa Cavazzini

N.M.: Cosa accade quando l’arte contemporanea si confronta con il nostro passato, non solo storico-artistico?

T.P.: «Il rapporto tra mondi diversi (epoche, background sociali e politici, forme architettoniche, artistiche e linguaggi) diventa un fertile e costruttivo terreno di lavoro. Certamente, se l’arte ha qualcosa da dire, questo qualcosa non rimane circostanziato al proprio tempo, ma diventa leggibile in ogni epoca. E d’altro canto afferma Agamben, giungendo ad un pensiero che parte da Nietzsche” ‘La contemporaneità è (…) una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze”. Ovvero la sua riflessione porta a concludere che nessuno può essere contemporaneo del proprio tempo, se non mediante una ‘sfasatura’, un anacronismo che gli permetta di guardare al proprio secolo prendendone le distanze. Chi è troppo immerso raramente ha la capacità di mettere a fuoco l’insieme. Proprio in questa ottica, quindi, l’interazione e la vibrazione che un’opera contemporanea attua in relazione ad un contesto specifico può offrire prospettive mai percorse prima. Si fa motore primo e sfida allo stesso tempo. Sia io che mia sorella abbiamo lavorato in diverse occasioni a progetti site specific e le opere nascevano in primis dalla scoperta degli spazi (con tutte le loro specificità non solo fisiche) e soprattutto dei viventi (umani, animali o vegetali) che avevano interagito con quei luoghi».

N.M.: Caratteristiche che oggi si ritrovano nel vostro progetto di residenza, che ha un taglio molto particolare…

T.P.: «Il programma di residenza internazionale RAVE East Village Artist Residency promuove la ricerca e la produzione dell’arte contemporanea in dialogo con il pensiero antispecista, e con la necessità di ripensarsi mediante la prospettiva biocentrica. La residenza si svolge in un antico cascinale rurale dove vivono animali che sono stati salvati dai meccanismi consumistici attraverso delle mie performance, per essere accolti e accuditi da noi in un contesto più naturale. Così gli artisti che sono stati di volta in volta ospiti della residenza, hanno soprattutto ‘vissuto’ in modo esperienziale l’interazione con questo contesto specifico, da cui sono poi nate le loro opere: il video Inside the Circle di Adrian Paci, l’installazione Stones di Ivan Moudov e la performance La oveja negra di Regina Josè Galindo. RAVE è un progetto ideato da me, mia sorella Isabella e Giovanni Marta, e ha potuto prendere vita anche grazie alle collaborazioni con realtà nazionali e internazionali: Trieste Contemporanea, NGO Musiz Foundation, Hope, OIPA, Gallinae in Fabula, Ukkosen Teatteri, al main partner Vulcano unità di produzione contemporanea e al supporto della Regione FVG».

Adrian Paci, Inside the Circle, 2012

Adrian Paci, Inside the Circle, 2012

N.M.:  L’eredità storico-artistica che abbiamo ricevuto in dote dai nostri avi, molto spesso ha l’effetto più di una zavorra che di uno stimolo. Da dove nasce secondo voi questo difficile rapporto con il nostro passato e cosa servirebbe all’Italia per rompere un certo immobilismo che caratterizza molte aree del nostro Paese?

T.P.: «Dipende dalla prospettiva. In realtà, come dicevo, le ricchezze di cui gode l’Italia sono tali che risulta difficile immaginarle come una zavorra. La zavorra piuttosto è costituita dalle sovrastrutture burocratiche tipiche del nostro Paese, che spesso rallentano, impediscono o rendono difficoltosa la ricerca artistica contemporanea.  E qui però vogliamo aprire una parentesi: per svariate esperienze personali abbiamo potuto appurare come situazioni complesse siano state risolte dalla volontà e dalla determinazione delle singole persone. Ricordo degli esempi eclatanti, quando per una performance di mia sorella Isabella a Palazzo Reale a Napoli, in collaborazione con il PAN, la straordinaria sovrintendente si è fatta carico personalmente di svariate eventuali responsabilità anche e ben oltre al di là dei propri doveri, o quando per una mia personale alla Cattedrale Ex Macello a Padova le responsabili del settore Cultura del Comune di Padova si sono sperimentate nel cucito per poter realizzare una grande installazione site specific. Ma anche con il progetto di residenza RAVE: il primo anno non avevamo fondi pubblici, ma solo il decisivo contributo del partner Altevie Technologies, che però non poteva coprire tutti i costi. Ebbene l’intero territorio si è mobilitato: gli amministratori locali ci hanno aiutate a trovare collaborazioni, le osterie, i bar e i ristoranti hanno offerto ciascuno un pranzo o una cena, gli agriturismi hanno attuato convenzioni e ospitato gli artisti. Dove non ha potuto la norma, ha potuto la volontà dei singoli».

Regina Josè Galindo, La oveja negra, 2014. Foto: Tiziana Pers

Regina Josè Galindo, La oveja negra, 2014. Foto: Tiziana Pers

N.M.: Il Ministro Franceschini è spesso autore di interventi a favore del contemporaneo, per il quale propone un rilancio del ruolo pubblico, anche in veste di committente, trascurando invece quello dei privati. E’ la strada giusta o, ancora una volta, stiamo sbagliando mira?

T.P.: «Questa è una domanda complessa. Il ruolo della committenza è fondamentale. Probabilmente in questo momento si tratta di una strategia favorevole, anche se ritengo che il privato illuminato possa avere un ruolo parzialmente differente nelle ricerche del proprio tempo: la sua posizione può infatti permettere quella libertà, quella militanza e, perchè no, quel coraggio che forse in alcuni casi ai progetti pubblici non è del tutto possibile portare avanti».

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