Le fiere d’arte funzionano ancora?

Un tempo, le fiere erano un motore di crescita eccezionale per gli affari e, ancora oggi, sono viste come un appuntamento importante per incontrare nuovi collezionisti e mostrare al pubblico le opere dei propri artisti. Ma funzionano ancora come una volta? Ce lo siamo chiesti a pochi giorni dall’inaugurazione di Miart e Step Art Fair 2014, due appuntamenti che coinvolgono, complessivamente, centinaia di gallerie, molte delle quali reduci dagli appuntamenti di Torino (novembre 2013) e Bologna (gennaio 2014)

Quello delle fiere è un tema dibattuto in più settori economici e non sono in pochi a credere che, oggi, questi eventi non portino più i risultati garantiti di un tempo. E anche nel mondo dell’arte le cose non sembrano essere diverse. Secondo il TEFAF Art Market Report 2014, nel 2013 gli affari realizzati dai galleristi in fiera hanno subito un calo del -3% contro il +6% registrato nelle vendite effettuate direttamente in galleria. A soffrire di più sono le fiere di carattere locale e nazionale, mentre quelle internazionali sembrano cavarsela meglio.

Fiere - Visitatori tra gli stand della fiera ARCO di Madrid (19-23 febbraio 2014)

Visitatori tra gli stand della fiera ARCO di Madrid (19-23 febbraio 2014)

Le percentuali, comunque, parlano chiaro: nel 2013 il 50% delle vendite è stato realizzato in galleria, il 33% in fiera. Entrando nel dettaglio di quest’ultima voce: il 14% in eventi fieristici internazionali e il 19% in quelli locali. Solo un 51% degli operatori intervistati da Arts Economics, autore del rapporto, è convinto, peraltro, che le fiere continueranno a crescere, mentre il 49% è di opinione contraria. Una maggioranza risicata che ci dice che qualcosa di importante sta cambiando nel sistema dell’arte internazionale.

 

Partecipare alle fiere costa e non poco

 

Nel 2013, le gallerie hanno investito circa 2 miliardi di euro per partecipare a questi eventi, l’8% in più rispetto al 2011. Nel suo complesso, lo scorso anno, i costi sostenuti per partecipare alle fiere hanno pesato per il 16% sul totale delle spese accessorie affrontate dall’intero settore: la seconda voce dopo quella relativa alla pubblicità e alle attività di marketing. Percentuale che sale al 33% se si guarda solo al mondo delle gallerie d’arte, ossia le dirette interessate. Naturale, quindi, una valutazione costi/benefici, che sta delineando un nuovo approccio da parte dei galleristi da cui deriva un trend che, però, è fortemente condizionato dalla domanda interna di ogni paese.

 

I galleristi stanno rivedendo le loro strategie

 

Dagli anni Settanta ad oggi, il numero delle fiere è praticamente decuplicato. Sono aumentate quelle importanti, tutte molto vicine tra di loro, ma sono gli eventi “collaterali” che hanno conosciuto un vero e proprio boom. E questo non sembra aver portato niente di positivo. A Londra, nell’ottobre scorso, in concomitanza di Frieze erano addirittura 16 le fiere satellite. Un numero spropositato che, come abbiamo scritto proprio in quei giorni, ha danneggiato anche gli affari dell’evento principale distraendo l’attenzione di molti collezionisti e facendo cadere nel vuoto molte proposte d’acquisto. Come se non bastasse, l’incremento degli eventi fieristici porta stress, non solo ai venditori, ma agli stessi artisti che si trovano a dover affrontare veri e propri tour de force per presentare opere nuove ad ogni appuntamento.

Fiere - Lo stand della Johann Konig Gallery all'ultima edizione di Frieze Masters Art Fair.

Lo stand della Johann Konig Gallery all’ultima edizione di Frieze Masters Art Fair.

Ecco allora che, nel calo di vendite in fiera registrato lo scorso anno, si legge in primo luogo un cambiamento nelle strategie dei galleristi che hanno iniziato a diminuire il numero di fiere d’arte a cui sono presenti, concentrandosi solo su quelle che offrono l’opportunità di incontrare gli acquirenti più idonei e motivati. Nei mercati dove la domanda interna è maggiormente sviluppata, i galleristi stanno, addirittura, puntando sempre più sui collezionisti locali e sulle vendite in galleria. E’ il caso degli Stati Uniti e di alcuni stati europei. Detto questo, solo il 12% dei galleristi d’arte a livello internazionale prevede una riduzione significativa delle propria presenza in fiera nei prossimi 5 anni. A dimostrazione di come, nonostante i costi e qualche calo nelle vendite, la presenza a questi eventi sia ritenuta ancora un must del mondo dell’arte, in particolare sul fronte del ritorno d’immagine.

 

Uno sguardo all’Italia

 

Per un mercato come quello italiano, le fiere rappresentano ancora, indubbiamente, un momento importante per l’economia delle gallerie e anche per la loro visibilità. Nel nostro paese, d’altronde, il sistema dell’arte non può contare sui numeri di altre piazze, sia come domanda in senso generale, che come quantità di ricchi collezionisti. Fiere come Artissima, ArteFiera, Art Verona o Miart offrono, anche a realtà di provincia, la possibilità di farsi conoscere ed incontrare qualche nuovo collezionista: più o meno, ad ognuno di questi appuntamenti, sono circa 200 i Vip internazionali invitati dagli organizzatori, tra collezionisti, direttori di museo e operatori di settore.

Detto questo, resta il dubbio di quanto le nostre fiere portino, realmente, in tasca alle gallerie partecipanti. Stando ai dati divulgati post-evento sembra che tutto proceda per il meglio. Ma quei numeri, parziali e spesso basati su “bollini rossi” che equivalgono, in molti casi, solo a delle promesse d’acquisto, sono assolutamente da prendere con le molle: andrebbe fatta un’indagine a qualche mese di distanza per capire se effettivamente quello che è l’interesse dimostrato da un collezionista in fiera si è realmente tramutato in una vendita. Ad di là di ciò, l’impegno che ci stanno mettendo gli organizzatori dei principali appuntamenti fieristici italiani per far sì che anche le nostre fiere siano di buon livello, mi sembra encomiabile anche se, forse, ci vorrebbe un calendario più in linea con le dimensioni e le possibilità del nostro mercato. E questo con particolare riferimento alle fiere satellite che, nate come funghi anche da noi, nel loro insieme, sono spesso eventi mondani che attraggono pubblico più che momenti di business con una presenza significativa di collezionisti.

Fiere - I famosi "bollini rossi" attaccati vicino alle opere nello stand di una galleria:  sono il simbolo usato a livello internazionale per indicare che un lavoro è già "venduto".

I famosi “bollini rossi” attaccati vicino alle opere nello stand di una galleria: sono il simbolo usato a livello internazionale per indicare che un lavoro è già “venduto”.

Dando, ad esempio, uno sguardo al catalogo di Step Art Fair 2014, che si tiene alla Fabbrica del Vapore di Milano dal 28 al 30 marzo, in concomitanza con Miart 2014, saltano subito all’occhio alcune opere che erano già presenti nel 2013.

Una cosa è certa, però, l’impegno dei galleristi e degli organizzatori delle fiere italiane non può bastare. Oggi più che mai sarebbero necessarie delle misure concrete da parte del Governo centrale, in particolare in termini di iva sull’arte e tasse di importazione, entrambe molto alte da noi rispetto a paesi vicini come la Francia, la Germania o la Svizzera. Non si tratta di fare un favore ai ricchi, come molte volte mi capita di leggere in commenti a margine di articoli sul mercato pubblicati su vari siti, ma di fare un tentativo di rilanciare un settore economico che, altrove, ha ritorni molto positivi non solo per gli operatori ma anche per tutto l’indotto, oltre che per settori “tangenti” come quello turistico e culturale.

Voi che ne pensate?

9 Commenti

  • luciano ha detto:

    Ciao Maggi. Le fiere d’arte sono in forte crescita: di numero, intendo, non di qualità. Ora sono paragonabili agli ipermercati come presenze e, spesso, come qualità. Ho potuto constatare questa triste realtà come visitatore e come invitato da gallerie a esporre le mie opere. Fino a qualche anno fa la fiera era luogo d’elite, per gallerie e per qualità di opere. Gli operatori del settore uscivano dall’evento soddisfatti e con le tasche piene. Ora, sulla scia di questo passato roseo, ogni città, provincia e anche paese, vuole la sua fiera dell’arte. Speculazione? Certo! Come per tutte le funzioni. Torniamo alle poche fiere importanti, ben guidate, con nuove proposte per ridare giusta immagine all’arte. I supermercati si stanno fagogitando l’un con l’altro, non è bello che questo avvenga per l’arte.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Caro Luciano, sono d’accordo con te. Peraltro, anche in quelle buone ci vorrebbe una maggior selezione, come avviene in tutto il mondo. Dopo Art Basel e Frieze, negli anni sono cresciute tantissimo anche la FIAC di Parigi e, recentemente, ARCO a Madrid, mentre i nostri appuntamenti stentano un po’. Meglio Artissima, che negli ultimi anni è salita nella considerazione del sistema internazionale dell’arte; Art Verona, nonostante il buon lavoro fatto rimane una fiera nazionale, mente i numeri di ArteFiera crescono perché gli organizzatori stanno aumentando l’offerta e non per altro: l’impostazione di fondo rimane quella della classica fiera commerciale, con decine di artisti in ogni stand, mentre in tutto il mondo il successo è sempre determinato da una crescente selettività, non solo delle gallerie ma anche delle opere ammesse. Emblematico il caso di TEFAF a Maastricht dove, poco prima dell’apertura, una commissione passa a valutare le opere esposte dalle gallerie ammesse, col potere di farle rimuovere nel caso in cui queste non corrispondano agli standard di qualità imposti dagli organizzatori. Le fiere di provincia potrebbero avere una loro utilità se decidessero di diventare un luogo di selezione e proprosta della scena artistica che, appunto, si sviluppa in provincia, creando un collegamento con i centri italiani dell’arte: insomma un ponte tra centro e periferia, in grado di coinvolgere vari operatori italiani in cerca di nuovi talenti. Ma la vedo dura.

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Gentilissimo Nicola, nel tuo post dedicato al mercato derivante delle fiere hai fatto menzione come paragone anche al mercato gallerie, ma non hai indagato sul mercato delle aste. Quest’ultimo a mio avviso è quello che ha destabilizzato più d’ogni altro il sistema dell’arte. Mi spiego meglio. Fino ai primi degli anni ’90 le fiere non erano altro che la “vetrina” delle gallerie, quelle di rango le trovavi nel padiglione più esclusivo, tutte si mettevano in “festa”, un momento di incontro tra galleristi, critici, collezionisti ed artisti. Era un modo di far vedere il “bello”, il pezzo museale, magari preso in prestito dal collezionista fedele, con inviti a cena nei locali più esclusivi. Rimanendo in Italia, visitando Bologna si veniva letteralmente rapiti dagli allestimenti e dalla qualità dei lavori esposti. Era una risposta al collezionismo di tradizione ancorato al Novecento Storico o in certi casi alla figurazione di “mezzo”, poche erano le altre proposte fatta eccezione per i Burri, i Fontana e Capogrossi, giusto per intenderci.
    Con la metà degli anni ’90 il computer prende sempre più piede favorendo la curiosità e la conoscenza, due ingredienti indispensabili per chi si avvicina all’arte.
    In questo clima il collezionista più attento ed avveduto ha modificato la bilancia, o meglio l’ha spostata verso le case d’asta, dove guarda caso successivamente importanti gallerie si sono orientate. In asta passano migliaia e migliaia di lavori, possiamo trovare di tutto e di più, come è stato detto potrebbero essere come le fiere, dei supermercati, ma attenzione vi sono supermercati e supermercati, sta al collezionista verificare la proposta e valutare di conseguenza l’acquisto.
    Vedi Nicola il tuo blog inizia … come collezionare…. ti dico questo perché al centro del sistema c’è proprio il collezionista, senza di questi non esisterebbe né galleria, né fiera, né asta, né vendita televisiva, a mio avviso occorrerebbe concentrarsi di più su questa figura, anche se come recita il famoso detto “ognuno colleziona il proprio io”.
    Nicola cosa sappiamo noi del collezionista? Lo individuiamo per la capacità di spesa? Oppure perché colleziona opere di un certo periodo, di una certa datazione o di un particolare linguaggio o di un movimento o gruppo che si voglia?
    Sono solo alcune domande, ce ne sarebbero ancora, ma credo che dalle risposte di questi ed altri quesiti anche il nostro sistema dell’arte diventerebbe più maturo e sicuramente di maggiore attrazione.
    Come sempre grazie per queste opportunità ed un saluto da estendere agli altri intervenuti. Daniele Taddei

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Caro Daniele,

      nel post mi sono soffermato sulle gallerie solo perché sono le dirette interessate al funzionamento delle fiere. Le case d’asta, almeno per ora, non ci partecipano. Come sempre, però, i tuoi interventi mi permettono di tornare su argomenti che ho trattato un po’ di tempo fa. Oltre all’ottimo articolo di Francesca Bonan del 31 dicembre scorso, al mondo delle aste avevo dedicato alcuni scritti pubblicati agli inizi di Collezione da Tiffany. In particolare un’intervista a Piroschka Dossi dal titolo “L’irresistibile ascesa della case d’asta“. Mentre all’analisi della figura del collezionista avevo dedicato varie interiste: una a Angela Vettese (Collezionare nel XXI secolo: una ricerca di se stessi) e una a Ludovico Pratesi (Il collezionismo italiano visto da Ludovico Pratesi). Oltre a due primissimi articoli che, in due tappe, proponevano un percorso nella mente del collezionista: parte 1 e parte 2. Infine, sempre nei primi mesi di visita del blog ne avevo dedicato uno ai perché nel collezionismo. Scusa l’elenco, ma le tue parole mi sono servite anche per fare un po’ di ordine mentale e per capire che forse è bene che crei una sezione che accolga solo queste tematiche sotto la voce collezionismo. A breve, comunque, raccoglierò tutti questi contributi in un e-book che sarà scaricabile.
      Il problema di fondo è la cronologia: fin da primo giorno ho cercato di seguire un filo logico che andava dalla descrizione del fenomeno, alle informazioni tecniche su come si colleziona, fino ad arivare a parlare nel dettaglio del Sistema dell’arte. Probabilmente dovrei tornare su questi temi che, pur essendo evergreen, si sono un po’ persi tra i tanti post che ho ormai scritto: oltre 200.
      Colgo l’occasione per chiederti un parere sugli articoli che ti ho citato, mi farebbe molto piacere la tua opinione. Un caro saluto. Nicola

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Gentilissimo Nicola ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di indagare maggiormente sul collezionismo. Ho letto con attenzione i post che mi hai segnalato partendo dalla Dossi, alla Vattese per arrivare a Pratesi, sono sicuramente degli “scatti” che fermano il tempo del collezionismo, autori che con sapiente linguaggio ci portano ad osservare una moltitudine di fenomeni, ma chi sa se loro sono anche collezionisti, o comunque che comprano arte? Sembra irrilevante ma esiste una bella differenza tra chi parla d’arte e chi acquista arte!!!
    Anche la parte 1 e la parte 2 sono esperienze di natura personale certamente utili per introdurre questo argomento, che più si affronta e più diventa complesso.
    Ho trovato invece molto interessante e “praticato” il post del “perché del collezionismo”, una analisi molto vicina alla realtà di tutti i giorni che vede il collezionista non come un “marziano”, ma come una figura che possiede un insieme di valori, valori che lo accompagnano nella propria esistenza.
    Determinante se non fondamentale a mio avviso rimane la voce del collezionista di turno, ovvero quello che con poche centinaia di euro riesce ancora ad acquistare un “pezzo” di storia!!!
    La tua rubrica deve ascoltare i collezionisti perché solo da loro possiamo comprendere maggiormente quello che sta accadendo, non dobbiamo pensare ai grandi nomi ma anche agli autori minori (per il mercato), perché solo in questo modo possiamo far rinascere il nostro sistema che deve prevedere ” l’estetica della storia e non quella del danaro”!!!
    Nicola si dovrebbe arrivare a più “voci” perché chi compra arte esiste e sta crescendo tutti i giorni (gli invenduti delle case d’asta in questo ultimo periodo non superano il 20% di media) e noi li dovremmo stanare e riuscire ad ascoltarli, forse non sarebbe male pensare ad una pubblicazione mirata sul collezionista, magari rendendola aperta per chi volesse intervenire, credo che con il coinvolgimento di tante persone anche la nostra arte ne beneficerebbe e chissà … si potrebbe instaurare un rapporto tra i collezionisti stessi, un ulteriore modo di conoscere e crescere.
    Cordiali saluti, Daniele.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Caro Daniele, ti ringrazio per l’attenzione con cui hai letto i post che ti avevo indicato e per i suggerimenti. Concordo con te che ci dovrebbe essere un maggior spazio per la voce dei collezionisti, anche perché, come si suol dire, dall’esperienza si impara. In questi quasi due anni di Collezione da Tiffany ne ho intervistati una dozzina e altri ne verranno. Una cosa che però vorrei sarebbe un coinvolgimento diretto, con collezionisti che si raccontano in prima persona: anche solo aneddoti su errori commessi, sull’emozione di un’acquisto o su qualche “segreto” del mestiere. Insomma racconti di collezionismo vissuto da cui altri possano imparare ad essere collezionisti consapevoli. Ci sto lavorando, vediamo a cosa porta. Intanto questo invito lo rivolgo a te. Se hai voglia di raccontare la tua esperienza, mi farebbe piacere: da quello che leggo nei tuoi commenti vedo che se il tipo di collezionista puro che mi interessa. Pensaci. Se poi hai amici che collezionano contemporaneo e hanno storie particolari gira pure a loro questo invito. Io mi sto muovendo in questa direzione, ma non è sempre facile, perché i collezionisti non sempre sono disposti a scrivere, ad essere intervistati sì. Grazie ancora per il tempo che mi hai dedicato.
      Un caro saluto e a presto.Nicola

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Ti ringrazio di questa ulteriore opportunità, nei prossimi giorni cercherò di raccontare il mio incontro con l’arte e la vita che oramai mi ci tiene legato da oltre 30 anni.
    A risentirci, Daniele

  • Anna Castoro ha detto:

    Molto interessante ed utile quello che emerge da questo forum, Nicola.
    In effetti concordo che la figura del collezionista motivato sia la figura di punta, in grado di smuovere qualcosa oggi nel panorama dell’arte contemporanea. Ovviamente mi riferisco ,quando parlo di collezionista motivato, a colui che, nell’ambito del suo bagaglio di valori, si accosta all’arte come insuperabile bene dello spirito…Questo è il punto focale della questione, specie in Italia, dove imperano scarsa cultura e decadimento dei valori.E in questa direzione credo che occorra orientare gli sforzi nella mia Lettera Aperta al Nuovo Governo, non a casa propongo la defiscalizzazione delle somme impegnate per l’acquisto di opere contemporanee entro i 5000 euro !):esaltare l’importanza dell’arte e del collezionista,ritengo rappresenti in primis la nostra emergenza di salvezza.
    Mi permetto di affiancare un altro elemento fra le prorità: oggi non si sa vendere l’arte. Per motivi fin troppo noti (gallerie chiuse, speculazioni, pubblico disamorato e assente )oggi si espone tanto (a suon di bigliettoni), ma non si vende: se il gallerista, a priori, si assicura il suo guadagno con quote di adesione degli artisti (e questo, inutile fantasticare, è la realtà) non è motivato nelle operazioni di vendita dell’opera ! Se aggiungiamo la crisi economica, abbiamo il quadro della paralizzazione del mercato del contemporaneo.

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