Finarte, le sfide di Camilla Prini

Camilla Prini, capo dipartimento di Arte Moderna e Contemporanea di Finarte.
Camilla Prini, capo dipartimento di Arte Moderna e Contemporanea di Finarte.

Passato il momento dei brindisi e dei grandi annunci, per la rinata Finarte è il momento del lavoro duro: una sede di rappresentanza tutta da allestire, la sale room da trovare e almeno 200 lotti da reperire entro l’estate per la grande asta inaugurale che si terrà in autunno. Ma, più che altro, tanti rapporti di fiducia da ri-creare con i collezionisti e i galleristi che quei lotti dovranno consegnare alla casa d’aste, per non parlare di coloro che dovranno affollare (si spera) la sala durante la vendita. E se nessuno del rinnovato staff di Finarte potrà sottrarsi alle sfide che dovranno riportare in borsa la casa d’aste entro 5 o, al massimo, 6 anni, la sensazione è che, la sua partita più difficile, Finarte la giocherà nel settore dell’Arte Moderna e Contemporanea. Ossia il  Dipartimento che è stato affidato ad una giovanissima Camilla Prini che se, da un lato, porta energia e ottimismo, dall’altro, potrebbe non avere ancora dalla sua quella serie di reti di conoscenza e di rapporti di fiducia, che è fondamentale affinché i collezionisti e i galleristi le mettano in mano le proprie opere per venderle e che si crea solo col tempo e con tanta esperienza.

 

Moderna e Contemporanea: una giovane al comando

 

Poco più che trentenne, Camilla Prini nella sua vita ha bruciato tutte le  tappe lavorando un po’ qua e un po’ là nel mondo dell’arte, sia in Italia che all’estero, assaggiando un po’ tutti i ruoli, ma concedendosi forse poco  tempo per approfondirli: a 22 anni, subito dopo la laurea, ha curato, per 9 mesi, la collezione e le mostre al Capri Palace Hotel & Spa; per due anni (dal 2007 al 2009) ha lavorato, con vari ruoli, presso la Galleria Tega di Milano, passando nel 2009 alla parigina Galerie Pièce Unique, dove è rimasta per meno di un anno. Lasciato il mondo delle gallerie, nel dicembre 2009 approda in quello delle aste, lavorando fino a giugno 2010 nell’Evaluation Department di Christie’s e, poi, per poco più di 4 anni come responsabile dell’ufficio milanese di Bonham’s dove si occupava di raccogliere le opere per le aste londinesi. Infine, l’avventura in Finarte dove è chiamata a mettere in piedi, dal nulla, un dipartimento importante come quello di Arte Moderna e Contemporanea. Una sfida difficile, ma per affrontare la quale Camilla Prini sembra avere le idee abbastanza chiare.

 

Camilla Prini, seconda da destra, assieme a (da sx): Simona  Valsecchi (socio fondatore), Attilio Meoli (amministratore delegato), Giancarlo Meschi (Presidente) e Marco Faieta (Consigliere).

Camilla Prini, seconda da destra, assieme a (da sx): Simona Valsecchi (socio fondatore), Attilio Meoli (amministratore delegato), Giancarlo Meschi (Presidente) e Marco Faieta (Consigliere).

 

«Quello che voglio fare – mi spiega durante il nostro incontro nella nuova sede della casa d’aste milanese – è un lavoro di valorizzazione, anche culturale, per tutti quegli artisti italiani del Novecento che le maggiori case d’asta internazionali  ignorano perché hanno un altro gusto e un’altra sensibilità. Penso a De Pisis, Campigli, Sironi, ma anche a tutti quei movimenti che vanno dal Futurismo alla Metafisica, fino all’arte concettuale degli anni Sessanta che è ancora un segmento poco esplorato.  Per far questo creeremo dei cataloghi che saranno dei veri e propri libri d’arte, con una forte attenzione per i contenuti culturali e per questo collaboreremo molto anche con le Fondazioni e gli archivi di riferimento dei vari artisti. Finarte, in tutto questo, deve tornare ad essere un punto di riferimento sia per il  mercato italiano che, in prospettiva, per quello internazionale e per farlo porteremo avanti un grande lavoro di ricerca e catalogazione per tutelare i nostri clienti. Vogliamo che sulle opere di Finarte non gravi nessun dubbio di autenticità. Allo stesso tempo lavoreremo per mettere in asta opere che abbiano anche quotazioni interessanti».

Quanto interessanti è difficile dirlo, visto che è ancora vaga l’idea che hanno in Finarte della fascia di mercato in cui potranno collocarsi in questa prima fase. L’asta di ottobre, in questo, sarà fondamentale. In attesa di questa, il target ideale del dipartimento guidato da Camilla Prini è duplice: «Il collezionismo classico in italia e non solo, ma anche quello più giovane, con budget  più limitato e che, quindi, tende a orientarsi o sulla fotografia o verso opere su carta di artisti storicizzati del Novecento. Due segmenti che in Italia sono poco sviluppati». E a proposito di fotografia sembra che sia già nell’aria una possibile collaborazione con il MIA Milan Image Art Fair di Fabio Castelli  per creare delle aste dedicate.

 

Giovani da crescere e non da bruciare

 

Camilla Prini è certamente una persona capace e le sue idee non possono che trovarci concordi. In particolare in un momento in cui l’arte italiana va così forte sul mercato. Ma le idee e le buone intenzioni, lo sappiamo bene, non sempre bastano. In particolare in un ambiente non proprio “amichevole” come quello dell’arte, dove sono più le porte che si chiudono di quelle che ti vengono aperte. E se da un lato capisco l’entusiasmo della Prini, che non ci ha pensato due volte a cogliere questa importante opportunità, dall’altro mi sfugge un po’il disegno del management di Finarte. Rilanciare un brand non è mai cosa semplice, in particolare se ti muovi, come in questo caso, in un settore dove la fiducia è un elemento fondamentale. Non solo quella dei clienti, ma anche (e soprattutto) di chi deve affidarti le proprie opere per la vendita. In questo, il rinnovamento totale della compagine societaria e del management è stato certamente una conditio sine qua non per il rilancio del marchio. E abbastanza coerente è stata anche la campagna acquisti di Finarte che ha composto la sua squadra mettendo insieme, come capi di vari dipartimenti, esperti di “chiara fama”. Tutti con un curriculum solido alle spalle, sia di pubblicazioni che di mostre di livello internazionale e/o collaborazioni con gallerie e case d’asta. Unica eccezione, appunto, questa giovane che forse avrebbe meritato qualche riguardo in più e che oggi rischia, se le cose non vanno come si deve, di essere bruciata quando, invece, poteva esser fatta crescere in azienda, affiancandole qualcuno di più strutturato che poi, una volta superata la fase di start up, le poteva passare il testimone del Dipartimento. Ma forse, questa, è solo una mia preoccupazione eccessiva e “i fatti parleranno”, come mi ha detto la diretta interessata. Me lo auguro e a Camilla Prini e a tutta Finarte va il più sincero “in bocca al lupo” di Collezione da Tiffany.

2 Commenti

  • Stefano Armellin ha detto:

    Una giusta analisi. Mi sembra di capire che in prima istanza Finarte punti ad un discorso molto storicizzato, perciò noi viventi forse dobbiamo davvero morire perché i nostri eredi abbiano una risposta concreta ? Da giovane, Camilla sicuramente sa che c'è un mercato anche per noi, non é chiaro qui, quanto Finarte intenda veramente valorizzare l'arte italiana dal 1983 in su. Speriamo bene, mentre aspetto una risposta da Camilla mi sono rivolto alla Spagna. Nota : La giovane età in questo mestiere non aiuta. Stefano Armellin http://armellin.blogspot.com

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Non c’è dubbio, ma non potrebbe essere altrimenti: in Italia, come in molti altri paesi, non esiste un mercato delle aste per gli emergenti. Lo si trova unicamente in piazze come gli Stati Uniti, UK, Cina. Prini non ha comunque escluso a priori che un giorno Finarte non possa allargarsi anche a questo segmento. Per il momento, comunque, mi sembra apprezzabile che voglia puntare sulla fotografia. Altro segmento di mercato che nel nostro Paese è decisamente poco sviluppato.

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