Magnani-Rocca: conversazione con Stefano Roffi, aspettando Modigliani

Una vista della Villa di Mamiano dova ha sede la Fondazione Magnani-Rocca

La Fondazione Magnani-Rocca è uno di quei luoghi che non si dimenticano. Ubicata nell’elegante Villa di Mamiano, a pochi chilometri da Parma, ospita la collezione di Luigi Magnani (1906-1984), grande letterato e raffinato collezionista  di primo Novecento, che fece della sua casa-museo la cosiddetta “Villa dei Capolavori”.

Al suo interno vive una straordinaria collezione, che spazia da capolavori di Tiziano e Goya ad autori moderni come Morandi e De Chirico.  In attesa della riapertura, abbiamo intervistato Stefano Roffi, Curatore e Direttore Scientifico della Fondazione dal 2000, per farci raccontare un pò di storia del Museo e futuri progetti espositivi.

 
Luigi Magnani (1906-1984)

Teresa Meucci: Chi era Luigi Magnani?

Stefano Roffi: «Luigi Magnani è stato uno dei massimi collezionisti di opere d’arte al mondo; nella sua casa delle meraviglie presso Parma, ora sede della Fondazione Magnani-Rocca, realizzò un vero Pantheon dei grandi artisti di ogni epoca, un tempio che si andò animando lentamente con l’acquisizione di dipinti e arredi unici, dai Morandi e i fondi oro degli inizi, poi il Tiziano, il Dürer, il Goya, fino al Monet, ai Renoir, ai Cézanne e al Canova degli ultimi anni della sua vita, in un processo di identificazione spirituale con le opere che giungevano ad abitare la sua dimora come la scena della sua vita intellettuale, dimora che per volontà di Magnani stesso divenne “casa- museo”. Un luogo dove l’arte si svela in tutta la sua ricchezza, estetica e morale, e, sebbene musealizzata, non risulta avulsa dalla vita ma ne rappresenta la linfa perenne per consentire a tutti l’incontro con la Bellezza».

 

Una vista degli esterni di Villa di Mamiano sede della Fondazione Magnani-Rocca

T.M.: Come nasce la Fondazione Magnani Rocca?

S.R.: «La Fondazione Magnani-Rocca è stata istituita da parte di Magnani nel 1977, nel disegno di destinare i suoi tesori d’arte al godimento di tutti, nel ricordo dei propri genitori, donando a Parma e all’Italia una piccola Versailles. Venivano così svelate le opere di una raccolta quasi leggendaria appartenuta a una delle più eclettiche personalità culturali del XX secolo: Magnani fu infatti scrittore, saggista, storico dell’arte, compositore, critico musicale e, con le sue ricerche e i suoi scritti su Correggio, Morandi, Mozart, Beethoven, Goethe, Stendhal, Proust, seppe, come pochi, ricongiungere le ragioni del sentimento e quelle dell’intelletto».

 

Una vista degli interni della Fondazione Magnani Rocca

T.M.: Una mostra da te curata, che ricordi con orgoglio…

S.R.: «Non a caso, la mostra che nel 2020 ha raccontato la figura Luigi Magnani, la sua impresa culturale degna di un eroe romantico. L’amore congiunto di Magnani, uomo di cultura tra i grandi della sua epoca, per la pittura, la musica, la letteratura, è stato narrato attraverso tanti capolavori che si sono affiancati a quelli di Magnani stesso, a testimoniare i suoi interessi e gli incontri con le grandi personalità di ogni tempo che egli frequentò o alle quali si appassionò intellettualmente.

Il progetto espositivo è nato in relazione all’investitura di Parma quale Capitale della Cultura, in quanto Magnani, per la sua levatura intellettuale e per la sua impresa collezionistica, può essere affiancato alle grandi personalità, per le quali Parma è nota nel mondo, quali Parmigianino, Giuseppe Verdi, Arturo Toscanini».

 

La Sala Morandi della Fondazione Magnani Rocca

T.M.: Il tuo angolo preferito in Fondazione?

S.R.: «Ovunque lo spirito di Magnani sia ancora presente e vivo; nell’accostamento di un cassettone con intarsi d’avorio del Seicento con gli eburnei Albatri di Filippo de Pisis, come piaceva a lui, o in muto colloquio con l’imponente Famiglia dell’infante don Luis di Goya, quadro davanti al quale Magnani alla sera rifletteva sul senso e sul destino del suo lavoro di intellettuale, ascoltando Debussy e leggendo Mallarmè».

 

Fondazione Magnani Rocca. La Sala Van Dyck col tappeto fine Settecento

T.M.: Come state affrontando il 2021?

S.R.: «Nella speranza di poter tornare presto a una situazione sanitaria gestibile che consenta una riapertura stabile e sostenibile, anche economicamente, per i musei e per i luoghi di cultura in generale. Ormai l’insofferenza nei confronti della “fruizione da remoto” ha lasciato il posto all’iniziale curiosità; si trattava di un palliativo, utile e necessario, che in alcun modo può essere pensato come alternativo all’esperienza concreta e vissuta dei luoghi d’arte».

 

T.M.: Nuove mostre e progetti in arrivo?

S.R.: «L’auspicio è di poter allestire ad aprile, o appena possibile, una piccola mostra su Modigliani, di cui, oltre al rapporto fra disegno e pittura, verranno evidenziati i principali riferimenti culturali nel suo lavoro di ritrattista: l’arte senese tre/quattrocentesca, Cézanne, le maschere africane».

Sala con Tersicore di Canova, mobile consolle appartenuto a Napoleone e flambeaux di Thomire

T.M.: Un museo in Italia che ami, poco conosciuto, che ci vuoi suggerire

S.R.: «Forse per deformazione professionale, amo i luoghi d’arte vivi, dove si avverta la presenza spirituale di chi li ha creati, il messaggio che ha inteso lasciare, non la sequenza ordinata e asettica di opere su una parete bianca. Meravigliosi sono gli atelier degli artisti o le dimore storiche, le chiese.

Non amo gli allestimenti che si sovrappongono alle opere, nulla avendo a che fare con esse, si potrebbero fare esempi illustri. Il mio favore va ai luoghi del F.A.I., all’approccio rispettoso; suggerisco la visita a Villa Necchi Campiglio a Milano».

 

T.M.: Il prossimo viaggio che farai?

S.R.:  «Soltanto uno? Con la situazione che si è creata mi sento come un bambino povero davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli, vorrei tutto, mi manca tutto. Comunque mi piacerebbe un viaggio alla scoperta del primo Razionalismo in Italia, direi partendo da Como».

 


Nota per il lettore:

L’intervista a Stefano Ruffi è tratta dalla serie “Voices from APDA” realizzata da #apassodarte, un progetto specializzato nell’organizzazione di itinerari d’arte contemporanea e architettura in Italia e partner di Collezione da Tiffany: https://www.instagram.com/apassodarte/

Nata durante il primo lockdown, “Voices from APDA” ha dato voce ad alcuni dei protagonisti dei suoi viaggi: architetti, artisti, direttori museali, collezionisti, produttori di vino, imprenditori, illustri guide. Un modo per rimanere uniti, in attesa di tornare a viaggiare. Per essere aggiornati sui prossimi viaggi di ADPA compilate il form qui: http://www.apassodarte.com/contacts/

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