Fotografia: la collezione Malerba

«La mia passione per l’arte nasce dal fatto di essere cresciuto in una casa in cui non si vedevano più i muri da tanti dipinti, di ogni dimensione e forma, che vi erano appesi». Il racconto di Alessandro Malerba, collezionista di fotografia tra i più apprezzati del nostro paese, inizia così. Ci siamo incontrati all’ultima edizione di MIA Milan Image Art Fair dove una parte della sua raccolta era in mostra nello spazio dedicato al Fondo Malerba per la Fotografia, da lui fondato nel 2013 dopo la prematura scomparsa della moglie Mila con cui ha condiviso la passione per l’arte fotografica. Da questo incontro è nata una piacevole chiacchierata durante la quale abbiamo ripercorso le tappe della sua avventura nel mondo del collezionismo, cominciata ormai venticinque anni fa…

Alessandro Malerba

Alessandro Malerba

Nicola Maggi: Il collezionismo è fatto di acquisti, vendite, ma anche di tanto guardare…

Alessandro Malerba: «Assolutamente. Il mio primo interesse per la fotografia è nato proprio dal girare per le fiere. Ogni anno andavo a Basilea a vedere Art Basel e man mano si è formata un po’ l’idea di acquistare delle opere e il gusto. Inizialmente le mie scelte erano orientate sugli stranieri, lavori di fotografi oggi affermati ma che al tempo lo erano molto meno, pur essendo già presenti sulla scena internazionale. Poi, grazie all’amicizia che mi lega a Filippo Maggia e Walter Guadagnini , l’orizzonte si è allargato e, girando per gallerie e fiere, ho iniziato ad interessarmi ai giovani italiani, non così affermati e meno costosi degli esteri. Nei primi anni Novanta, ad esempio, ho acquistato tanto Ghirri, quando si riusciva a comprare a prezzi oggi impensabili. Nel tempo ho condiviso questa passione con mia moglie e, assieme, le abbiamo dedicato il nostro tempo libero. Girando per fiere e gallerie e tramite amicizie si è, così, ampliato il contesto della collezione, sempre seguendo però la linea che avevo deciso, dedicata alla struttura urbana e all’architettura e alla focalizzazione sul rapporto tra la persona e l’ambiente urbano. E questo è rimasto un motivo costante legato al mio gusto. Il criterio poi è sempre stato quello del “mi piace la prendo”, a prescindere da chi fosse l’autore».

Ralph Eugene Meatyard, Untitled, 1961. Stampa sali d'argento

Ralph Eugene Meatyard, Untitled, 1961. Stampa sali d’argento

N.M.: Negli anni ha anche avuto modo di conoscere personalmente gli artisti che colleziona…

A.M.: «Quando è possibile mi piace conoscere e scambiare opinioni con l’artista. Credo sia molto importante e credo sia molto bello, per un collezionista, coltivare entrambe le cose: il piacere di acquistare un’opera e quello di discutere con l’artista che l’ha creata per capire il suo punto di vista. Ogni artista ti fa cogliere delle sfumature a cui non pensi. Per assurdo questo mi è stato impossibile con gli italiani e molto più facile con i Giapponesi. Con Araki, ad esempio, quando è venuto a Venezia nel 2002, abbiamo passato insieme dei momenti strani ma molto belli. E la parte dei suoi lavori veneziani presenti in collezione è proprio legata a questa frequentazione: terminati i suoi scatti, infatti, ha deciso non di donarmeli ma di concedermi una sorta di “diritto di prelazione”. Mi disse: “se le vuoi ci mettiamo a tavolino e sono tue”. Lo stesso è accaduto con Toshio Shibata in Giappone. Negli anni ho conosciuto anche Thomas Struth, ma era già molto affermato è quindi sono riuscito a scambiarci solo alcune impressioni e nulla di più».

Nobuyoshi Araki, Senza titolo (serie Araki in Venice), 2002. Stampa sali d'argento.

Nobuyoshi Araki, Senza titolo (serie Araki in Venice), 2002. Stampa sali d’argento.

N.M.: Che approccio consiglia ad un appassionato di fotografia che voglia intraprendere la strada del collezionismo?

A.M.: «Prima di tutto che ognuno la guardi con i suoi occhi e non quelli di qualcun altro, anche se questo è un esperto di fotografia. Quello che può dare una foto, una volta messa in casa, deve darlo a te e non all’esperto che ti ha consigliato, magari, il giovane in forte ascesa. Perché se poi non ti piace la fotografia che hai acquistato o la rivendi, ma non è scontato riuscirci, oppure te la tieni e maledici il giorno in cui l’hai comprata. Quindi, il criterio fondamentale è: mi deve piacere, mi deve trasmettere qualcosa. In secondo luogo, la fotografia non è un arte per tutte le stagioni e, soprattutto oggi, con la rivoluzione del digitale, troviamo scatti e manipolazioni di ogni tipo e immagini fotografiche molto diverse tra di loro. E’ necessario, quindi, crearsi un proprio gusto che abbia anche un minimo di logicità, cercare di capire ciò che più ci piace e seguire quel filone, indipendentemente dall’autore; in modo che la collezione faccia trasparire che chi ha scelto una determinata opera segue una certa strada. Infine, una volta maturato un gusto di cui si è convinti, andare ad esplorare un po’ di autori e fare un po’ di ricerca, perché il vero collezionismo non nasce solo dalla conoscenza del mercato, ma soprattutto della storia della fotografia e di quello che offre in termini di panorama degli autori. Quindi non aver paura di girare, di andare per mostre, talvolta di perder tempo perché ci sono tante mostre brutte e artisti che non ci danno niente. Visitare, soprattutto all’estero, i musei d’arte, dove c’è tanta fotografia, a differenza di quello che accade in Italia, ad eccezione di Cinisello che però è una rosa nel deserto e neanche innaffiata».

Thomas Struth, Bejing, 1995

Thomas Struth, Bejing, 1995

N.M.: Quello dei musei di fotografia è un tema che, recentemente, è stato al centro di vari dibattiti. Si sente parlare di tanti progetti, tante idee che però stentano a decollare…

A.M.: «Perché molto spesso c’è dietro un approccio non puro. Camera, ad esempio, nasce dall’iniziativa lodevole di privati, in parte Fondazioni bancarie, che inevitabilmente hanno un punto di vista che è quello della raccolta tipica di un’istituzione privata. Il museo, invece, non è un istituzione privata, ma pubblica e quindi deve ricostruire il percorso della fotografia, tenendo conto di tante cose e non può essere lasciato in mano ad un singolo curatore o seguire un solo punto di vista».

N.M.: Ma la fotografia non potrebbe trovare posto in un museo di arte contemporanea?

A.M.: «Il suo posto sarebbe proprio quello. E questo è l’errore italiano: ci deve essere il museo di fotografia. Se vado al MoMa trovo tante belle opere e anche tante fotografie. In Italia trovo pittura, scultura… l’arte è arte e non puoi vincolarla e darle troppe etichette, in particolare se si parla di ambiti museali e quindi di servizio alla comunità».

Tracey Moffatt, Untitled (serie Up in the sky), 1987. Stampa sali d'argento

Tracey Moffatt, Untitled (serie Up in the sky), 1987. Stampa sali d’argento

N.M.: Tornando al collezionismo, a differenza di altri, quello di fotografia ha sempre un’attenzione particolare anche per lo storico…

A.M.: «E’ vero, anche nella mia collezione c’è tanto storico. C’entra poco con il contemporaneo, ma ti aiuta ad evolvere, a capire il perché dello scatto, la sua difficoltà, l’evoluzione della tecnica e anche come è maturato il mezzo fotografico nei suoi due secoli di vita. Fa parte della cultura che un collezionista di fotografia deve avere. Non stiamo collezionando figurine, che hanno una loro dignità ma anche un fruibilità più semplice. Qui il percorso è più complesso e va sostenuto con un po’ di passione e di dedizione. Io, ad esempio, come formazione sono agli antipodi dell’arte della fotografia. Sono un commercialista, ho fatto studi di economia e di legge e nel mio studio facciamo attività di finanza e consulenza corporate. Io vedo più che altro numeri, strategie e trattative di M&A (Merger & Acquisition, ndr). La fotografia mi permette di uscire da quei numeri e di ripensare alla bellezza di un mondo reale che io magari non ho visto, ma che il fotografo ha visto per me. E quindi vedo anche un po’ attraverso il suo obiettivo».

N.M.: C’è qualche foto che le manca?

A.M.: «Eccome. Se io giro qua (a MIA 2014, ndr) non dico che gliene indico una per stand, ma quasi. La voglia del collezionista è sempre quella di avere un po’ di più, che magari poi finisce in un cassetto. Il pericolo del collezionismo è un po’ questo: l’accaparrare per poi tenere nascosto gelosamente e non volersene mai disfare perché sarebbe come togliersi un pezzo di pelle. Nella realtà bisogna avere il coraggio di alimentare la collezione sia in uscita che in entrata. Quindi farla un po’ evolvere e, talvolta, disfarsi di qualche pezzo che non si ritiene più in linea con quella che è l’idea della propria collezione, così da acquisirne di nuovi che sono più attinenti, o che ci piacciono di più, rispetto ad altri che, con il tempo, hanno perso un po’ di significato per il collezionista. E questo indipendentemente dal valore. Quindi bisognerebbe avere la capacità di coltivare un collezionismo un po’ evoluto, in cui non si deve aver timore di un confronto con il mercato, ma soprattutto con gli altri collezionisti. Quello che manca da noi è un banca dati dei collezionisti. Se lei mi chiede chi è oltre a me, a Milano, che colleziona fotografia le faccio tre nomi, ma magari ne dimentico altri 50 perché nessuno sa degli altri. Uscire un po’ fuori, allo scoperto, è anomalo per il collezionista italiano perché sembra quasi di voler lavare i propri panni in piazza, ma invece bisogna un po’ vincere questo atteggiamento ed evolverci verso un modello più di tipo anglosassone, dove grandi collezioni sono diventate grandi gallerie o grandi istituzioni, perché poi spesso funziona così».

Daido Moriyama, Light and shadow, 1981. Stampa sali d'argento.

Daido Moriyama, Light and shadow, 1981. Stampa sali d’argento.

N.M.: E qui si inserisce il Fondo Malerba per la Fotografia…

A.M.: «Il Fondo, partendo dalla collezione, ha come fine ultimo quello di divulgare la fotografia come mezzo d’arte e come piacere, non solo nei confronti del collezionista ma anche di chi ne vuole semplicemente fruire. Organizziamo eventi legati non solo alla raccolta, ma anche di terzi come abbiamo fatto recentemente all’Urban Center sponsorizzando il progetto “Dalla mia finestra guardo e vedo Milano” del fotografo Mino di Vita che ritengo un artista che merita. Inoltre proponiamo workshop divulgativi per spiegare, oltre alla tecnica, anche come si muove la fotografia nel mercato e cerchiamo di dare la possibilità alla collezione, o ad altri artisti, di entrare in progetti di più ampio respiro, anche attraverso la collaborazione con istituzioni in Italia e all’Estero. Ad esempio, grazie ai nostri buoni rapporto con il Giappone, abbiamo in programma vari eventi e scambi culturali con questo Paese. In poche parole, quello del Fondo è un approccio divulgativo che contribuisce a dare visibilità al lavoro fatto con la collezione, le dà continuità e nel contempo ci arricchisce anche del piacere di divulgare, di parlare con persone che si interessano di fotografia e di promuovere artisti».

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3 Commenti

  • Titti Pece ha detto:

    Un'intervista molto interessante e un tema su cui bisogna ancora molto lavorare in Italia- consiglio questa lettura ai collezionisti d'arte e a tutti quelli che in qualche modo ci girano intorno al mondo dell'arte e della fotografia e lo fanno in maniera un po' più seria rispetto ad altri

  • Martino Zummo ha detto:

    Molto interessante la lettura e la visione di un grande collezionista .Incrementare tale tipo di approccio sarebbe davvero auspicabile

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