Fotografia: il mercato italiano visto da Maura Parodi

Maura Parodi, responsabile del dipartimento di fotografia della Casa d’Aste Boetto.
Maura Parodi, responsabile del dipartimento di fotografia della Casa d’Aste Boetto.

Il 2014 è stato un anno record per il mercato della fotografia d’arte che, a livello globale, ha raggiunto i 180 milioni di dollari. Ma nonostante una costante crescita, questo segmento rimane ancora una fetta esigua (circa il 2%) di un mercato dell’arte che, nel suo complesso, vale oggi più di 15 miliardi. In questo scenario, comunque positivo, l’Italia appare in controtendenza. E mentre USA e Francia crescono, il nostro Paese è in un momento di stallo. Ne abbiamo parlato con Maura Parodi, responsabile del dipartimento di fotografia della Casa d’Aste Boetto. Una delle pochissime realtà italiane a tenere aste di fotografia.

Nicoletta Crippa: Qual è lo stato di salute del mercato fotografico italiano?

Maura Parodi: «A livello italiano è abbastanza stabile, senza una particolare crescita, mentre a livello internazionale è in continuo aumento e di molto. In Italia difficilmente riusciremo a raggiungere i livelli del mercato americano e francese in quanto, ormai, questi hanno monopolizzato le vendite e l’interesse, incentivandolo con importanti fiere (Paris Photo e Los Angeles) visitate da importanti collezionisti, dealer e, soprattutto, da musei e fondazioni che lì acquisiscono foto. In Italia non esistono, di fatto, iniziative di questo livello».

N.C.: Per il prossimo futuro è possibile prevedere una crescita anche per il nostro Paese? 

M.P.: «No, è in un punto di stallo e le motivazioni sono tante. In Italia abbiamo un retroterra molto eclettico e diversificato, diversamente negli Stati Uniti sono riusciti a fare della fotografia un punto di forza e lo stesso discorso vale per Parigi. Ma alla base della situazione italiana c’è anche un fatto culturale. Nel nostro Paese non ci sono collezionisti così importanti come ce se ne possono trovare negli USA. La situazione odierna non è sicuramente delle migliori, per il mercato italiano, ma ovviamente ci si augura che qualcosa possa cambiare nel breve tempo in modo da poter dare, anche da noi, risalto a questa arte».

N.C.: Come mai la fotografia italiana stenta ad avere un successo di mercato?

M.P.: «Tutto dipende dalla solita questione: se un artista, e quindi un fotografo, è più o meno difeso. Da noi c’è un problema generale di cultura, in quanto noi italiani siamo molto esterofili e non difendiamo i nostri artisti, preferendo comprare autori stranieri. D’altronde, poi, quello che conta oggigiorno è aggiudicarsi un lotto importante ed essere sotto i riflettori».

N.C.: Alcune fotografie vengo vendute durante aste di arte contemporanea, è una pratica che approva o sarebbe più corretto dividere i settori?

M.P.: «C’è sempre stata una guerra per accaparrarsi i top lot, quindi case d’asta come Sotheby’s e Christie’s hanno sempre fatto del loro meglio per avere i pezzi migliori da offrire alla loro clientela, e questo talvolta ha comportato anche l’inserimento di pezzi di fotografia all’interno di aste di arte contemporanea.  Perché essere una case d’asta con uffici a Londra, New York ecc. gli permette di avere sicuramente una visibilità maggiore e diversa da quella che potrebbe avere una casa d’asta italiana».

N.C.: Dal punto di vista dei trend, ci sono dei generi o degli autori che sono più amati dai collezionisti? 

M.P.: «C’è un interesse per determinati autori che hanno una visibilità internazionale, come possono essere i fotografi della cosiddetta Scuola di Düsseldorf, anche se i maestri attorno ai quali si è creata, Bernd e Hilla Becher, oggi valgono meno dei loro allievi. Va detto che il mercato americano è molto bravo a difendere i propri fotografi. E’ sicuramente strano, però, che di un fotografo si vendano maggiormente alcune immagini rispetto ad altre. A esempio non è detto che di Mario Giacomelli si venda tutto, ma sono in particolare alcune fotografia a raggiungere cifre interessanti. Quindi il collezionista, a volte, non ama tanto la fotografia come oggetto d’arte in sé, ma ama avere in casa un’immagine che rappresenta uno status symbol, ma questo riguarda tutta  l’arte in genere: ciò che conta è avere delle icone».