Francesco Paglia: quando la fotografia va oltre il visibile

Francesco Paglia, The suffering World needs substances to live and forget the pain of all days, (particolare dell'installazione)
Francesco Paglia, The suffering World needs substances to live and forget the pain of all days, (particolare dell'installazione)

«L’arte non insegna nulla, se non il senso della vita», sosteneva Henry Miller. Una massima che sembra descrivere perfettamente la pratica artistica di Francesco Paglia, giovane fotografo emiliano protagonista, in questi giorni, al Leica Store di Bologna con la mostra Attimi di Luce, in cui presenta un estratto di uno dei suoi primi progetti: IMAGO Vol 1. Dieci immagini (su un totale di 40) che costituiscono il racconto di una giornata in una città immaginaria, costituito da scorci di spazi architettonici in cui lo sguardo, inizialmente rapito dalle linee di fuga esasperate e dai giochi astratti e geometrici di volumi nello spazio, va poi oltre, per scoprire – come scrive Gianpaolo Trotta – «nuovi e più sottilmente simbolici mondi e universi intellettuali e interiori, di non immediata lettura per il frettoloso o distratto osservatore della strada».

Francesco Paglia, Imago Vol. 1 #02 e #10.

Francesco Paglia, Imago Vol. 1 #02 e #10.

Sì, perché per Francesco Paglia la fotografia è il mezzo più libero, senza censure, per poter esprimere le sue riflessioni sul mondo. Ed è attorno a queste riflessioni che ruota tutta una ricerca artistica che prende le mosse dalla lezione di Silvio Wolf, Pio Tarantini e Loredana Parmesani – con cui si è formato allo IED di Milano e che lo hanno sostenuto nella sua ricerca di una personale estetica e filosofia –  per poi confrontarsi con quella di Piero Manzoni, del Gruppo Zero e di due grandi fotografi come Mimmo Jodice e Hiroshi Sugimoto. Artisti, mi spiega Francesco Paglia, che gli hanno «insegnato a guardare il mondo, ad andare oltre le apparenze e il visibile, non badando tanto all’estetica quanto al contenuto». Insegnamento che emerge in modo deciso nel suo ultimo lavoro, recentemente presentato a Singapore: The suffering World needs substances to live and forget the pain of all days.

Nicola Maggi: The Suffering World… segna un punto di svolta nella tua produzione artistica, in cui sei passato ad un approccio molto più concettuale rispetto al lavoro che presenti a Bologna. Come è nato?

Francesco Paglia: «In realtà tutti i miei lavori necessitano dell’interazione del pubblico, perché non do mai una verità, ma cerco sempre di stimolare una riflessione. The Suffering World, in un certo senso è il lavoro che mi rappresenta di più, sia come approccio che come estetica. E’ nato quasi per caso dopo un periodo in cui ho dovuto fare un terapia antidolorifica per affrontare un problema che poi fortunatamente ho risolto, ma che mi ha tenuto abbastanza sofferente per un anno.  Parlando con un amico di questo problema è nata, quasi per gioco, una discussione sull’uso che, negli Stati Uniti e in Inghilterra, i giovani fanno di questi farmaci, in particolare l’Ossicodone, per “sballarsi”. La cosa mi ha incuriosito e, così, ho voluto verificare le sue parole. Ho indagato per più di un anno, confrontandomi con medici, farmacisti e ricercatori, fino a capire che questo fenomeno esisteva davvero. Da qui l’idea di trasformare questa ricerca in un lavoro fotografico in cui ho cercato di affrontare questo tema con un taglio che fosse “poetico”, piuttosto che raccapricciante o viscerale. Ne è nato un progetto che, probabilmente, è quello in cui si fondono in modo più compiuto la lezione dei miei tre maestri: Manzoni, Jodice e Sugimoto».

Francesco Paglia, The suffering World needs substances to live and forget the pain of all days, (particolare)

Francesco Paglia, The suffering World needs substances to live and forget the pain of all days, (particolare)

N.M.: E infatti questo progetto ci spinge a considerazioni più ampie che vanno ben oltre l’uso fatto dai giovani di queste sostanze…

F.P.: «Il mio obiettivo era proprio quello di stimolare le corde interiori, più intime, per creare il giusto coinvolgimento di chi guarda. E per far questo era necessario creare un distacco dal dato contingente per aprire ad una riflessione sui comportamenti e le abitudini contemporanee che vedono sempre più persone assumere, con leggerezza, farmaci di questo tipo per affrontare un banale mal di denti o un minimo mal di schiena. Ma anche per sostenere le incertezze, le insicurezze e le paure che ci affliggono nel quotidiano. A tal proposito il progetto, non ancora concluso, si allargherà anche agli antidepressivi, in primo luogo i barbiturici».

N.M.: Un lavoro che non si ferma allo scatto fotografico, ma in cui è fondamentale anche la dimensione installativa…

F.P.: «Volevo dargli un taglio che sottolineasse il legame del progetto alla realtà farmaceutica e medicale.  Da questo è nata l’idea di creare dei cabinet che richiamassero, nell’aspetto, quelli che si trovano comunemente negli ospedali. Per i farmaci, invece, non ho usato fisicamente le scatole perché una scelta di questo genere avrebbe proiettato tutto nel reale, togliendo forza ad una riflessione che, invece, voleva approfondire il problema dell’uso che oggi facciamo di sostanze psicotrope. L’immagine di questa scatola che, piano piano, si sfoca fino a sparire, mi ha permesso, invece, di mantenerla in primo piano, sottolineando il distacco dal reale causato da questi farmaci che agiscono sul sistema nervoso in modo simile all’eroina e all’oppio. Attraverso il mezzo fotografico, ho potuto lavorare sulla sensazione più che sull’elemento visivo. E era questa la mia volontà, non scioccare il pubblico con immagini di tossicodipendenti, ma spingerlo ad una riflessione personale».

Francesco Paglia, The suffering World needs substances to live and forget the pain of all days, (particolare dell'installazione)

Francesco Paglia, The suffering World needs substances to live and forget the pain of all days, (particolare dell’installazione)