Mercato: è il momento del Futurismo?

Il 21 febbraio scorso il Guggenheim di New York ha inaugurato la più ampia retrospettiva sul Futurismo mai organizzata negli Stati Uniti. Oltre 360 le opere in mostra, create da più di 80 tra artisti, architetti, designer e scrittori; molte delle quali mai viste al di fuori dell’Italia. Il tutto per un’esposizione, Italian Futurism 1909-1944: Recostructing the Universe, che prende in considerazione l’intera durata temporale dell’esperienza futurista – dal Manifesto del 1909 alla morte di Filippo Tommaso Marinetti nel 1944 -, approfondendo la multidisciplinarietà di quello che è stato uno dei movimenti d’avanguardia più importanti del XX secolo e ancora poco conosciuto negli Stati Uniti.

Mostra sul futurismo a New York

Vista della Mostra: Italian Futurism, 1909–1944: Reconstructing the Universe, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, February 21–September 1, 2014. Photo: Kris McKay © SRGF

Una mostra, quella inaugurata a New York, che è destinata ad avere un riflesso anche sul mercato dell’arte dove le opere futuriste passano raramente, ma sempre suscitando un grande interesse da parte del collezionismo internazionale.

 

Le aspettative di Christie’s e Sotheby’s

 

Le due principali case d’asta internazionali ne sono più che certe: la mostra del Guggenheim avrà effetti sul mercato. «Sono sicura che ci sarà una sempre maggiore ricerca da parte dei collezionisti – ha affermato Mariolina Bassetti, International Director del Reparto di Arte Moderna e Contemporanea di Christie’s – anche se temo che non saranno molte le opere che verranno fuori». E anche per Sotheby’s il tempo del Futurismo è alle porte. Una predizione confortata dai dati, come sottolinea Raphaelle Blanga, alla guida del dipartimento italiano di Arte Moderna e Contemporanea: «Nelle recenti vendite all’asta milanesi abbiamo notato un’attenzione sempre più evidente da parte di compratori esteri per le opere di artisti del Secondo Futurismo, quali Roberto Marcello Baldessari, Giulio D’Anna e Gerardo Dottori». Una domanda in crescita, dunque, a cui però il mercato potrebbe non essere in grado di rispondere a causa della scarsa reperibilità di opere futuriste.

 

Rarità e burocrazia: le difficoltà del mercato “futurista”

 

Conservate nei più importanti musei internazionali o in prestigiose collezioni private, le opere futuriste sono estremamente rare e per questo ricercatissime sul mercato. «Indubbiamente esiste un problema di reperibilità – spiega Mariolina Bassetti di Christie’s – e questo sia sul mercato nazionale che su quello internazionale. In primo luogo perché i Futuristi non hanno prodotto moltissimo e le opere di maggior pregio o sono blindate nei musei internazionali o sono proprietà di collezionisti che difficilmente le venderanno, perché le considerano tra i lavori più importanti delle loro collezioni».

Come non bastasse, aggiunge Raphaelle Blanga di Sotheby’s Italia, per «quelle di grande qualità possedute da importanti collezionisti privati in Italia c’è una grande difficoltà a farle uscire dal Paese». Su di loro, infatti, grava l’ombra della notifica che, molto spesso, costringe le case d’asta a ricercare opere che vengono dall’estero. Un problema, quello della notifica, che non affligge solo l’arte futurista sui mercati internazionali, ma quella italiana in generale.

 

Rarità da record

 

Se è vero che nei cataloghi delle aste internazionali non capita spesso di vedere opere futuriste, è anche vero che quando ci sono il successo è assicurato. Tutto è iniziato il 16 maggio 1990 con la messa all’asta, da Sotheby’s New York, della collezione di Lydia Winston Malbin, la più importante raccolta non italiana di opere di Balla, Boccioni e Severini, battuta alla cifra record – per l’epoca – di 74 milioni di dollari. Un risultato importante, che ha segnato la prima tappa per il riconoscimento del Futurismo da parte del mercato dell’arte internazionale.

Pochi anni dopo, nel 1996, questa volta a Londra, da Christie’s, altri due risultati importanti: a giugno un Balla del 1913, Velocità astratta – auto in Corsa, viene aggiudicato per oltre 1.1 mln di dollari, contro una stima massima di 924mila; a dicembre, invece, il dipinto Simultaneité de groupes cetrifuges et centripètes (Donna alla finestra) di Gino Severini supera i 3 milioni di dollari, risultato ben al di sopra della massima aspettativa.

L'opera di Giacomo Balla, Automobile in Corsa, del 1913, battuta il 6 novembre scorso da Sotheby's per 11.5 milioni di dollari stabilendo il nuovo record d'asta per l'artista.

L’opera di Giacomo Balla, Automobile in Corsa, del 1913, battuta il 6 novembre scorso da Sotheby’s per 11.5 milioni di dollari, stabilendo il nuovo record d’asta per l’artista.

Ancora da Christie’s, nel 2007 a Milano, uno studio su carta per l’opera Foot-baller di Umberto Boccioni, in catalogo con una stima da 1.2 a 1.8 milioni di dollari, viene battuto per quasi 2.8 mln. E, due anni dopo, a Parigi, è la volta di Compenetrazione iridescente – eucalyptus di Giacomo Balla: il martello batte a 2.2 milioni.

Ventiquattro anni dopo l’asta newyorkese di Sotheby’s, il riconoscimento del Futurismo da parte del collezionismo internazionale è ormai più che consolidato, come dimostra l’asta del novembre scorso, sempre da Sotheby’s NY: The private collection Futur! Masterworks of the Avant-Garde, che ha totalizzato 64.3 milioni di dollari e guidata da Automobile in Corsa di Giacomo Balla, battuta per la cifra record di 11.5 milioni. E sempre nella stessa asta un’altra opera Balla, Rumoristica Plastica Baltrr del 1914, è stata venduta per 1.2 mln.

 

Un Futurismo tanti Futurismi

 

Quello tributato dal Guggenheim al Futurismo è un grande riconoscimento per un periodo della nostra storia dell’arte che ci permette di fare il punto su cosa sia stato questo movimento per lungo tempo “censurato”, in Italia, per i suoi legami con il Fascismo. Una relazione “scomoda” che ha portato, nel secondo dopoguerra, alla sua suddivisione in due periodi distinti: primo e secondo futurismo. Una suddivisione, come ci spiega Fabio Benzi, professore ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti e autore di uno dei saggi contenuti nel catalogo della mostra, che non ha nessuna base storica: «In sostanza l’idea che ci siano due Futurismi, primo e secondo, è un artificio storico-critico nato già nel secondo dopoguerra per scorporare il più possibile un’identità fascista dal movimento». «La politica del dopoguerra – aggiunge Benzi – e la sua giusta reazione contro ciò che era stato il Fascismo ha molto influito su questa impostazione. Nella realtà, però, il Futurismo è stato un solo movimento che, come accaduto per le altre avanguardie, ha avuto una serie di sviluppi che non coincidono con un prima e un dopo Prima Guerra Mondiale e che ne fanno un movimento articolato i più fasi: una iniziale, di formazione, che va dal 1910 al 1912, a cui ne segue una seconda, dal 1912 al 1914, durante la quale viene sviluppato in maniera matura ciò che era stato elaborato prima».

Giacomo Balla. La mano del violinista (I ritmi dell’archetto), 1912 Oil on canvas, 56 x 78.3 cm Estorick Collection, London © 2013 Artists Rights Society (ARS), New York / SIAE, Rome

Giacomo Balla. La mano del violinista (I ritmi dell’archetto), 1912. Oil on canvas, 56×78.3 cm. Estorick Collection, London
© 2013 Artists Rights Society (ARS), New York / SIAE, Rome

Poi arriva il primo conflitto mondiale a cui la maggior parte dei futuristi partecipa in prima persona e durante il quale alcuni di loro perdono la vita. E’ il caso di Umberto Boccioni e Antonio Sant’Elia. Nel primo dopoguerra il Futurismo è caratterizzato dal macchinismo, ossia, come spiega Benzi, «dal linguaggio geometrico delle macchine e, poi, alla fine degli anni Venti, c’è un ulteriore sviluppo che è quello verso l’aeropittura: una delle fasi conclusive del movimento, ma non ancora l’ultima. Negli anni Trenta, infatti, si assiste ad una sintesi molto interessante con il movimento astrattista milanese e comasco che si salda con il Futurismo, espongono e scrivono manifesti insieme». Un movimento complesso, dunque, che finisce solo nel 1944 con la morte del suo fondatore: Filippo Tommaso Marinetti. «Il fatto che per molto tempo lo si volesse far finire prima – conclude Fabio Benzi – è frutto di posizioni artificiose, forzate. Per anni si è detto che il Futurismo finiva con la morte di Umberto Boccioni nel 1916, ma questa è una cosa senza alcun fondamento. La scomparsa di Boccioni è certamente un evento traumatico, ma già da tempo lui non era più il “leader” del movimento; c’era già stato un passaggio di testimone con Giacomo Balla e il Futurismo aveva già preso una strada che non era più quella di Boccioni».

 

Una riscoperta che nasce negli States

 

Dei vari movimenti d’avanguardia, il Futurismo è certamente il più ideologico e, per questo, il primo a dotarsi di manifesti. Anche per questo la nostra avanguardia ha influenzato tutti i movimenti successivi, come Dadaismo e Surrealismo.

Un’importanza ormai riconosciuta a livello internazionale e che la mostra del Guggenheim celebra mettendo in evidenza la varietà dei suoi campi d’azione: pittura, scultura, pubblicità, architettura, ceramica, design, moda, fashion, cinema, poesia, fotografia, performance, pubblicazioni, musica e teatro.

Eppure in Italia, almeno fino agli anni Ottanta, il Futurismo è rimasto in parte nell’ombra, perché visto come troppo legato ad un momento storico, quello del Fascismo, che doveva essere in qualche modo rinnegato. Questo ha fatto sì che, negli anni del secondo dopoguerra, il Futurismo non partecipasse a quel processo di rivalutazione che, invece, stava interessando tutte le altre avanguardie storiche. «Ci abbiamo messo più tempo – commenta Mariolina Bassetti di Christie’s – e così gli americani che, ahimè, hanno capito prima di noi quanto fosse importante questo movimento artistico, si sono portati via tante opere che oggi sono nei loro musei più importanti come il MoMa. E anche se all’estero non è stato valorizzato quanto avrebbe meritato, sicuramente c’è stata una sensibilizzazione maggiore e i collezionisti che oggi posseggono opere futuriste, se le tengono ben strette».

Ivo Pannaggi, Treno in corsa, 1922 Oil on canvas, 100 x 120 cm Fondazione Carima–Museo Palazzo Ricci, Macerata, Italy Photo: Courtesy Fondazione Cassa di risparmio della Provincia di Macerata

Ivo Pannaggi, Treno in corsa, 1922
Oil on canvas, 100 x 120 cm
Fondazione Carima–Museo Palazzo Ricci, Macerata, Italy
Photo: Courtesy Fondazione Cassa di risparmio della Provincia di Macerata

Ma qual è stato il reale legame tra Futurismo e Fascismo? «Essendo nato nel 1909 – chiarisce su questo punto Fabio Benzi -, quando Benito Mussolini non solo non aveva ancora pensato il Fascismo, ma era ancora socialista, credo non ci siano dubbi che all’inizio legami proprio non ce ne erano». «Successivamente – prosegue lo studioso – un rapporto tra Marinetti e Mussolini nacque, ma fu più quest’ultimo ad essere influenzato dal Futurismo che non il contrario. E’ lo stesso Mussolini a riconoscerlo come lo riconobbe, ad esempio, Antonio Gramsci. Tra l’altro, anche Gramsci è stato molto vicino al Futurismo». «Il movimento futurista – aggiunge Benzi – non è mai stato monoliticamente attaccato al Duce e ci sono stati vari momenti di ripensamento. Ad esempio, nel 1922, quando Mussolini sale al potere, si schiera con la Monarchia e cerca un accordo con la Chiesa, si assiste ad una rottura di questo rapporto tra il Fascismo e un Futurismo che, invece, era antimonarchico e fortemente anti-ecclesiastico . Non solo, tra i futuristi ci sono molti artisti dichiaratamente bolscevichi e c’è un momento in cui nel movimento nascono quadri che si intitolano, ad esempio, L’operaio della terza internazionale, oltre a riviste bolsceviche. E se dal ’24 al ’38 non ci saranno più momenti evidenti di screzio, l’approvazione delle leggi razziali vedrà Marinetti assumere posizioni estremamente polemiche nei confronti di Mussolini. Come avvenne da parte di altri intellettuali, molto più scossi da questa decisione che non dalla nascita, nel 1937, dell’asse di ferro con Hitler». «Non dobbiamo dimenticare – conclude Fabio Benzi – che a quell’epoca il Fascismo era ormai una dittatura molto consolidata e non c’era modo di essere così liberi al suo interno. E questo vale per tutti gli altri artisti attivi in quel periodo, per Morandi come per Savinio. In quel momento gli artisti antifascisti si contavano veramente sulle dita di una mano e tutti lo sono diventati in anni molto tardi: qualcuno dopo il ‘35 e poi, gli altri, dopo il ‘38».

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2 Commenti

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Nicola buonasera passami una leggerezza: gradirei tranquillizzare simpaticamente gli amici lettori che non esiste nessun tipo di accordo tra noi per il semplice fatto che entro quasi sempre per primo nelle discussioni, ma la mia passione per l’arte viene catturata dai tuoi argomenti sempre attenti e puntuali che contribuiscono ogni qualvolta a farmi aprire nuovi orizzonti!!!!!!
    Ancora una volta la “pagina” che hai presentato è davvero intrigante, non solo per l’oggetto ma per il racconto essenziale di questo straordinario movimento che per alcuni decenni ha animato la vita sociale, politica, culturale ed artistica di buona parte del mondo.
    Come hai ben descritto il Futurismo è stato al centro di numerosi manifesti dalla pittura alla cucina, ma credo che dal lato artistico è il Manifesto della Pittura Futurista del 1910 quello che più di ogni altro rappresenti il “nuovo”, il “cambiamento”.
    Coerentemente mi viene da pensare che il Futurismo (quello con la F maiuscola) sia durato tra i 6 e i 7 anni, ovvero fino al 1916, anno alla prematura scomparsa di Boccioni e Sant’Elia: va comunque ricordato in questa temporalità l’entrata di Fortunato Depero tra i fondatori del “Manifesto della ricostruzione dell’universo” del 1915.
    A mio modestissimo parere non esiste la suddivisione tra “primo” e “secondo” Futurismo, il quintetto base formato da Balla, Boccioni, Carrà, Russolo e Severini e successivamente da Depero rappresenta lo zoccolo duro del movimento, in seguito nasceranno altri “uomini futuristi”, figure eclettiche, poliedriche, dinamiche, creative, sperimentatrici come Prampolini, Dottori e Pannaggi, per non parlare poi di artisti di “alto rango” come Sironi e Soffici, solo per citarne alcuni.
    La provincia di Macerata dove vivo è stata una di quelle realtà periferiche che ha avuto un profondo sentimento futurista, da Tano a Monachesi fino ad arrivare a Tulli, da molti considerato l’ultimo protagonista del movimento
    Questa tua pagina ci permette ancora una volta di aprire lo straordinario contenitore artistico che è la nostra penisola!!!
    Pensa in quante altre città italiane artisti non noti se non a livello locale si sono espressi con quel linguaggio? Se viene data per buona la data del 1944 come anno finale quanti autori potremmo annoverare nel “movimento futurista”?
    Una mostra quella di New York che contribuirà a consolidare universalmente questo movimento ed aprirà nuove frontiere per il collezionismo che come ho appena espresso annovera tantissimi autori e debbo dire per la mia modesta esperienza che anche questi esponenti minori nelle loro opere non hanno mai “tradito” la vocazione futurista dove la simultaneità, la velocità, il dinamismo e l’energia sono ben presenti.
    Auspico che questa tua pagina incontri l’interesse dei collezionisti perché ancora una volta sei riuscito a motivare ed alimentare questo “grande gioco” che è l’Arte!!!
    Daniele

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Grazie Daniele. Mi associo alla tua speranza che i collezionisti italiani si interessino al Futurismo. Mi piacerebbe però che l’interesse che il mondo degli appassionati e dei collezionisti internazionali stanno dimostrando, ormai da tempo, per l’arte del nostro Novecento – dal Futurismo all’Arte Povera – ci spingesse a ripensare anche il ruolo che l’Italia, ancora oggi, dovrebbe (e potrebbe) ricoprire nell’arte contemporanea. Mi piacerebbe un po’ meno esterofilia modaiola e un po’ più di attenzione anche per la nostra ultima produzione artistica, in particolare a livello espositivo. A qualcuno potrà sembrare anacronistico, in un mondo ormai globalizzato, guardare all’interno dei nostri confini. Certo: uno sguardo internazionale è importante, ma questo non vuol dire guardare solo gli altri. In Inghilterra come negli Stati Uniti e in Cina – quindi nei mercati che contano – l’attenzione (e la valorizzazione) per la produzione nazionale è costante. Se vogliamo che anche il nostro sistema dell’arte cambi passo credo sia necessario muoverci anche noi in questa direzione. In fondo è quello che è accaduto per buona parte del Novecento e se oggi i nostri artisti sono affarmati lo si deve anche all’attenzione e al supporto ricevuto dal sistema nazionale. Oggi, invece, la produzione artistica italiana è quasi un oggetto di nicchia e i nostri talenti non riescono, quasi mai, ad arrivare dove arrivano i loro coetanei stranieri. Un caro saluto. Nicola

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