Galleria Fumagalli: l’innovazione per tradizione

L'interno della nuova sede della Galleria Fumagalli in Via Bonaventura Cavalieri 6 a Milano
L'interno della nuova sede della Galleria Fumagalli in via Bonaventura Cavalieri 6 a Milano

Inaugurata lo scorso 26 maggio, la nuova sede della celebre Galleria Fumagalli si trova nel cuore della città di Milano. Una scelta strategica, questa, che consente alla Galleria di mostrare a un vasto pubblico la propria visione “innovativa” e “anticonformista” dell’arte. Non solo spazio espositivo, ma anche luogo d’incontro, ove le opere artistiche diventano occasione e fonte di rapporti umani: così la direttrice Annamaria Maggi presenta la Galleria. Sin dalle origini, la storica Galleria ha improntato la propria attività nella ricerca o affermazione di talenti, capaci di mostrare alla società tecnica e qualità, energia e diversità, tradizione e sviluppo.

Deborah Caputo: Quali sono le ragioni per cui la Galleria Fumagalli, appartenente per tradizione alla vicina città di Bergamo, ha trasferito la propria sede a Milano (prima in zona Navigli e ora in centro)? Quali vantaggi può conseguire la Galleria attraverso l’approdo nel cuore della metropoli milanese?

Annamaria Maggi: «L’esperienza bergamasca, che ha richiamato negli anni ’90 e 2000 i maggiori artisti contemporanei italiani e internazionali, era da considerarsi conclusa a causa del forte richiamo del pubblico verso luoghi più centrali, più attivi e con una più ampia proposta culturale. Meta preferita di questo esodo è, senza dubbio, la città di Milano, che, soprattutto negli ultimi anni, ha attirato – anche grazie alla notevole presenza d’istituzioni, fondazioni private, fiere e musei – un pubblico internazionale di altissimo livello. In particolare, poi, il centro della città è il luogo più adatto per usufruire delle proposte culturali e per contribuire ad arricchirne la programmazione. Ed infatti, la Galleria Fumagalli, collocandosi nel cuore della città meneghina, si propone di essere un luogo d’incontro, ove artisti, collezionisti, amatori e colleghi possono ritrovarsi … ciò a differenza dei tanti “non-luoghi” deputati dell’arte, come le fiere o le aste -soprattutto quelle online-, che escludono quasi totalmente i rapporti umani».

Annamaria Maggi, direttrice della Galleria Fumagalli con, alle spalle, Via Bound acrilico su tela di Kenneth Noland del 1970

Annamaria Maggi, direttrice della Galleria Fumagalli con, alle spalle, Via Bound, acrilico su tela di Kenneth Noland del 1970

D.C.: Il trasferimento di sede ha influenzato la programmazione della Galleria, adattandola alle caratteristiche della nuova città ospitante, o il calendario culturale proposto mantiene le proprie caratteristiche e tendenze “storiche”? Può descrivere brevemente le linee direttrici del programma della Galleria?

A.M.: «In realtà la Galleria Fumagalli è da sempre caratterizzata da una visione radicale e innovativa dell’arte, proponendo artisti o progetti culturali non omologati alle richieste del sistema e alle mode. Ci siamo sempre messi in gioco con proposte nuove o rivisitazioni di cui nessuno si occupava. Desideriamo trasmettere (davvero) la passione per l’arte, offrendo al pubblico una galleria radicale nelle idee e nelle scelte, con un programma molto vario. L’arte non può essere solo un bene di consumo, non può essere – come mi disse Roman Opalka – “vite fait, vite vu, vite oublié” (presto fatta, presto vista, presto dimenticata)».

D.C.: Come si sviluppa il rapporto tra la Galleria e gli artisti? La Galleria predilige un’attività di “scoperta” e promozione di nuovi e giovani talenti o di valorizzazione di nomi già noti?

A.M.: «Con gli artisti abbiamo sempre avuto un rapporto diretto, sia nella fase d’individuazione dei progetti, quanto nella trasformazione degli stessi in esposizioni. Gli artisti sono una grandissima fonte d’idee e grandi maestri di vita, in grado di far emergere la coscienza sociale delle persone. L’attività principale della Galleria verte sulla rivalutazione di artisti e movimenti artistici non al centro dell’interesse speculativo; pertanto, il Concettuale, la Body Art, l’Arte Povera, l’Astrattismo, il Minimalismo e la Pop Art saranno le basi di partenza. In ogni caso, un’accurata ricerca sulle nuove tendenze è il nostro attuale obiettivo».

Robert Mangold, Plane/Figure Series A, 1993, acrilico e matita nera su tela, 284 x 426 cm. Courtesy Galleria Fumagalli, Milano

Robert Mangold, Plane/Figure Series A, 1993, acrilico e matita nera su tela, 284 x 426 cm. Courtesy Galleria Fumagalli, Milano

D.C.: Il collezionismo italiano sembra essere un po’ scettico nei confronti delle giovani proposte. Secondo lei a cosa si deve questa situazione?

A.M.: «Il collezionismo Italiano, più che scettico, è disorientato: le nuove proposte sono talmente varie e di difficile riconducibilità a una precisa matrice culturale che, spesso, risulta complicato scegliere. Un giovane artista dev’essere consapevole e conoscere molto bene la storia dell’arte, saperla interpretare e rielaborare nelle proprie opere. Nulla nasce dal niente, l’arte è un filo continuo che lega il passato al presente e al futuro».

D.C.: …quali sono, al contrario, i filoni artistici e gli artisti che prediligono i nostri collezionisti?

A.M.: «Il collezionismo si divide principalmente in due categorie: quello speculativo, che concentra le proprie scelte sugli artisti di moda e “noti” all’atto dell’acquisto, e quello culturale, che prescinde (o comunque non dipende esclusivamente) dalle “quotazioni di mercato”, ma focalizza la propria attenzione sul (reale) talento, se si tratta di giovani, o sul percorso culturale, nel caso di artisti già riconosciuti dalla critica. Per quanto ci riguarda, e come da tradizione, le proposte artistiche della Galleria Fumagalli non muovono da un interesse speculativo e commerciale, ma dalla capacità di riconoscere il valore degli artisti e di trasmettere l’energia dell’arte. Va anche detto che i collezionisti che hanno seguito e assecondato le nostre proposte (sia di giovani artisti, che di personalità già affermate) hanno avuto importanti soddisfazioni economiche, acquistando, ad esempio, opere di Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Giuseppe Uncini, Giorgio Griffa …. prima che la speculazione si occupasse di loro».

Robert Morris, Felt 1974, felt and metal rings, cm 220x280. Courtesy Galleria Fumagalli, Milano

Robert Morris, Felt 1974, felt and metal rings, cm 220×280. Courtesy Galleria Fumagalli, Milano

D.C.: Più in generale … quali sono, a suo dire, i punti di debolezza e di forza del mercato italiano?

A.M.: «Tranne alcuni importanti compratori, che esistono anche in Italia, il collezionismo Italiano è un po’ esterofilo e non disponibile a spendere cifre consistenti nell’acquisto di un’opera d’arte. Il mercato Italiano è un mercato secondario che si fa trascinare dalle tendenze anglosassoni e, dunque, incapace d’imporre i propri artisti. Emblematico il fatto che nelle principali vendite internazionali gli artisti “made in Italy” non raggiungono mai le quotazioni dei nomi seguiti dalle gallerie anglosassoni. Detto ciò, vorrei evidenziare che diversi colleghi italiani hanno aperto una sede estera della propria galleria (anche) con l’intento di proporre al pubblico internazionale la grande arte italiana. Tale tendenza potrebbe rivelarsi la strada giusta per ottenere il meritato riconoscimento».

D.C.: Lei crede nel ruolo sociale dell’arte e della cultura. In che modo le Gallerie d’arte valorizzano e realizzano questo aspetto della dimensione artistica? 

A.M.: «Uno dei ruoli “sociali” del gallerista è quello di proporre artisti di grande qualità a prescindere dalle tendenze e richieste (contingenti) del mercato. Prendiamo a esempio la vicenda dell’artista Enrico Castellani, attualmente incluso nella mostra di apertura della nuova sede della galleria. Era il 1997 quando lavorammo per la prima volta con Enrico: all’epoca nessuno si occupava del suo lavoro e/o comprava le sue opere. Oggi, quasi 20 anni più tardi, si tratta di un top artist e i suoi pezzi sono parte delle maggiori collezioni nazionali e internazionali. Il gallerista deve permettere al pubblico di conoscere e apprezzare personalità artistiche talentuose, capaci di apportare un contributo significativo nella storia dell’arte contemporanea e di stimolare la (reale) passione per la stessa (e non per ciò che economicamente può rappresentare)».