10 mostre in galleria da non perdere questo settembre

Verónica Vázquez, Details of Textil I, Metallic strap and fiber, 100 x 100. Courtesy: Marignana Arte

Ci siamo! Una nuova stagione d’arte è alle porte e dopo aver visto quali sono le Grandi Mostre che secondo noi non dovreste assolutamente perdere quest’autunno, è ora il turno delle gallerie d’arte. Tantissime le mostre che apriranno in queste settimane in tutte le venue del Bel Paese e selezionarne 10 è stato veramente un lavoro duro (moltissime quelle interessanti), ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Ecco allora il nostro “distillato” d’arte per le prossime settimanecge parte da Verónica Vázquez (n. 1974), artista che avevamo già incontrato un paio di anni fa a Bologna, in occasione di Arte Fiera, nello stand della Piero Atchugarry Gallery e che dal 23 settembre prossimo ritroveremo negli spazi di Marignana Arte a Venezia per la sua prima personale in Italia: The Struggle for Raw, a cura di Ilaria Biagiotti. Scultrice uruguaiana che sta riscuotendo sempre più consensi sulla scena internazionale, Verónica Vázquez indirizza la sua ricerca sui materiali trovati, quali ferro, tessuto, cartone, carta, fili di diverso spessore.  Elementi plastici che con cura e passione intreccia, sovrappone, interroga e mette in dialogo, facendone e disfacendone le forme originarie, fino ad ottenere trame vibratili, installazioni accoglienti, piccoli o grandi teatri di una narrazione privata, intima, animata da ricordi e da segreti.

Ann Hirsch, Tisch, 2017. Pennarelli per tessuto su veluto, 100x250cm ca, con disegni accompagnatori a parete. Courtesy: Gallleriapiù

Ann Hirsch, Tisch, 2017. Pennarelli per tessuto su veluto, 100x250cm ca, con disegni accompagnatori a parete. Courtesy: Gallleriapiù

Sempre a partire dal 23 settembre, la GALLLERIAPIÙ di Bologna presenta la prima mostra personale in Italia della giovane artista americana Ann Hirsch (n. 1985). Nella sua pratica artistica, che si esprime principalmente ma non esclusivamente attraverso video e performance, Hirsch esamina l’influenza della tecnologia sulla cultura popolare, sulla sessualità e sulle questioni di genere. Si potrebbe dire che il suo medium è la cultura pop stessa, dalle chat di Internet ai reality show televisivi. La sua ricerca si è infatti spinta fino alla creazione di un canale YouTube con oltre due milioni di visualizzazioni e alla comparsa come concorrente in un reality show americano per investigare le questioni di (auto)rappresentazione e personificazione/identificazione in relazione ai media digitali e alla tecnologia, attraverso un coinvolgimento diretto in prima persona anche scomodo, mettendosi in situazioni completamente al di fuori della propria realtà. È un’artista in trincea, che vive dentro questi temi, segnalandone le contraddizioni e ammettendone la complessità. Ann Hirsch è una delle artiste che si fanno domande su ciò che significa essere una donna online proprio
esaminando dall’interno l’espressione della sessualità femminile in contesti mediati e in rete. Nei suoi lavori è possibile rintracciare l’evoluzione di un femminismo contemporaneo, abbastanza ironico da ferire.

Veronica Botticelli, Senza titolo, 2017, tecnica mista su tela, 190x150 cm. Courtesy: Anna Marra Contemporanea

Veronica Botticelli, Senza titolo, 2017, tecnica mista su tela, 190×150 cm. Courtesy: Anna Marra Contemporanea

A Roma, la galleria Anna Marra Contemporanea inaugura questo lunedì (18 settembre) la doppia personale curata da Giorgia Calò dal titolo La distanza delle ragioni, che affianca le ricerche di due pittrici, Khen Shish (n. 1970) e Veronica Botticelli (n. 1979). La mostra nasce dal desiderio di indagare alcuni aspetti che muovono la pittura oggi. Una pittura in cui l’incontro tra il figurativo e l’astratto sembra oltre che vitale anche naturale, raggiungendo un suo straordinario equilibrio. Entrambe le artiste lavorano su grandi formati e usano il disegno su carta a complemento delle rispettive ricerche. Shish guarda con attenzione l’espressionismo tedesco e la Transavanguardia (ha vissuto alcuni anni a Berlino e a Roma), nonché ai canoni della vecchia generazione della pittura israeliana. Botticelli si rifà invece ad una tradizione tutta italiana o per meglio dire romana, dalla Scuola di Piazza del Popolo alla Scuola di San Lorenzo. Nel loro modo di fare pittura le accomuna la gestualità, intuitiva quella di Khen, più riflessiva quella di Veronica, e la continua ridefinizione dell’immagine, come se non fossero in grado di arrestare l’esecuzione e considerare il lavoro terminato.

Marco Mendeni, SimCity blue, 2013. 145x180cm. Trasposizione digitale su cemento acrilico e cera colorata. Courtesy: Theca Gallery

Marco Mendeni, SimCity blue, 2013. 145x180cm. Trasposizione digitale su cemento acrilico e cera colorata. Courtesy: Theca Gallery

La Theca Gallery di Milano, invece, ha inaugurato giovedì scorso la nuova stagione espositiva con Aspetti Superficie, mostra che vede  tre artisti – Sonia Costantini, Marco Mendeni e Stan Van Steendam- confrontarsi sul tema della superficie. In mostra vi sono opere afferenti a diverse correnti materiche e concettuali. Sonia Costantini (n. 1953), che espone per la prima volta con la galleria Theca, propone un ciclo di lavori recenti e del passato incentrati sulla percezione e materialità dell’impasto pittorico che compone la superficie delle sue tele. Marco Mendeni (n. 1979) torna invece in galleria con alcuni importanti lavori del ciclo SimCity in cui la trasposizione digitale si fonda con la porosità del cemento, della cera e degli ossidi. Stan Van Steendam (n. 1985), infine, è l’ultimo artista entrato a far parte della scuderia degli artisti rappresentati da Theca Gallery. Di origini belghe, Van Steendam, incentra la sua ricerca sul pigmento e sulla matericità della superficie in resina epossidica trattata come un vero materiale tridimensionale. In mostra saranno presenti opere provenienti durante la residenza artistica recentemente svolta presso Cripat747 di Torino, oltre a qualche lavoro “portoghese” realizzato a Lisbona in occasione della mostra di Milano.

Elena Morandotti, Riru's song

Elena Modati, Riru’s song

Parte dal lavoro di Elena Modati (n. 1969), invece, la nuova stagione espositiva della Raffaella De Chirico Arte Contemporanea che dal 21 settembre prossimo, ospiterà nei suoi spazi la mostra Comfort Zone. L’artista milanese presenta per l’occasione una installazione che si sviluppa percorrendo una grande varietà di tecniche e media (cerca, carta, inchiostro), dove, scrive il curatore Gabriele Salvaterra,”la coerenza poetica riesce a svilupparsi all’interno di una sempre viva variabilità, quasi una voluta precarietà esistenziale”. Su tutto il lavoro domina il candore lattiginoso del bianco, colore liquido della purezza che rimanda al latte materno, quindi all’origine e alla malinconia connessa alla sua possibile perdita ma che non nasconde neppure la sua tragica inquietudine se è vero che nelle culture orientali esso è accostato al lutto e alla morte.La Comfort zone di Elena Modorati – sottolinea Salvaterra – non è quindi solo spazio accogliente e ospitale ma anche luogo di messa in questione del sé e di ricerca, come quando, persi nella nebbia, ci aggiriamo nel vuoto senza meta nella speranza e nel timore di poter, infine, urtare qualcosa.

Luca Bertolo, Red girl, 2017, oil on canvas, cm 50x40. Courtesy: SpazioA

Luca Bertolo, Red girl, 2017, oil on canvas, cm 50×40. Courtesy: SpazioA

Lo SpazioA di Pistoia affida la sua riapertura dopo la pausa estiva a Luca Bertolo, di cui ospita Le Belle Parole / The Beautiful Words, quinta mostra personale dell’artista che inaugurerà il 23 settembre prossimo. Il titolo della mostra è una possibile traduzione dell’espressione Ñe’’e Porã, che indica il tipo speciale di linguaggio utilizzato dagli sciamani Guarani per rivolgersi alle loro divinità. Queste Belle Parole o richiedono un’estrema accuratezza e comportano un’enorme responsabilità. Solo prestando la massima attenzione alla forma dell’interrogazione (le orecchie degli dei sono molto sensibili!) si potrà sperare di ottenere una risposta alla domanda cruciale che gli indios Guarani si ripetono da generazioni: perché, pur sentendosi così simili ai loro dei, vivono ancora in un mondo impuro invece che nel yvy mara ey – la terra senza male?

Baptiste Debombourg, Dark Matter, 2015. laminated black glass, wood, nails, plaster, float glass, UV glue.

Baptiste Debombourg, Dark Matter, 2015. laminated black glass, wood, nails, plaster,
float glass, UV glue.

Rimanendo in Toscana, ma spostandoci a Firenze, la Galleria Eduardo Secci inaugura,  sabato 23 settembre, la nuova stagione espositiva  nella sede espositiva di Piazza Carlo Goldoni di Firenze,  con l’ultima la mostra collettiva della trilogia Tensioni strutturali #3 a cura di Angel Moya Garcia e nella quale le installazioni site specific di Daniel Canogar, Baptiste Debombourg, Levi Van Veluw e Zimoun si interrogano sui processi entropici dell’ambiente quotidiano e dei possibili tentativi di instaurare un ordine, elaborando una tassonomia dei componenti della realtà per suggerire una possibilità di assetto stabile o, in ultima analisi, per trascurare consapevolmente questo intento. Dai fenomeni naturali e atmosferici agli stati emotivi e psicologici, dai processi storici sulla simbologia di determinate forme agli studi sui ritmi meccanici e funzionali, la mostra si articola come un momento di verifica per misurare il grado di disordine presente, le possibilità di trovare un equilibrio e l’accettazione, attraverso la constatazione empirica, del fatto che le configurazioni “disordinate” sono le più probabili. Una serie di lavori, infine, che si interrogano, in modalità nettamente contrastanti, sulle possibilità di costruire una narrazione stabile e solida, ma che allo stesso tempo ci chiedono fino a che punto dovremmo proseguire quella ricerca invece di lasciarci andare nell’inesorabile fallibilità delle nostre sicurezze.

Anna Capolupo, Interior, 2017, tecnica mista su carta, cm 23x20

Anna Capolupo, Interior, 2017, tecnica mista su carta, cm 23×20

Con l’apertura della nuova stagione espositiva, COLLA, la piattaforma progettuale che riunisce gallerie e spazi no profit torinesi e non solo (Burning Giraffe, Galleria Moitre, Fusion Art Gallery, Metroquadro e Spazio Ferramenta), ritorna con una nuova mostra, che questa volta avrà luogo a Torino da Burning Giraffe Art Gallery, a partire da giovedì 21 settembre 2017: Visioni d’interno. La nuova mostra sviluppa due sguardi paralleli sul tema espresso dal titolo: uno sguardo estroverso, fotografico o pittorico, che cattura interni letterali – luoghi fisici vivi e vissuti: stanze d’albergo, interni di fabbriche abbandonate –, si accompagna a uno introiettato, che dà vita a una serie di espressioni e moti di un di dentro figurato, manifestazioni artistiche necessarie che scaturiscono dall’animo umano prendendo quella stessa interiorità a soggetto. La somma degli sguardi dei sei artisti presenti in mostra (Anna Capolupo, Michela Depetris, Serena Gamba, Alessandra Maio, Erwin Olaf ed Ettore Pinelli) disegna un panorama dell’interiorità umana, e dei suoi luoghi, complesso e coinvolgente, attraverso un’ampia e diversificata gamma di linguaggi espressivi.

Un lavoro di Beatrice Squitti (immagine di repertorio)

Un lavoro di Beatrice Squitti (immagine di repertorio)

Anna Capolupo mette in collegamento Torino con Firenze dove il suo lavoro è ospitato dalla Galleria Cartavetra in occasione delle prima mostra di stagione che aprirà i battenti il 21 settembre prossimo: Geometrie abitate, che la vede al fianco di Beatrice Squitti. Due artiste, Capolupo e Squitti, legate alla forma geometrica, al frammento, alla narrazione-creazione di mondi ricchi, visionari, poetici. E se il lavoro di Anna Capolupo è incentrato sulla città. Una città periferica, inospitale, fatta di luoghi dove si respira il disagio, la non appartenenza. Quelle periferie in cui lo sguardo si perde nei colori, sorvola sulle linee, scruta gli spazi vuoti. Ci riconsegna dei luoghi reinventati, in costante trasformazione, che ci rimandano ad un inconscio cittadino rivelatore di umanità, di viaggio interiore.  Beatrice Squitti ci immerge in una produzione/elaborazione  artistica  febbrile, che parte dalla ricerca attenta e raffinata delle immagini, dall’indagine diligente sulla purezza delle forme. Una “catalogatrice“  di architetture, di moda, di arte, di fotografia. L’artista, attraverso i suoi collage, si apre e ci apre al mondo, un mondo il suo, dove l’attenzione al dettaglio diventa respiro vitale, ordine poetico, manifesto di intenzioni, combinazione perfetta di forme e colori, di pieni e di vuoti, di figure e geometrie.

Silvia Camporesi, Atlas Italiae, 2009. Foto di repertorio

Silvia Camporesi, Atlas Italiae, 2009. Foto di repertorio

Infine, chiudiamo la nostra selezione di mostre con Silently Close Are Some Particles, la mostra che il 20 settembre prossimo inaugura la nuova stagione espositiva della Z2O Sara Zanin Gallery di Roma. Una mostra che vede insieme Letizia Cariello, Silvia Camporesi e Jakub Woynarowski, impegnati a dare corpo e sostanza a quelle che il filosofo francese François Jullien ha chiamato le trasformazioni silenziose, sulla scia dell’antico pensiero cinese. Secondo Jullien, infatti, sotto la risonanza dei grandi eventi il mondo produce apertamente davanti a noi delle trasformazioni profonde che rendono conto del senso della vita, dei suoi misteri, delle sue magie, delle sue tenebre. L’arte, che ha da sempre il privilegio d’intercettare sotto la soglia del visibile e del percepibile le particelle silenziose di questi movimenti, torna così, con questa mostra, a guardare con grande intuizione l’esistenza di fenomeni apparentemente inspiegabili, di piccole magie a cui non si presta più attenzione, di misteri che si ripetono nel tempo mostrando quanto gli eventi individuali e collettivi siano variazioni di una stessa natura. Una capacità, quella degli artisti, sentita tanto più urgente di fronte all’ipertrofia del razionale e all’iper-presenza del mondo digitale.

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