Le gallerie d’arte nel mercato post-pandemico

Foto di Gino Crescoli da Pixabay

Vendite crollate e organici fortemente ridimensionati. Lo shock economico causato dalla Pandemia nel 2020, ha impattato su un settore, quello delle gallerie d’arte, già indebolito da una serie di fragilità strutturali che si trascinano da lunghi anni.

Basti pensare che già in “tempi di pace” il 30% delle gallerie aveva i conti in rosso e che, negli ultimi 10-15 anni, si è assistito ad un crollo verticale della nascita di nuove realtà, complici un business model ormai superato e una certa arretratezza diffusa in ambito tecnologico.

Tutto ciò ha fatto sì che la crisi economica scaturita dalla Pandemia cogliesse praticamente impreparato il settore, in larga parte arroccato sul business as usual – pensate che, ancora nel 2017, circa il 40% delle gallerie, intervistate dall’Art Market Report: Online Focus di TEFAF, dichiarava di operare esclusivamente offline –, ponendolo, una volta per tutte, davanti ad un bivio perché, come ha ben spiegato anche Marc Spiegler, direttore globale di ArtBasel, parlando con The Art Newspaper, «in una situazione come questa hai due scelte: una è chiudere completamente, l’altra è pensare a come potrebbe essere il futuro e iniziare a pianificarlo».

Questo sforzo di immaginazione, a dire il vero, le gallerie avevano già iniziato in parte a farlo. Sono anni che in forum internazionali come il Talking Galleries di Barcellona si discute di best practice, di nuovi possibili modelli di business e si ipotizzano soluzioni senza però giungere ad un momento di sintesi.

 

Se il futuro “ibrido” arriva in ritardo

 

Nell’ultima edizione di Talking Galleries, tenutasi a fine gennaio 2020, a pochi mesi quindi dall’inizio della Pandemia, al centro del dibattito della convention spagnola vi fu la necessità di creare delle esperienze interattive di nuova generazione, in grado di completare quella che era la “classica” offerta culturale della mostra, generando curiosità e riuscendo ad attrarre nuovi collezionisti all’interno dello spazio fisico della galleria. Una necessità, quest’ultima, sentita da tempo da un mondo, quello delle gallerie, che ha visto sempre meno persone frequentare i propri ambienti al di fuori del momento delle inaugurazioni.

Già nel 2019, peraltro, sempre a Talking Galleries, erano state oggetto di analisi le Online Viewing Room di Swirner e Gagosian, inaugurate in occasione delle maggiori fiere internazionali. Le stesse che, nei mesi più bui del 2020 e dell’annullamento progressivo di tutte le fiere d’arte “in presenza”, sarebbero poi diventate l’alter ego digitale di quegli eventi così importanti per il business stesso delle gallerie d’arte.

Pensate che prima dello stop imposto dal Covid-19, come emerge dal report di Art Basel & UBS, The Art Market 2020, curato da Clare McAndrew, fondatrice di Arts Economics, le fiere rappresentavano un canale di vendita sempre più importante per i galleristi. Tanto che nel 2019 il loro fatturato aveva raggiunto i 16.6 miliardi di dollari, i più alto di sempre.

Secondo il report della fiera di Basilea, infatti, è attorno all’evento fieristico che si svolge buona parte del commercio delle gallerie, con il 15% delle vendite che avviene prima della fiera (2.5 milioni di dollari); il 64% durante (10.6 milioni) e il 21% dopo (3.5%). Tanto che nel 2019 la percentuale di fatturato che i galleristi realizzano con le fiere d’arte è pari al 45%. 10 anni fa si attestava sul 30%.

Con la Pandemia, tutto ciò si è improvvisamente fermato e delle 365 fiere d’arte previste per il 2020 solo un 37% si è svolto normalmente, mentre il 2% di esse ha optato per un evento ibrido o alternativo. Per il 61%, invece, l’unica soluzione è stata la cancellazione dell’edizione 2020.

Non solo, un secondo report sempre targato Art Basel | Ubs: The Impact of COVID-19 on the Gallery Sector. A 2020 mid-year survey, ci consegna il quadro di un mercato delle gallerie d’arte in grande difficoltà. Tanto che un terzo di esse ha dovuto ridimensionare il proprio staff, licenziando molti dei propri dipendenti. In particolare, tra le realtà con un fatturato tra i 250 e i 500.000 dollari dove a perdere il lavoro è stato il 38% degli addetti.

Una misura drastica, dettata dalla necessità di contrastare la crisi generata dal Covid-19 che, rispetto allo stesso periodo del 2019, ha portato ad un calo nelle vendite mediamente del -36% (con picchi del -43%). Un calo in parte contenuto dalla crescita del commercio online, passato dal rappresentare il 10% delle vendite nel 2019 al 37% della prima metà del 2020. Incremento trainato principalmente dai grossi player (con un fatturato maggiore di 10 mln $), abitualmente meno dediti alle vendite online ma che in questi mesi hanno quintuplicato i loro affari in rete.

Tra le soluzioni preferite come alternative alle fiere “in presenza”: le già citate Online Viewing Room (OVR) o l’edizione digitale (62%). Soluzioni che certamente hanno sostenuto i brand fieristici, un po’ meno i fatturati delle gallerie.

Tanto che lo scorso anno le vendite totale delle gallerie attraverso il canale fieristico hanno rappresentato appena il 13% contro il 45% del 2019.

Una percentuale minima, a cui va però aggiunto un ulteriore 9% realizzato tramite OVR. Protagonisti di queste transizioni: i collezionisti più ricchi (HNW) che hanno acquistato o direttamente in fiera (41%) o tramite le Online Viewing Room (45%). Detto questo, a livello generale, le OVR sarebbero state utilizzate da poco più di uno terzo dei collezionisti per acquistare opere d’arte, mentre il 32% ha preferito acquistare direttamente tramite Instagram.

Una perdita, quella dovuta alla mancata di eventi fieristici, parzialmente bilanciata dal risparmio derivato dalla loro cancellazione.  Le spese per le fiere d’arte sono, infatti, una delle voci di spesa più importanti nei bilanci delle gallerie, pari in media al 29%. Nel 2020 invece, si legge nel Rapporto, le spese si sono dimezzate, come si sono ridotte di oltre un terzo quelle per i viaggi.

 

Tra vecchie fragilità e corsa al cambiamento

 

Come per altri settori, la Pandemia ha fatto così riemergere vecchie fragilità e vulnerabilità da troppo tempo trascurate. Non è un caso, d’altronde, se la crisi in atto, generata da uno stesso fattore – l’epidemia da Covid-19 –, stia avendo ripercussioni diverse in tutto il globo con tempi di ripresa che saranno, a seconda delle politiche di gestione dell’emergenza adottate dai singoli governi, molto variabili.

A livello generale si può dire che, dopo una prima fase di soluzioni un po’ improvvisate, il settore delle gallerie sembra adesso puntare in modo deciso verso un modello sempre più, come si dice in gergo, click and brick che, se sapientemente strutturato, potrebbe permettere di colmare il ritardo accumulato in questi anni e di sfruttare al massimo le opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Questo sia in termini di nuove modalità di fruizione dell’arte che di acquisto, così da aiutare le gallerie ad intercettare le nuove generazioni di collezionisti – molto più connesse rispetto ai baby boomers e alla generazione X – e, allo stesso tempo, metterle in grado di rispondere alle esigenze peculiari di questo settore dove il rapporto diretto col collezionista e il contatto “fisico” con l’opera giocano ancora (e si spera continuino a farlo per lungo tempo) un ruolo di primo piano.

 

La sola “ibridazione” non può bastare

 

Come detto, non si tratta di una vera e propria rivoluzione, in quanto quello che viene introdotto, infatti, esiste ed è utilizzato già da tempo e nasce, spesso, dalle sperimentazioni e dagli investimenti dei player più grandi. Si tratta più che altro di una accelerazione di quel cambiamento di postura mentale a cui le gallerie sarebbero dovute arrivare già da tempo e che, invece, il settore delle aste ha compiuto con largo anticipo. Tanto che oggi, a livello di engagement online e di e-commerce, ha una leadership incontrastata.

Occorre dunque ridurre questo ritardo, ma la sola ibridazione dei sistemi non è assolutamente sufficiente. È fondamentale, infatti, che nei vari Paesi si lavori per sanare le fragilità di un sistema dell’arte che, come detto, arrivano da molto lontano.

La posta in gioco, in questo caso, è particolarmente alta. Una galleria d’arte, infatti, è qualcosa di più di un semplice negozio. E questo non tanto per il particolare oggetto che vi si vende, l’arte, ma per l’attività culturale che essa svolge; attività di riordino degli archivi d’artista, di riscoperta e rilancio di capitoli della storia dell’arte, spesso ignorati dalle istituzioni museali, e di collaborazione con i musei per le realizzazioni di importanti mostre.

Basti pensare che, come sottolineava il gallerista Massimo Minini in una bella intervista rilasciata a New Deal Sirmione, nel mondo ci sono circa 20.000 gallerie che organizzano complessivamente, ogni anno, 200.000 mostre.

Non è un caso, d’altronde, se il governo tedesco è intervenuto in modo deciso per sostenere il proprio sistema dell’arte di cui viene riconosciuta un’importanza assoluta a livello nazionale. Già il 17 giugno 2019 il Governo Federale ha lanciato il programma Neustart Kultur: 1 miliardo a sostegno del sistema culturale gravemente colpito dalla Pandemia.

All’interno di questa misura, importanti risorse proprio per le gallerie d’arte: 16 milioni di euro con l’obiettivo di rafforzare il loro lavoro culturale e di mediazione come partner essenziali degli artisti. Vengono così finanziate mostre di opere di artisti contemporanei e processi di digitalizzazione innovativi.

Sempre la Germania, il 18 maggio scorso, attraverso il proprio Ministro della Cultura, ha messo all’ordine del giorno del Consiglio d’Europa la proposta di rivedere la Direttiva Iva (2006/112/CE), finalizzata all’applicazione di aliquote Iva ridotte anche al commercio di opere d’arte, per dare ossigeno alla ripresa economica di un settore gravemente colpito dalla pandemia.

 

La ripartenza del mercato e il ruolo dei governi: il caso italiano

 

Tutto questo ci fa capire come il sistema dell’arte e, nel nostro caso specifico, il segmento delle gallerie d’arte, siano ineluttabilmente legato al sistema paese di cui fa parte e quindi alle politiche culturali ed economiche che questo mette in atto.

Esemplare, in questo senso, il caso italiano. Nel nostro paese, ogni anno, sono 5000 le mostre allestite negli spazi delle 500 gallerie d’arte moderna e contemporanea oggi attive in Italia. Uno sforzo che, complessivamente, dà lavoro a 10.000 addetti, tra galleristi, artisti, curatori, restauratori e trasportatori specializzati.

Il tutto per un giro d’affari di diverse centinaia di milioni a cui andrebbe sommato quello derivante dal turismo che, ad esempio, ruota attorno agli eventi fieristici, creando effetti positivi anche nel tessuto economico delle città.

Oggi, dati alla mano, l’Italia si trova in una situazione tragica in cui, a seguito della Pandemia, il 45% delle nostre migliori gallerie rischia di chiudere o di dover espatriare per sopravvivere, andando alla ricerca di un clima più favorevole al proprio business.

Da quanto emerso da un’indagine condotto dall’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea (ANGAMC), infatti, il 40% delle gallerie italiane ha registrato una contrazione dei fatturati di oltre il 70%. Mentre per un altro 25% la riduzione oscilla tra il 50 e il 70%. A questi si aggiunge un ulteriore 17% che ha dichiarato una diminuzione del fatturato tra il 30 e il 50%.

A poco è servita la “dematerializzazione” delle fiere che ha inciso, in negativo, dal 30 a oltre il 70% sui fatturati delle gallerie (60% dei casi) e scarso è stato anche il contributo dell’online a cui tutti gli operatori sono ricorsi in questi mesi, frenato da una legislazione italiana storicamente sfavorevole al mercato dell’arte, in particolare sul fronte della circolazione internazionale dei beni culturali. Tema questo che è stato oggetto di una recente riforma, ma decisamente troppo timida da parte del governo italiano.

Per capirsi, in Italia per spedire all’estero un’opera che ha più di 70 anni occorre un’autorizzazione di libera circolazione per ottenere la quale oggi servono 60 giorni: un tempo lunghissimo che può arrivare a mettere a rischio la vendita effettuata online. Per non parlare di quando, ovviamente, l’autorizzazione viene negata.

Anche in questo caso si tratta di problemi che arrivano da lontano e che la Pandemia ha contribuito a rendere ancor più evidenti.

Rendere semplicemente più “moderne” le strategie delle gallerie non è quindi assolutamente sufficiente.

 

Nuove politiche per un nuovo mercato

 

Per cambiare rotta è necessario lavorare affinché in Italia vi sia un business climate più favorevole alle gallerie, partendo da quelle richieste che l’ANGAMC avanza da tempo.

In primo luogo, sarebbe necessario un allineamento delle aliquote IVA italiane con quelle degli altri Paesi dell’Unione Europea, così da essere più competitivi sulle piazze internazionali. Ma anche una equiparazione, sempre ai fini IVA, delle cessioni da parte degli artisti e degli operatori del primo mercato; un differimento della tassazione per i ricavi investiti in opere d’arte come esiste negli Stati Uniti.

Oltre ad agevolazioni a vantaggio di chi presta le proprie opere per una mostra e un “risarcimento” per coloro che, invece, hanno una o più opere soggette a notifica. Fino ad arrivare all’estensione dell’Art Bonus con la possibilità di portare in ammortamento le opere acquistate da soggetti passivi d’IVA, ammortizzando il 65% della cifra investita. Si auspicano, inoltre, vantaggi fiscali per chi sostiene la cultura e il sistema italiano dell’arte; una revisione dell’applicazione del diritto di seguito.

C’è poi il capitolo fiere che come, abbiamo visto, rappresentano un canale di vendita strategico, ma anche un costo ingente per le gallerie. Anche su questo fronte, dopo aver assistito ad una continua proliferazione degli eventi fieristici e ad un incremento dei costi di partecipazione, sarebbe forse necessario una revisione.

Insomma, se la Pandemia ha accelerato un processo di rimodellamento del sistema delle gallerie, perché questo possa giungere a compimento è necessario che tutto il sistema dell’arte cambi e così anche le politiche di quei Paesi che vogliono contare su un mercato che, economicamente, partecipa forse per una percentuale minima all’economia globale, ma il cui peso culturale è sempre più forte. 

Una cosa è certa, il mercato che troveremo alla fine del tunnel sarà certamente un po’ diverso da quello che conoscevamo. Diverso nell’uso della tecnologia, anche se molte delle sue ritualità rimarranno invariate, ma anche diverso nei numeri e nella geografia, perlomeno in parte e per un periodo di tempo che oggi è difficile prevedere.

La costruzione del suo futuro, però dovrà essere necessariamente interdisciplinare e interessare tanto il settore pubblico quanto quello privato.

Perché se un certo tasso di autoregolamentazione è certamente richiesto, questo dovrà anche avvenire in un sistema di regole più ampio che doni al mercato dell’arte quel livello di trasparenza e di certezza da più parti invocato e che l’intreccio con la finanza come quello con le nuove tecnologie richiedono necessariamente.

 

NOTA PER IL LETTORE -> Il presente contributo è la traduzione in italiano di un testo pubblicato sul 2021 Global Legal Briefing: Art & Law Insights del network internazionale “I, Lawyer – Innovation Lawyer