Anche le Gallerie d’Arte necessitano di un ripensamento

Foto di Bernd Hildebrandt da Pixabay

Da un lato la pandemia, che ha colpito soprattutto i mercati fisici, e vale a dire la maggior parte dei collezionisti “di vecchia generazione”. Dall’altro un sistema di regole molto intricato per il nostro Paese.

Da un lato una politica fiscale forse imprecisa, sicuramente poco favorevole allo sviluppo di un mercato dell’arte, dall’altro una mancanza di visione strategica da parte del Ministero. Da un lato un processo di digitalizzazione dell’arte, dall’altro, un processo di disintermediazione. 

Sono molti i cambiamenti che minacciano un settore che, per propria struttura, e per contenuto, ha da sempre giocato un ruolo chiave nello sviluppo dell’arte.

Per superarlo, però, non basta lavorare su vecchi schemi, né tantomeno “adeguarsi” agli sviluppi tecnologici. È necessario che anche le Gallerie inizino a ragionare sulla propria “clientela”, e soprattutto sulla propria clientela potenziale.

Il motivo è piuttosto intuibile: i grandi cambiamenti che hanno investito e che tuttora interessano il nostro sistema economico e sociale hanno radicalmente modificato praticamente tutti i mercati, non solo dal punto di vista logistico, ma anche negli aspetti più fondanti, producendo effetti trasformativi anche nei processi decisionali da parte di consumatori o investitori.

Essendo l’arte una categoria di prodotti e servizi molto particolare, sinora le trasformazioni sono state meno influenti rispetto a quanto osservabile in altri settori, ma sarebbe un errore interpretare tale circostanza come una condizione permanente.

Prendiamo ad esempio il ruolo degli intermediari: critici e gallerie rivestono ancora una rilevanza nella scelta dei collezionisti, semplicemente perché la maggior parte delle opere d’arte sono state costruite secondo linguaggi che appartengono, sebbene aggiornarti, ad un modello di produzione pre 2.0

Detto in altri termini, siamo sicuri che sia necessaria l’intermediazione di un critico per l’acquisto di un NFT?

Certo, quella degli NFT è una nicchia che ha riguardato soltanto lateralmente il mondo dell’arte. Ma al contempo è anche una “forma mentis”: le quotazioni sugli NFT (con tutti gli asterischi necessari) non dipendono dall’attribuzione di valore proveniente da esperti, scardinando un punto di resistenza importantissimo dal punto di vista psicologico e in termini di processo di scelta.

Qualcuno potrà obiettare che ci sono anche altre dimensioni da valutare, come ad esempio la necessità di un rapporto di fiducia tra collezionisti e gallerie: considerazione sicuramente pertinente, che ricorda le riflessioni sull’home banking di qualche anno fa. Oggi sappiamo come è andata a finire.

Si pensi, poi, agli effetti congiunti di tali tensioni culturali, soprattutto tenendo conto del passaggio generazionale in corso.

In un Paese come l’Italia, in cui l’età media dei collezionisti continua a crescere, in coerenza con l’età media della popolazione e il livello di risparmio accumulato diviso per fasce d’età, il rischio che si crei una frattura con la condizione attuale è tangibile: fatta eccezione per i collezionisti di seconda o terza generazione, che “ereditano” un rapporto con l’acquisto dell’opera d’arte, il mondo cui le gallerie principalmente di rivolgono è un mondo destinato a terminare.

Nel frattempo, pochi sono gli sforzi di creare una nuova classe di collezionisti da parte delle gallerie. Il risultato prevedibile è che tra qualche anno, vale a dire quando le tendenze che hanno modificato tutti gli altri settori riguarderanno sempre più da vicino anche il mondo dell’arte, soltanto una minoranza dei potenziali clienti delle gallerie deciderà di rivolgersi ad un intermediario tradizionale, potendo affidarsi a player enormi, in grado di fornire condizioni di acquisto e di sicurezza impareggiabili rispetto agli operatori più piccoli.

Ciò non significa di certo che le gallerie siano destinate a soccombere: non sempre, almeno.

Ci sono contesti in cui, culturalmente, la Galleria rivestirà sempre un ruolo, così come ci sono gallerie, e si pensi ad esempio alle gallerie londinesi, che già hanno avviato percorsi di connessione e di sviluppo di nuovi collezionisti.

In contesti meno floridi, tuttavia, la possibilità che ci siano delle difficoltà strutturali non è di certo trascurabile.

E mentre tutto questo accade, l’impressione è che molte gallerie non riescano ad interpretare il nostro tempo, o che abbiano semplicemente scelto di starsene a guardare.