Gallerie italiane in affanno: le richieste dell’ANGAMC per un rilancio del mercato

Mauro Stefanini, presidente dell’ANGAMC, l’Associazione Nazionale delle Gallerie di Arte Moderna e Contemporanea
Mauro Stefanini, presidente dell’ANGAMC, l’Associazione Nazionale delle Gallerie di Arte Moderna e Contemporanea

Dal Diritto di Seguito alla fatturazione elettronica, passando per i troppi paletti che oggi i curatori mettono alle fiere. Il sistema italiano delle gallerie è sempre più affaticato, tanto che, come emerge dal rapporto  The Art Market 2019 curato da Clare McAndrew per Art Basel & UBS -,  il 58% dei nostri galleristi guarda al 2019 con un certo pessimismo. E anche in una prospettiva a 5 anni, lo scenario cambia poco, con il 57% degli operatori italiani che si suddivide equamente tra chi spera in un mantenimento dello status quo e chi, invece, pensa ad una contrazione dei propri affari.

Una sensazione di crisi strisciante, confermata anche da Mauro Stefanini, al suo secondo mandato come presidente dell’ANGAMC, l’Associazione Nazionale delle Gallerie di Arte Moderna e Contemporanea, e da tempo impegnato in una serie di battaglie per il rilancio del mercato nostrano. «Quella che poteva essere una sensazione di “crisi” – spiega Stefanini – è praticamente una certezza dopo le prime fiere dell’anno».

«Ancora una volta – ha aggiunto il presidente di ANGAMC il settore italiano delle gallerie si trova in una situazione di difficoltà dettata, in primo luogo, da una burocrazia asfissiante a cui di recente si è aggiunta anche la fattura elettronica; oltre che da una tassazione più alta che in altri paesi che ci penalizza da un punto di vista competitivo». «Sono troppe – prosegue – le anomalie che dobbiamo affrontare ogni giorno ed è fondamentale riprendere il lavoro iniziato col precedente Governo».

Nicola Maggi: Ci può spiegare meglio quali sono queste anomalie?

Mauro Stefanini: «L’esempio più eclatante è quello del diritto di seguito che, in Italia, viene applicato come una vera e propria “gabella” che incide pesantemente soprattutto sulle gallerie che operano nel secondo mercato. Se per gli operatori del mercato primario siamo riusciti, infatti, ad ottenere un’esenzione sulla prima vendita, per quelli del mercato secondario si tratta di un versamento del 4% a carico del gallerista sia in fase di acquisto che di rivendita. Un ricarico costante e che, in termini di valore, cresce sempre, poiché applicato ad ogni passaggio sul totale della compravendita e non sul margine».

N.M.: Una situazione che, immagino, sia pesante in primo luogo per le piccole realtà?

M.S.: «Esattamente, anche perché le piccole gallerie non hanno mai fidi o credito da parte delle banche. E tutto ciò si aggiunge alle spese costanti, come quelle per le fiere, fondamentali ma sempre più costose. E sulle quali ultimamente inizia a pesare un po’ troppo un certo protagonismo dei curatori».

N.M.: In che senso…

M.S.: «Nel senso che stiamo assistendo ad un eccesso di taglio curatoriale che porta, spesso, a voler fare di questi eventi commerciali delle mostre, sostenendo una proposta artistica che non è detto incontri il gusto del nostro collezionista, che frequenta certi eventi per trovare nomi storicizzati, talvolta minori o di nicchia, ma centrali per il nostro mercato. Facendo così, si uccide il mercato di questi artisti e soprattutto si impedisce a certi operatori di accedere agli eventi fieristici più importanti. Va bene mettere delle regole per gli espositori, ma se i troppi paletti iniziano a limitare la nostra attività di galleristi, la cosa diventa dannosa per il mercato. Quando, invece, la fiera è un momento importante di vendita e creazione di nuovi clienti».

N.M.: C’è poi la questione della notifica…

M.S.: «Un dramma, che spesso mette a rischio le vendite all’estero e ci impedisce di sfruttare al meglio le opportunità di un canale come l’online che, invece, è attuale ovunque. Noi oggi lavoriamo tanto online e se un collezionista straniero è interessato le cose potrebbero essere semplicissime: gli mandi la fattura e lui ti fa subito il bonifico. Invece è proprio qui che iniziano i problemi e devi iniziare a spiegargli che siamo in Italia, che quell’opera ha più di 70 anni e che serve un’autorizzazione di libera circolazione per potergliela inviare. Ora, se una volta per ottenere questa autorizzazione dalla Soprintendenza dovevano passare tra i 30 e i 40 giorni, e la cosa poteva essere in qualche modo gestita, oggi ce ne vogliono 60 di giorni. E questo può arrivare a mettere a rischio la vendita. Senza parlare di quando poi un’opera viene colpita effettivamente da notifica e quindi privata del “diritto di libera circolazione”. Se lo stato notificasse per poi acquistare, come avviene, ad esempio, in Francia, non sarebbe un problema, ma in Italia questo non succede. E un’opera notificata può arrivare a perdere buona parte del suo valore e non potendo uscire dai confini nazionali, di fatto, non è più vendibile all’estero».

N.M.: Una situazione “faticosa” su cui adesso si è innestata anche la Fattura Elettronica…

M.S.: «Vedi, il problema della fatturazione elettronica non è tanto un problema “fiscale”, ma pratico. La fattura elettronica, infatti, prevede che venga indicata anche la modalità di pagamento utilizzata dal cliente. Ma chi fa acquisti in una galleria non è così facilmente inquadrabile. Ci possono essere più bonifici o una parte del pagamento che viene saldata con un assegno. Insomma un’ulteriore complicazione di cui potevamo fare a meno».

N.M.: Esiste un dialogo con l’attuale governo per cercare di risolvere questa situazione?

M.S.: «Quello che chiediamo come Associazione è piuttosto semplice, il problema è che oggi è difficile riprendere quel dialogo iniziato con il Ministro Dario Franceschini e l’allora direttore dell’Agenzia delle Entrate Annibale Dodero. Il tavolo di lavoro con cui avevamo aperto un confronto è di fatto sospeso in mancanza di un direttore dell’Agenzia. Non sappiamo con chi dialogare».

N.M.: In cosa consistono le vostre richieste?

M.S.: «Con i nostri consulenti abbiamo stilato una decina di punti su cui intervenire, a partire dal discorso della tassazione delle plusvalenze per le vendite effettuate tra privati che, a suo tempo, siamo riusciti a far eliminare dalla legge di bilancio, ma che rimane comunque una “spada di Damocle” che dobbiamo gestire perché non passino proposte dannose e prevalga il buon senso.  Su questo fronte, ad esempio, siamo assolutamente a favore di una regolarizzazione che porti all’emersione delle attività di courtier e mediatori, che lavorano spesso in nero e che fanno una concorrenza sleale a noi galleristi.

È una situazione che va regolamentata, ma non in maniera retroattiva come era stato paventato in passato. Piuttosto con un sistema di ammortamento che tenga conto del periodo che intercorre tra l’acquisto e la rivendita: più questo è ampio più l’aliquota si abbassa, fino ad azzerarsi per chi rimette sul mercato un’opera dopo 10 anni. In questo modo si raggiungerebbe lo stesso obiettivo, ossia la regolamentazione di un fenomeno esistente, differenziando però chi compra per collezionare e chi lo fa per mera speculazione.

Ma chiediamo anche una modifica dell’aliquota IVA sulle importazioni e una equiparazione, sempre ai fini IVA, delle cessioni da parte degli artisti e degli operatori del primo mercato; un differimento della tassazione per i ricavi investiti in opere d’arte come esiste negli Stati Uniti. Oltre ad agevolazioni a vantaggio di chi presta le proprie opere per una mostra e un “risarcimento” per coloro che, invece, hanno una o più opere soggette a notifica. Stiamo lavorando anche per un’estensione dell’Art Bonus e delle possibilità di portare in ammortamento le opere acquistate da soggetti passivi d’IVA».

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