Le geometrie urbane di Andrea Tonellotto

Andrea Tonellotto, nobody. (polaroid) #11. Particolare.
Andrea Tonellotto, nobody. (polaroid) #11. Particolare.

Una stratificazione di rimandi culturali alla storia dell’arte e della pittura metabolizzati e maneggiati con grande maestria che danno vita ad uno stile (e ad una visione) molto personale, caratterizzato dai colori saturi e dal forte rigore geometrico. Sono questi gli elementi che saltano subito all’occhio guardando il lavoro di Andrea Tonellotto (n. 1974), fotografo autodidatta di indiscutibile talento che dal 2010 ad oggi ha esposto in varie sedi, sia in Italia che all’estero, arrivando ad essere musa di Giulia Marani, giovane stilista italiana che ha presentato le sue creazioni ispirate ai suoi paesaggi urbani nientemeno che alla Milano Fashion Week dello scorso anno.  Come spesso accade nel mondo dell’arte, anche la vita artistica di Tonellotto ha un inizio che potremmo definire “aneddotico”: «Vivevo la mia vita tranquilla, divisa tra rugby e famiglia – mi racconta durante una nostra chiacchierata – quando ho fatto un incidente dal quale  la mia auto (una gloriosa Fiat Uno) uscì parecchio malconcia. Appena ricevuto l’assegno per i danni, andai subito ad acquistare la nuova macchina… fotografica!». «All’epoca –  prosegue Andrea – mi piaceva scattare foto, ed utilizzavo una Canon 5000 (a pellicola), che però iniziava a starmi “stretta”. Col mio bell’assegno di rimborso danni, senza il quale non avrei nemmeno potuto guardare le vetrine, entrai in un negozio, con l’intenzione di portare a casa una fiammante Nikon F5, ma il destino volle che quel negozio, oltre ad essere un rivenditore Nikon, fosse pure uno store ufficiale della Leica. Notai una M6 in vetrina: “e quella? cos’è?” chiesi. Poi misi l’occhio sul mirino e il danno era fatto… chi ha guardato nel mirino di una M, sa di cosa parlo. Immaginate la felicità di mia moglie quando le dissi dell’affare, e ha pure provato a guardare nel mirino, ma non deve averle dato le stesse emozioni che provai io… o almeno non lo diede a vedere…».

Nicola Maggi: Dopo la Leica sono arrivate Hasselblad, Rolleiflex e, soprattutto, la Polaroid che ha segnato in modo fondamentale il tuo stile…

Andrea Tonellotto: «Mi è sempre piaciuto fotografare paesaggi urbani e dopo un po’, riguardando le mie foto, il formato rettangolare ha iniziato a non essere più quello adatto all’atmosfera che volevo proporre. Il formato quadrato, a mio modo di vedere, è molto più statico e tranquillo del cosiddetto formato Leica, e proprio la staticità volevo che fosse la prima impressione che uno aveva guardando le mie foto. La staticità che precede un avvenimento; una sospensione momentanea, diciamo, ed ecco che sono entrate in scena Hasselblad e Rolleiflex. Una volta digerito il formato quadrato, cercai di dare un’atmosfera particolare alle mie foto e, dopo varie prove con pellicole scadute, ho trovato la soluzione ai miei tormenti: Polaroid con pellicole ATZ… una follia e me ne innamorai subito. Ma fu una soluzione che durò poco visto che la ATZ era assurda (per stabilità e integrità della pellicola) e la Polaroid aveva chiuso. Per fortuna i “visionari” dell’Impossible, hanno tenuto in vita il sogno delle pellicole istantanee, e dopo i primi tentativi dai risultati creativi, diciamo, finalmente le macchine Polaroid sono tornate a lavorare alla grande. Oltre alla resa dei colori, della pellicola istantanea, mi ha sempre catturato il fascino perverso dell’esemplare unico e inalterabile (ho sempre detestato la post produzione)…la magia dell’unico colpo in canna, una sorta di roulette russa fotografica: una Impossible, ci mette 40 minuti per svilupparsi del tutto, quindi quando vedo i risultato sono già a casa…».

Andrea Tonellotto, piscina comunale #4

Andrea Tonellotto, piscina comunale #4 (dal progetto: nobody. is there anybody out there?). Original shot and lambda prints 50×50 (whitout white frame), limited edition.

N.M.: Qual è il primo lavoro che hai realizzato e come è cambiato nel tempo il tuo approccio alla fotografia?

A.T.: «Il primo lavoro che ho realizzato è stato nobody: paesaggi urbani scattati  in medio formato e realizzati con stampe lambda su pannelli da 100×100 cm, un lavoro che per dimensioni e colori, non passava inosservato. Poi, il secondo lavoro, nobody. (polaroid), è stato realizzato rivisitando gli stessi soggetti con Polaroid e pellicole ATZ. Successivamente, è iniziata la terza vita del lavoro nobody, quella intitolata nobody. is there anybody out there? (mai avuta gran fantasia per i titoli…), nella quale ho utilizzato le pellicole dell’Impossible, grazie alle quali ho portato a termine i vari stadi di un lavoro che, comunque, è un work  in progress, visto che è la visione di una città ideale e, come tale, sempre in espansione, con nuovi quartieri e nuove zone. Ogni volta che riguardo le mie foto mi rendo conto che, col passare del tempo, tendo sempre più a scarnificare le mie scene, a togliere sempre più particolari e a dare più importanza ai pochi presenti».

N.M.: Da De Chirico a Edward Hopper, passando per Franco Fontana e Galimberti . Nel tuo lavoro si fondono molteplici suggestioni. Ma qual è l’artista che più di ogni altro ti ha influenzato nel tuo percorso artistico?

A.T.: «Essendo autodidatta, non ho studiato una corrente o un pittore precisi, men che meno un fotografo, ma sicuramente hanno influito i colori e i quadri che sono sempre stato abituato a vedere, fin da bambino, in casa e nei libri che mio papà e mia mamma (decoratori e pittori) acquistavano. Se devo dire qualcosa che fin da ragazzo ha sempre colpito la mia immaginazione e il miei occhi, non posso non citare  i quadri di De Chirico, i manifesti futuristi del fascismo, i manifesti russi di regime e l’architettura razionalista. Poi, appena iniziato il mio percorso fotografico, importantissimi sono stati Ghirri , Basilico e i quadri di Hopper. Successivamente ho “scoperto” i quadri di Felice Casorati e, in questo momento, sto amando in modo particolare Morandi. Restando in ambito fotografico, invece, oltre ai già citati Ghirri e Basilico, devo citare Giovanni Chiaramonte e Marco Barbon (ho avuto la fortuna di conoscere entrambi) e il grande List».

Andrea Tonellotto, piscina comunale #7

Andrea Tonellotto, piscina comunale #7 (dal progetto: nobody. is there anybody out there?). Original shot and lambda prints 50×50 (whitout white frame), limited edition.

N.M.: I tuoi scatti sono essenziali, caratterizzati da una composizione rigorosa e da una attrazione fatale per le geometrie. Ci racconti come nascono?

A.T.: «Quando c’è il sole, prendo la mia Polaroid, esco, passeggio e vedo linee, ombre e colori in tutto quello che osservo, alzo la macchina e scatto. Pensa che l’80% delle foto di nobody. is there anybody out there? è scattato nel raggio di 5 km da casa mia, nella campagna padovana. L’unico lavoro che ho affrontato in maniera diversa è l’ultimo: silent movie. In questo caso, ho riprodotto io il set che ho fotografato, a seconda di quello che volevo far vedere. Mi sono costruito abbinamenti, oggetti, luci e ombre…».

N.M.: Scorrendo il tuo portfolio una cosa che mi è saltata all’occhio è quell’ombra che hai ritratto in uno dei lavoro che compone il progetto Marseille. Forse l’unico “essere umano” presente nei tuoi scatti… ma dove sono tutti? 

A.T.: «Nelle mie foto, non ci sono persone, auto e piante. Le auto perché le odio e non ho mai avuto un bel rapporto con loro, mi danno fastidio, creano inquinamento acustico, inquinamento atmosferico, e inquinamento visivo, ormai sono ovunque e almeno nelle mie foto, non le voglio vedere. L’unica che c’è è quella ferma in un autodemolizione e, quindi, passata a miglior vita. Le piante non sono presenti perché le amo, vedere la natura ferma in un fotogramma mi intristisce, mi sembra di metterla sotto vetro, un po’ come gli acquari per i pesci e le gabbiette per gli uccelli. L’unica è presente sempre in quella foto di Marsiglia. Le persone, infine,  non sono presenti perché… ma si, alla resa dei conti sono sempre presenti, tutto quello che fotografo è opera dell’uomo e una volta fotografato, è davanti alla foto che guarda… guarda, cosa è capace di fare e, solitamente, rovinare nell’arco di pochi anni. Pessimista? Al contrario, la speranza c’è, basta saper capire quando è il momento di farsi da parte e lasciar parlare quello che si è fatto. L’unica persona presente  è quella che citi tu, ma non é un’ombra, bensì una sagoma di carta attaccata al muro… sono giustificato?»

Andrea Tonellotto, silent movie #77. original shot and lambda prints 50x50 (whitout white frame), limited edition

Andrea Tonellotto, silent movie #77. original shot and lambda prints 50×50 (whitout white frame), limited edition

N.M.: A cosa stai lavorando in questo momento?

A.T.: In questo momento, mi sono preso una pausa da case, fabbriche, muri e pali. Avevo bisogno di fare qualcosa di diverso. Andare in giro e vedere geometrie, linee, colori, luci e ombre ovunque stava diventando un’ossessione, quindi dovevo staccare. Allora ho deciso di provare a realizzare un’idea che mi girava per la testa da un po’. Ovvero creare un set con colori, luci e ombre e, come protagonisti, alcuni oggetti. Da qui, il titolo silent movie, in quanto l’ho visto come un set cinematografico con i protagonisti che non parlano e recitano la loro parte in un film muto. Io ero convinto fosse una svolta epocale rispetto ai miei lavori passati, ma più di qualcuno mi ha fatto notare che è un lavoro perfettamente coerente col mio stile, sono solo passato da colori, linee, muri, luci e ombre  a colori, linee, oggetti , luci e ombre… capisci perché non voglio gente attorno?».

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