Ghirri e Pistoletto a New York

Michelangelo Pistoletto: "Porte Uffizi", 1994-2020, con altre opere dell'artista

In tempi di nuove restrizioni e possibili lockdown al di qua e al di là dell’Oceano, fa piacere trovare terreno comune tra Italia e Stati Uniti anche riguardo a qualcosa di bello. E in queste settimane due celebri artisti del Belpaese sono protagonisti di importanti esposizioni nelle gallerie di Manhattan.

Il 22 ottobre nella sede della Matthew Marks Gallery al 526 della West 22d Street, a Chelsea, si è inaugurata The Idea of Building, una bellissima mostra dedicata a Luigi Ghirri, il fotografo reggiano scomparso prematuramente nel 1992.

Ventinove fotografie, per la maggior parte di piccolo formato e tutte rigorosamente vintage, tracciano una panoramica particolare sulla produzione di Ghirri.

Particolare perché, pur non mancando scatti di serie più conosciute, come Paesaggio Italiano, vengono privilegiati progetti meno noti, spesso legati all’inesauribile desiderio di sperimentare nuove tecniche o temi della visione che caratterizzò la ricerca di Ghirri durante tutta la sua carriera.

Luigi Ghirri: “Still Life: Modena, 1979”

Una particolare interpretazione della natura morta in Still Life, ovvero la possibilità di recupero nostalgico/memoriale di ciò che oggi classificheremmo come modernariato (splendida la foto Modena, 1979); oppure le opere concettuali di Atlante: fotografie di dettagli di un vero atlante geografico — esempio estremo del  tema ricorrente in Ghirri dell’ambiguità tra paesaggio e sua rappresentazione —, qui rappresentate da due scatti radicalmente astratti (uno sembra una Superficie lunare di Turcato); o ancora Il Paese dei Balocchi, dove l’apparente iconografia pop è invece risultato di un intervento umano d’antan… le maggiori tematiche della poetica di Ghirri vengono ben illustrate dalle scelte operate dal curatore della mostra, Matt Connors, a sua volta pittore.

Luigi Ghirri: “Atlante: Modena, 1973”

Arricchiscono poi l’esposizione alcuni oggetti appartenuti a Ghirri e strettamente legati alle sue ricerche, come un vecchio album di fotografie della fine dell’Ottocento o un disegno fatto dalla moglie Paola come possibile copertina della raccolta Kodachrome.

La mostra resterà aperta (speriamo) fino al 19 dicembre. Stessa scadenza, nell’altra sede di Matthew Marks al 523 della West 24th Street, per un’altra interessante esposizione, dedicata ad Anne Truitt: Sound.

Sono esposte 14 opere su carta a mano (tutte della stessa dimensione: 50 x 50 cm) più due sculture dell’artista del Maryland, nota per la sua ricerca sul monocromo che la accomuna — con le debite differenze — al nostro Ettore Spalletti.

Vista della mostra di Anne Truitt “Sound” da Matthew Marks

In questa mostra le differenze sono — è il caso di dire — palpabili: mentre gli impasti di colore spallettiani riverberano radiazioni luminose che invadono l’ambiente, nel caso delle opere su carta di Anne Truitt le mescole di colore acquistano tonalità cangianti a seconda della distanza da cui le si osserva, attivando i sensi lì dove spesso il risultato delle opere dell’artista abruzzese è invece rilassante, quasi favorendo uno stato di trance.

La serie Sound è del 2003 — l’anno precedente la scomparsa dell’artista — e viene esposta in pubblico per la prima volta, mentre le due sculture risalgono al 1999.

Teresita Fernández: “Caribbean Cosmos”, 2020

Per rimanere a Chelsea, va segnalata anche la personale di Teresita Fernández, Maelstrom, da Lehmann Maupin (501 West 24th Street, fino al 9 gennaio 2021).

Artista nata a Miami nel 1968 da genitori cubani, residente a New York, la Fernández è nota per le sue installazioni ispirate ai fenomeni naturali e alla loro interazione col paesaggio, sovente con riferimenti storico-sociologici.

Opera centrale di questa mostra è il grande mosaico Caribbean Cosmos, rappresentazione di un uragano che è anche metafora dei danni arrecati dal colonialismo agli Stati caraibici, come sottolineato dalle cinque bellissime opere su carta della serie Puerto Rico (Burned) presenti nella stessa sala: fogli ritagliati e in parte bruciati che rappresentano in maniera semiastratta vegetazione tropicale devastata.

L’artista collega immagini di catastrofi meteorologiche ai secoli di violenze, ingiustizie sociali e disastri ecologici che hanno caratterizzato il dominio occidentale sull’arcipelago caraibico, storicamente primo punto di contatto tra i navigatori europei e il continente americano.

Allo stesso tempo, la Fernández ribalta l’immagine oleografica dei Caraibi come paradiso tropicale, ma, evocando le forze della natura, suggerisce anche una possibile qualità redentrice della Natura stessa, come sottilmente suggerito da un’altra opera-cardine della mostra: Rising (Lynched Land), una palma alta quasi cinque metri, realizzata con legno bruciato e rame ossidato dalle intemperie, sospesa a quasi mezzo metro dal suolo, allo stesso tempo emblema di distruzione e di rinascita.

Teresita Fernández: “Rising (Lynched Land)”, 2020

Tra le altre opere in mostra, è notevole la serie Hurakán, composta da venti piccole tecniche miste (cm 15 x 20), la cui figurazione astratta ricorda i modelli meteorologici. Ognuna di esse porta il nome di un uragano storico (Hurakán(Katrina); Hurakán(Sandy) etc.). L’uso invalso di conferire a questi eventi catastrofici nomi di donna viene collegato qui dalla Fernández a una storia forse poco conosciuta riguardante Puerto Rico.

Territorio statunitense ma ufficialmente “non incorporato” negli U.S.A., Puerto Rico rappresenta un paradosso politico — sancito da una sentenza della Corte Suprema americana risalente al 1901 — che di fatto ha dato adito a uno sfruttamento colonialistico dell’isola (ricorderete forse la mostra del 2018 al MAXXI di Roma del duo Allora & Calzadilla, Blackout, in gran parte incentrata su questo tema).

A partire dagli anni Trenta, molte donne portoricane furono inconsapevolmente utilizzate per testare e sviluppare metodi anticoncezionali in un programma diretto da Margaret Sanger.

Educatrice sessuale, pioniera della contraccezione e dei diritti riproduttivi — fu colei che diffuse per la prima volta all’interno del mondo anglosassone il termine “controllo delle nascite”, fondando nel 1921 l’American Birth Control League —, Margaret Sanger (1879-1966) è una delle figure attualmente al centro del revisionismo legato ai diritti delle minoranze (con tanto di istanza di rimozione delle statue a lei dedicate).

Nonostante gli indubbi meriti nel progresso della consapevolezza sessuale delle donne, e pur essendo stata lodata dallo stesso Martin Luther King per i suoi progetti interrazziali, le ombre sulla figura della Sanger sono collegate al suo appoggio alla cosiddetta eugenetica negativa, che proponeva di migliorare il patrimonio genetico umano tramite un intervento sociale che impedisse la riproduzione a soggetti ritenuti inadatti.

Teresita Fernández: “Puerto Rico (Burned) 7”, 2018

Pare che tra il 1930 e il 1970 un terzo delle donne portoricane sia stato sterilizzato inconsapevolmente, all’interno di questi programmi della Sanger, fra sperimentazione contraccettiva e eugenetica.

Combinando quindi la pratica di assegnare nomi femminili agli uragani con il riferimento a donne che hanno subito procedure mediche sperimentali invasive e traumatiche, la Fernández traccia, in maniera sottile, una connessione tra gli abusi perpetrati sul territorio e quelli sul corpo femminile.

Al di là della solidità del suo messaggio sociale, e nonostante lei si consideri soprattutto un’artista concettuale, è molto interessante la sperimentazione sui materiali operata dalla Fernández: materiali spesso strettamente connessi ai luoghi e alla loro storia, ma nondimeno utilizzati in vista di un risultato estetico, con un dichiarato interesse per le teorie della percezione visiva.

Michelangelo Pistoletto: “Viceversa”, 1971

Ma torniamo all’arte italiana con la bellissima personale di Michelangelo Pistoletto in corso da Lévy Gorvy (909 Madison Avenue, fino al 9 gennaio).

 Appena entrati in galleria si viene accolti da un lavoro storico, Viceversa del 1971 (una tela monocroma arancione in una cornice settecentesca, con una superficie specchiante “nascosta” sul retro del quadro), posto quasi al centro della sala in cui è montata la recente serie/installazione Color and Light (2016/2017).

In quest’ultima, due specchi identici, divisi in sette sezioni a mo’ di puzzle, danno origine a una doppia serie di quadri, dove da un lato ogni sezione di specchio mancante scopre il colore della tela sottostante (sette tonalità dal celeste al blu), mentre sulla parete opposta altri sette quadri rispondono “al negativo”, con il frammento mancante all’opera antistante posto solitario sulla tela del colore corrispondente.

Michelangelo Pistoletto: “Color and Light”, 2016/2017 – part. dell’installazione

La continuità del lavoro di Pistoletto dalle sue origini a oggi è ribadita dalle opere presenti nelle altre sale, che vanno dal 1966 al 2020. Sono riproposte due installazioni storiche: The Free Space, la versione inglese di Spazio libero, lavoro che Pistoletto concepì nel 1976 e realizzò più di vent’anni dopo con i reclusi del carcere di San Vittore a Milano, e Porte Uffizi, originalmente realizzato nel 1994. Quest’ultima viene utilizzata come “contenitore”, dove all’interno di ognuno dei dieci ambienti è posta una diversa opera, tra cui il celebre L’Etrusco del 1976 e un bell’Autoritratto con quaderno del 2008.

Michelangelo Pistoletto: “La Habana – Persone in attesa”, 2015. Riflessa nello specchio, l’installazione “The Free Space”, 1976-2020

In questa mostra viene sottolineata particolarmente la componente concettuale del lavoro di Pistoletto, come è ben esemplificato da un quadro specchiante del 2020, Jump rope-noose, che rivisita  il famoso Cappio del 1973, sostituendo però la corda dell’originale con una corda per saltare (efficace metafora della dualità libertà/costrizione).

Non mancano infine opere della serie Terzo Paradiso, il progetto ideato da Pistoletto nel 2003 e inteso come work in progress reinventabile site-specific.

Una vista della mostra di Richard Prince Cartoon Jokes

Per concludere, non lontano da Lévy Gorvy, Nahmad Contemporary (980 Madison Avenue) presenta una mostra di Richard Prince: Cartoon Jokes, fino al 16 gennaio.

Prince è soprattutto noto per la sua riproposizione, in opere spesso di grandi dimensioni, di celebri foto o pubblicità del passato, seguendo la pratica del rifotografarle.

Celebre la sua riproposizione della fotografia del cowboy — realizzata originalmente da Sam Abell per una pubblicità della Marlboro — che nel 2005 fu venduta da Christie’s a New York per 1.248.000 dollari, e nel maggio 2014 da Sotheby’s, sempre a New York, arrivò alla cifra di 3.077.000 dollari. Sempre nel maggio 2014, Christie’s NY batté a 3.973.000 dollari Spiritual America, re-photography di un’immagine di Gary Gross che ritraeva Brooke Shields a 10 anni, nuda in una vasca da bagno, che sostiene senza imbarazzo lo sguardo dello spettatore.

Richard Prince: “Untitled”, 2017/2018

I record d’asta di Prince sono stati però ottenuti con immagini di un’altra serie, quella delle Nurse, dove la riproposizione di immagini tratte da copertine di romanzi rosa degli anni Cinquanta veniva combinata con interventi di pittura acrilica. Iniziata nel 2003, la serie — a dispetto di un suo non immediato successo — ha inanellato una sfilza di record, fino all’astronomica cifra di 9.685.000 dollari ottenuta da una Runaway Nurse del 2007 da Christie’s NY nel maggio 2016.

La pratica del rephotographing, oltre ad aver dato adito a diverse cause legali per plagio dagli esiti alterni, è un’operazione che potrebbe legittimamente passare per sospetta, salvo trovarsi di fronte, dal vivo, lavori che possiedono un innegabile carisma. Neo-Pop condito con un pizzico di concettualismo (la citata Spiritual America combina l’allusione a una sessualità precoce e “proibita” a una foto di Alfred Stieglitz dallo stesso titolo che ritrae il particolare di un cavallo castrato e le sue briglie), il lavoro di Prince gioca con i miti della cultura popolare statunitense e va a stuzzicarne gli stereotipi, il conformismo  e i tabù sottostanti.

Richard Prince: “Couldn’t Read, Couldn’t Write, Couldn’t Swim”, 1989

Come si è visto, Prince lavora principalmente su serie : Cowboys, Nurse, Celebrities… La mostra da Nahmad è incentrata anch’essa su una serie “storica” di Prince: quella dei Jokes. Cominciata a metà degli anni Ottanta, riprende barzellette pubblicate su giornali, spesso incentrate su temi licenziosi, talvolta separando e rimescolando vignette e testi.

Otto delle opere esposte coprono un periodo dal 1988 al 1991, ma in realtà è più interessante la sezione di Blue Ripples, “sottoserie” presentata qui per la prima volta: cinque Untitled realizzati tra il 2017 e il 2019, dove barzellette più “osé” vengono rese quasi incomprensibili da grandi macchie blu di colore acrilico, bella metafora della censura e dei suoi interventi, spesso totalmente inutili.