Giacomo Bufarini alla Howard Griffin di Londra

Giacomo Bufarini Parabola di G

Dai muri di Bologna e Firenze alle bianche pareti di una galleria londinese. Giacomo Bufarini fa il suo debutto alla Howard Griffin Gallery di Londra che dal 27 novembre scorso, ospita la sua prima personale britannica: Parabola di G. Mostra che lo vede “uscire allo scoperto” e abbandonare il suo pseudonimo da street artist: Run, con cui si firmava fin dagli anni Novanta. Un lavoro autobiografico, Parabola di G, che si presenta come un’installazione scultorea, ma che in realtà è un libro d’artista, come Giacomo ci spiega in questa bellissima chiacchierata.

Nicola Maggi: Alla Howard Griffin Gallery di Londra presenti un lavoro molto particolare, che prende spunto dalla tua stessa vita: Parabola di G. Ci racconti come nasce?

Giacomo Bufarini: «La Parabola nasce dal voler creare un libro, qualcosa che la gente può guardare in intimità e senza bisogno di elettricità. E’ un periodo questo, e lo metto subito in chiaro, dove sto pensando molto alla mia identità. E il mio nome, qui, è quasi un testamento: lasciare un segno con il mio vero nome su carta stampata. Quella che racconto è una storia semplice, una parabola, sia perché è breve, ma anche perché parla dello schianto di una stella che prima di atterrare fa, appunto, una parabola. Ho voluto parlare delle mie origini, mantenendo il nome della mostra in italiano pur essendo in Inghilterra. E il mio nome vero, e’ inconfondibilmente italiano. Non è la prima volta che presento un’installazione di questo genere, fatta su carta. Far entrare lo spettatore fisicamente nel disegno è un’idea che mi ha sempre accompagnato. Non l’ho avevo mai fatto, però, in questa scala e, certamente, questa volta è stato un lavoro molto più consapevole che in passato. Parabola di G, infatti, nasce proprio dall’idea di fare una mostra. Non sarebbe esistita se non per riempire lo spazio e il tempo di questo evento. Il lavoro è stato fatto in 3 mesi: settembre, per scrivere e disegnare la storia, ottobre, per organizzare il layout del libro, e novembre per costruire l’istallazione».

Giacomo Bufarini, Parabola di G, 2014. Foto: Courtesy Marcus Peel

Giacomo Bufarini, Parabola di G, 2014. Foto: Courtesy Marcus Peel

N.M.: Un allestimento che, peraltro, rimanda al tuo essere, originariamente, uno street artist

G.B.: «Nella mostra sono presenti Giacomo Bufarini, che è l’artista, scrittore e illustratore della Parabola, e Run, che è il mio pseudonimo che interviene sui muri, riproponendo la storia da un’altra angolazione. Il libro è fatto da 87 disegni ed era lui l’obiettivo principale: mi piaceva l’idea di creare il lancio di un libro in una maniera spropositata. Proprio come quando si entra in una libreria e ci troviamo davanti ad un tavolo allestito con la foto del autore, magari qualche fiocco colorato, e il best seller presentato elegantemente… Ecco, Parabola di G è il lancio di un libro fatto con una presentazione spropositata, basata su un’installazione che non si era mai vista prima. La cosa accattivante è anche che in questa “libreria”/ galleria non solo si può avere una copia del libro, ma anche le tavole originali del libro stesso. Il tutto offerto all’interno dell’ambiente fantastico della storia».

Giacomo Bufarini, Parabola di G, 2014. Foto: Courtesy Marcus Peel

Giacomo Bufarini, Parabola di G, 2014. Foto: Courtesy Marcus Peel

N.M.: In questa mostra abbandoni il tuo pseudonimo, Run, per dare spazio al tuo vero nome. Qualcosa sta cambiando…

G.B.: «Sta cambiando il fatto che la parola street art mi piace sempre meno, perché troppe cose si confondono in essa. Io sono un disegnatore e non importa che etichetta mi si metta: mi sta comunque sempre stretta. Dire street artist è una limitazione. Io farò sempre lavori per strada, come farò lavori in studio: pitture, sculture , installazioni e performance. Inoltre, ad essere sincero, tanta della mia produzione visibile nel web si perde con il mio pseudonimo da artista (e credo che questo sia un problema di molti), ma questo non succede con il mio nome vero e posso raccogliere ogni frutto. Come non ci piace la nostra voce registrata al microfono anche il nostro vero nome può suonarci strano, ma adesso lo apprezzo di più e so che per degli orecchi stranieri il mio nome suona bene. In un certo senso è come se non volessi più vergognarmi di chi sono ed essere più sincero e aperto. D’altronde non possiamo far altro che essere noi stessi, questa è la cosa che ci viene meglio».

© 2014 – 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.